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Il Mekong sotto assedio: dalle mire della Cina alla crisi climatica

Il Mekong è minacciato dall'azione umana e la crisi ambientale peggiora. Gli interessi della Cina e degli altri rivieraschi complicano la questione

Contadino tra le risaie del Mekong | Wikimedia Commons
Contadino tra le risaie del Mekong | Wikimedia Commons

C’è una definizione poetica quanto drammatica per indicare tutti quei luoghi che per primi stanno risentendo della crisi ambientale. Sono i “canarini climatici”, riprendendo la figura dei piccoli pennuti che i minatori di carbone portavano con loro nel fondo dei cunicoli. La loro morte annunciava eventuali fughe di gas, avvertendo i lavoratori del pericolo. Tempo di abbandonare gli scavi a causa di una concentrazione di sostanze tossiche troppo alta.

Il Mekong è uno di questi poveri canarini. Si tratta non solo di un fiume, ma di uno dei più incredibili fenomeni naturali che il nostro pianeta ci abbia regalato. “Madre di tutte le maree”, “la ciotola di riso più grande al mondo” e tanti altri soprannomi che le comunità che vi vivono accanto gli hanno assegnato nel corso dei secoli sono il biglietto da visita migliore per capirne l’importanza.

I numeri della crisi del Mekong

 Partiamo dai dati bruti: il Mekong è il settimo fiume più lungo al mondo con circa 4.800 chilometri e un bacino stimato in 810.000 chilometri. Nasce sull’altopiano del Tibet per approdare in Vietnam con un delta che sfocia nel Mar cinese meridionale, dopo aver attraversato Cina, Birmania, Laos, Thailandia e Cambogia. La larghezza media è di circa un chilometro e mezzo. Ospita la cascata più larga del mondo, Khone Falls. Per dare un’idea concreta, copre la stessa estensione di terreno di Francia e Germania riunite. 

Ha un’altra caratteristica peculiare. Negli ultimi 800 chilometri discende di solo sei metri. John Keay, che nel 1866 fece parte di una commissione che ne esplorò il corso, scrisse che in quel tratto è necessario tenere conto della curvatura della terra quando si calcola l’altezza di oggetti distanti. 

Qui la scarsa profondità fa sì che ci siano notevoli variazioni di portanza durante il corso dell’anno. Questa pianura praticamente perfetta fa sì che si possano osservare fenomeni unici: uno di essi è l’influenza sul Tonlè Sap, un fiume che in alcuni mesi è un affluente del Mekong, in altri il corso si inverte e l’acqua arriva fino al suo grande lago. 

Il percorso compiuto dal Mekong | Wikimedia Commons

Allo stesso modo, il delta ha variazioni giornaliere dovute alla vicinanza con il mare. Questo vuol dire che l’acqua è spesso più salata del normale. Un equilibrio delicatissimo che la crisi ambientale rischia di frantumare, o che forse ha già spezzato. Ancora prima di preoccuparsi per la salinizzazione però, gli abitanti delle sue rive si sono dovuti confrontare con un altro problema, l’inquinamento delle sue acque. 

L’inquinamento industriale nel Mekong

Se il Mekong figura tra i dieci fiumi più lunghi al mondo, si trova anche nella meno invidiabile classifica dei dieci più inquinati. Frutto di anni in cui è stato utilizzato come scarico industriale da più di 210 siti. 

Le rilevazioni hanno trovato riscontri preoccupanti. Nelle acque sono disciolti metalli pesanti e perfino arsenico. Anche gli allevamenti di gamberi vietnamiti hanno avuto un impatto non indifferente a causa degli antibiotici e agenti chimici che utilizzano. 

La prima causa è però da ricercarsi negli impianti industriali, che riversano circa un milione di metri cubi di acqua non trattata al giorno. Si tratta di circa il 70% del totale. Un problema storico per il Vietnam, ma in questi ultimi anni inizia a farne le spese anche la popolazione. Sono sempre più frequenti le falde inutilizzabili per la quantità di arsenico e altre sostanze tossiche. 

Oltre a quest’ultime, vengono rilasciate in acqua anche ingenti quantità di plastiche. Il Vietnam è uno dei primi cinque paesi al mondo in questa particolare classifica, con 13 milioni di tonnellate di questo materiale riversate ogni anno negli oceani e nei suoi affluenti. 

Uno dei motivi è l’espansione economica che il Vietnam ha vissuto in questi anni, che l’ha reso uno dei più importanti attori politici della zona. Una crescita incontrollata che come spesso capita in Asia avviene a danno  dell’ambiente. Ancora oggi si spende poco in prevenzione sembrano esserci troppi interessi perché si intervenga con decisione, come nel caso della controversa legge del 2014 sulla protezione ambientale. 


La Cina e la guerra per l’acqua

Il problema della potabilità dell’acqua si collega alla più ampia crisi idrica che colpisce la regione. L’acqua sta diventando un bene sempre più raro e prezioso a causa della siccità portata dal riscaldamento climatico accompagnata dalla gestione dello stesso Mekong. 

Il ritardo delle piogge monsoniche fa sì che la portata non sia prevedibile e non segua gli schemi conosciuti fino ad oggi. Il Mekong è alimentato all’inizio del suo corso da ghiacciai e neve, ma man mano che procede quest’acqua è sempre meno sufficiente e sono necessari i monsoni. 

In contemporanea, la Cina ha deciso negli anni di costruire sempre più dighe per soddisfare il suo bisogno di energia elettrica. Queste imponenti costruzioni si trovano soprattutto nella parte alta del Mekong.

Sono anche una forte leva politica, poiché fornisce alla Cina la possibilità di controllare il flusso che è vitale per tutti i Paesi a valle. significativo anche che l’autorità deputata al controllo del fiume, la” Mekong river commission”, non sia ancora riuscita a far sentire la sua voce.

Sono programmate però nuove strutture anche in Laos e Thailandia. In totale, il numero di dighe complessivo sul Mekong è di circa 130. l’obiettivo è quello di bloccare l’acqua nella stagione delle piogge per sfruttarla quando arriva il periodo secco dell’anno. In questo modo è garantito un afflusso di energia costante, che non risente delle variazioni climatiche. 

Ovviamente questo rende il fiume più povero, mette a rischio centinaia di specie – alcune vivono solo in queste acque – e soprattutto permette all’acqua del mare di arrivare più in profondità all’interno della pianura. Si mette a rischio “la ciotola di riso più grande del mondo”

Una ciotola di riso o una ciotola di sale?

Il Mekong è stato da sempre utilizzato come enorme bacino idrico per le coltivazioni. Oltre agli allevamenti di gamberetti, le acque rendono possibili chilometri e chilometri quadri di risaie. Da secoli le popolazioni che vivono sulle rive dell’immenso fiume hanno basato la loro sopravvivenza su questo tipo di sostentamento.

Oggi il precario equilibrio che rende utilizzabile l’acqua del fiume è in pericolo, e ogni anno la salinità è sempre un po’ più alta. La ciotola di riso sta diventando una ciotola di sale, con impatti enormi non solo sull’economia e sul mercato mondiale, ma ancor prima sulla vita quotidiana delle 14 milioni di persone che usano il riso per sfamarsi. 

«A causa dei cambiamenti climatici e di un modo errato di utilizzare le risorse del Mekong, la popolazione ha perso molti dei propri mezzi di sostentamento. Stanno perdendo i luoghi in cui ripararsi, stanno perdendo la loro acqua e milioni di individui devono spostarsi in altre province per trovare lavoro» segnala Hoang Phuong Thao, direttore regionale di Action Aid Vietnam.

Una delle contromisure già in atto è la transizione agli allevamenti di gamberetti, che reggono meglio l’aumento del sale. Sembra essere una soluzione almeno dal lato economico, sicuramente non ambientalistico e tanto meno rispetto alla qualità di vita della gente, che si trova sempre più in difficoltà a reperire acqua potabile.

Un battello sul Mekong, vicino alla città di Luang-Prabang | Wikimedia Commons

“Il riso è vita” recita uno dei motti della Fao. Il crollo di produzione del cereale, che ad oggi sfama circa tre miliardi di persone, potrebbe avere un impatto anche solo difficile da ipotizzare, soprattutto tra le popolazioni più povere e meno globalizzate che hanno difficoltà a sostituire i beni di sussistenza.

Come evidenziava il celebre Zygmunt Bauman nel suo “Dentro la globalizzazione”, i più ricchi possono godere appieno di questo fenomeno, mentre i più poveri possono solo subire tutto ciò che l’interconnessione scaglia loro contro.

Il rischio inondazione e l’erosione del terreno

Vi è poi un altro allarme, lanciato da Lawrance M. Krauss nel libro “La fisica del cambiamento climatico”. Le rilevazioni fatte sull’altezza delle rive del Mekong si sono scoperte errate. Causa, denuncia Krauss, l’utilizzo dei meno precisi ma molto più economici radar rispetto alla tecnologia Lidar, che sfrutta invece la pulsione di laser nell’aria per calcolare le distanze. 

Come rilevato dal geografo olandese Philip Minderhoud, gli argini naturali del fiume sono più bassi del previsto di circa due metri nella zona del delta, quella più interessata ai fenomeni di bassa marea e salinizzazione. 

L’altezza media del delta passa così a 0,8 metri sul livello del mare. Bisogna sommare anche i blocchi delle dighe a monte, che  conducono alla formazione di nuovi sedimenti che rimpiazzino gli effetti dell’erosione. Senza questo materiale essenziale, la situazione può solo peggiorare. 

Ovviamente le conseguenze sono facilmente prevedibili: inondazioni che danneggerebbero le coltivazioni, dispersione della preziosa acqua, già scarsa. Se poi calcoliamo che l’innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento climatico dovrebbe essere di 0,5 metri entro il 2100 e l’erosione abbasserà ulteriormente le rive, il 75% del territorio del Vietnam meridionale sarà sotto il livello del mare.

Le contromisure per “salvare” il Mekong

Gli abitanti non sono rimasti a guardare. Contro l’erosione sono state disposte coltivazioni di mangrovie, piante che mantengono unito il suolo. Inoltre la comunità internazionale sta iniziando ad accorgersi del pericolo, il libro di Krauss ne è un esempio. 

Il fiume Mekong è la casa di migliaia di specie. Il WWF riporta che il Mekong è fonte di sostentamento per 60 milioni di persone e ospita 430 specie di mammiferi, 1200 di uccelli, 800 di anfibi e rettili e 1100 di pesci. Per non parlare delle sterminate varietà di piante e fiori. 

Il Mekong visto dall’alto | Wikimedia Commons

Tutto ciò è inevitabilmente a rischio, e Krauss ritiene ragionevole supporre che ormai la tendenza sia non più invertibile. L’anidride carbonica nell’atmosfera, causa del riscaldamento climatico, necessita di centinaia di anni per essere riassorbita, seguendo il ciclo del carbonio.

Entro il 2100 sembra davvero difficile che i benefici di politiche iniziate nei primi anni del 2000 possano avere un impatto tale da invertire la tendenza. 

Diverso il caso di inquinanti e dighe, che potrebbero essere gestiti meglio. Si tratta di un discorso troppo importante e complesso per essere riassunto in poche righe. Tuttavia è chiaro che gli interessi di una superpotenza come la Cina abbiano un peso in questa equazione, e il Dragone non si è dimostrato troppo attento alle questioni climatiche.

Il Mekong è sotto assedio. Da troppi fronti perché possa vincere da solo. Le attività umane hanno innescato un circolo vizioso e mortale. L’aumento di sale rende impossibili le coltivazioni, l’erosione delle rive porta l’acqua salta sempre più dentro la regione, insieme a tutto l’inquinamento prodotto dalle fabbriche e da una gestione dei rifiuti male organizzata. 


Ogni problema si interseca con gli altri e crea un cocktail mortale non solo per il fiume stesso, che rischia di essere inglobato nel mare molto prima dell’attuale delta, ma per tutte le forme di vita che lo hanno eletto a loro da casa da secoli. 

Un assedio che è l’uomo che a dover risolvere. Anche se gli effetti delle sue contromisure potrebbero non essere così risolutivi nel breve periodo. Perché tutti questi dati – come ribadisce Krauss alla fine del suo libro – non devono essere una chiamata all’azione per chiunque. Ma nemmeno un requiem. 

Foto in evidenza: Di Philippe Berry, IFPRI – http://www.usaid.gov/; exact source, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4872781

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