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Il possibile conflitto tra Iran e Azerbaijan

Crescono le tensioni tra Iran e Azerbaijan sullo sfondo del Caucaso meridionale, regione densa di attori dagli interessi contrastanti.

«Faremo del nostro meglio per proteggere lo stile di vita secolare dell’Azerbaijan e degli azeri in tutto il mondo, inclusi gli azeri in Iran». Le parole di Ilham Aliyevpresidente dell’Azerbaijan, echeggiano tranchant nelle cancellerie mediorientali. La dichiarazione segue le crescenti tensioni tra Iran e Azerbaijan, che sono culminate in ottobre nelle esercitazioni militari iraniane al confine azero.

La questione coinvolge attori prossemici, alcuni in ascesa come Ankara e Tel Aviv, altri in decadenza come Mosca, mentre altri sideralmente distanti, come Washington, che scopre l’importanza di una regione delicata negli equilibri del Medio Oriente. 

La babele del Nagorno Karabakh è causa e conseguenza delle recenti tensioni azero-iraniane. L’Armenia è rimasta pressocché isolata dopo la (quasi) dipartita della Russia – eloquente nel non intervento a sua difesa durante la seconda guerra del Nagorno Karabakh – e cerca in nuovi attori quel bisogno di sicurezza di cui ha assoluta necessità.

A farsi avanti è stata Washington, che ha espresso la volontà di avvicinarsi all’Armenia attraverso la visita della speaker della camera Nancy Pelosi a Erevan in settembre e il riconoscimento del genocidio armeno da parte dell’amministrazione americana l’anno prima. La mossa americana è volta a sostituire il caduco orso russo e impedire una possibile egemonizzazione del Caucaso meridionale da parte di Ankara, legata a doppio filo con l’Azerbaijan e agevolata dalle difficoltà di Mosca in Ucraina, che le permettono di avere maggiore spazio di manovra nella regione ex sovietica.

A favorire la comprensione del quadro regionale si aggiungono altri elementi di complessità, come il radicamento di Tel Aviv in Azerbaijan, dopo il successo del partenariato militare nell’ultimo conflitto armeno-azero, e la coerente preoccupazione di Teheran, per cui Israele è nemico esiziale. Infatti, Tel Aviv ha fornito a Baku droni Harop, i c.d. “droni kamikaze”, fondamentali nell’ultima guerra del Nagorno Karabakh, oltre ai missili balistici Lora. Per di più, una stima dell’istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma ha calcolato che, tra il 2006 e il 2019, Israele ha fornito all’Azerbaijan armamenti per un totale di 825 milioni di dollari. Fatto che ha portato Erevan a ritirare il suo ambasciatore da Tel Aviv durante l’ultimo conflitto con Baku nel 2020.

Drone IAI Harop prodotto in Israele, che le forze azere utilizzano dal 2016 | fonte: wikimedia commons

Le preoccupazioni dell’Iran

L’Iran si è quindi trovato costretto a schierarsi con l’Armenia, innanzitutto in funzione antiturca e, tanto più, in funzione antisraeliana oggi. L’ultimo elemento che ha favorito la convergenza tra Erevan e Teheran si chiama Azerbaijan iraniano, ovvero l’estremo territorio a nord ovest della repubblica islamica, abitato in larga parte da azeri, che in tutto costituiscono il 16% della popolazione dell’Iran, il secondo gruppo etnico della nazione. Un dato non indifferente, che potrebbe rappresentare in futuro una quinta colonna, qualora Turchia e Israele decidessero di utilizzare il territorio azero come rampa di lancio per una possibile invasione della Persia, con tutto il benvolere di Baku, sempre più suggestionato dall’idea irredentista del grande Azerbaijan.

Al contrario, l’Iran potrebbe giocare militarmente d’anticipo, tremendamente infastidito dalla presenza turca e israeliana ai propri confini. L’allentamento della presa russa sull’Armenia e l’attuale situazione del piccolo stato, uscito sconfitto dall’ultimo conflitto, che lo ha visto perdere pezzi di territorio, alimenta la visione di Erevan come di un proxy troppo debole per controbilanciare Baku, che vede crescere la sua forza anche in termini energetici, e quindi geopolitici.

Shah Deniz, sul mar Caspio, è il giacimento azero da cui parte il corridoio sud del gas, che fornisce energia all’Europa passando per la Turchia, la Grecia l’Albania e giunge nel vecchio continente dalla Puglia. Corridoio gasiero la cui importanza è aumentata con il recente conflitto ucraino e nel quale in futuro potrebbero convergere investimenti per aumentarne il volume di gas trasportato. Il progetto del gasdotto transcaspico, capace di inserire nel corridoio anche il gas proveniente dal Turkmenistan, è uno di questi. Tuttavia, il conflitto sempre latente con l’Armenia frena questi progetti. Baku ha quindi tutto l’interesse a normalizzare o concludere, una volta per tutte, le diatribe con Erevan. 

In ultima analisi, gli Stati Uniti, che sembrano promettere la loro tutela all’Armenia, non sono un attore con cui l’Iran può dialogare e cooperare come faceva con la Russia. L’avvicinamento americano all’Armenia potrebbe quindi sottrarre a Teheran un peso per equilibrare la competizione nel Caucaso meridionale, eliminando la Repubblica islamica dal teatro del Nagorno Karabakh e posizionandola sulla difensiva di fronte al sempre maggiore coinvolgimento di Turchia e Israele.

Neppure l’attuale congiuntura in cui versa Teheran, tra difficoltà economiche e manifestazioni antiregime, aiuta a pensare a una soluzione rapida alla questione. Inoltre, il governo degli Ayatollah non promette un futuro irenico; alcuni analisti affermano che la Repubblica islamica ha ancora pochi anni di vita davanti a sé. Tuttavia, la vera variabile sarà la componente azera iraniana e la sua risposta alle crescenti influenze dell’Azerbaijan, che sente aumentata la fiducia nelle sue capacità e potrebbe alzare la voce forte dell’appoggio turco israeliano.

Le prime tensioni tra Baku e Teheran si sono già manifestate, sarà l’evoluzione degli eventi a confermare o smentire la possibilità di un conflitto, che farebbe precipitare la regione medio orientale in una nuova spirale di caos e miserie. 


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Michele Ditto

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l'Università Cattolica di Brescia. Mi occupo principalmente di Europa, spazio post-sovietico e Stati Uniti. Nelle mie analisi tendo a rintracciare i meccanismi profondi degli eventi geopolitici, concentrandomi sugli elementi strutturali anziché sulla sovrastruttura dei fenomeni.

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