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In Iran la crisi del Rial accelera la dollarizzazione dell’economia

In Iran la crisi del Rial accelera la dollarizzazione dell’economia

Il Rial si avvicina alla “carta straccia”: sul cambio parallelo tocca nuovi minimi e la frattura con il tasso ufficiale diventa un indicatore di instabilità.

L’Iran attraversa oggi tempi di estrema complessità, sospeso in un limbo pericoloso e stretto in una morsa sempre più asfissiante tra la minaccia dell’intervento militare statunitense e una crisi economica profonda.

I rischi per la stabilità della Repubblica Islamica non risiedono esclusivamente nella pressione militare esercitata dagli Stati Uniti, ma affondano le radici nella fragilità strutturale di un sistema stremato da anni di sanzioni e da una valuta nazionale, il Rial, ormai prossima a essere considerata carta straccia.

Proprio la tragica situazione della divisa nazionale è stata uno dei principali driver delle proteste che hanno investito il Paese negli ultimi anni, spesso represse nel sangue. Le manifestazioni più recenti, iniziate dai commercianti dei bazar, hanno unito alle storiche rivendicazioni sui diritti civili e le libertà individuali la disperazione derivante dal crollo del potere d’acquisto.

La storia contemporanea dell’Iran dimostra infatti come l’inasprirsi delle condizioni valutarie coincida sistematicamente con lo scoppio di violente tensioni sociali; la svalutazione ha generalmente anticipato l’inflazione, fungendo da canale di trasmissione degli shock esterni e interni.

La frattura del mercato dei cambi

Sul mercato parallelo, la valuta di Teheran ha toccato minimi senza precedenti, con il tasso di cambio giunto ormai alla soglia di 1,5 milioni di Rial per un singolo dollaro statunitense.

La distanza siderale tra questa cifra esorbitante e i soli 42 mila Rial del cambio ufficiale riflette, a ben vedere, la differenza incolmabile tra il prezzo politico della moneta e il suo valore effettivo di mercato.

Per trovare un’effimera stabilità nell’economia iraniana bisogna risalire al 2017, quando l’attenuazione temporanea del regime sanzionatorio rese tollerabile la frattura tra cambio ufficiale e parallelo.

Tuttavia, la reintroduzione delle sanzioni nel 2018, a seguito dell’uscita dell’amministrazione Trump dall’accordo sul nucleare (Jcpoa), ha riattivato il circuito perverso tra svalutazione del cambio e impennata dei prezzi.

Si tratta di dinamiche che hanno subito un’accelerazione nel 2019, complice il fallimento dei negoziati sul nucleare. Sebbene nei primi mesi del 2020 la pandemia abbia comportato una breve decelerazione dell’inflazione, lo schema svalutazione-inflazione è tornato prepotentemente subito dopo il picco della crisi Covid, aggravandosi nel biennio 2021-2022.

In questo periodo, il Rial è diventato sempre più uno strumento fiscale implicito, utilizzato dal governo per assorbire gli squilibri di bilancio e sostenere trasferimenti e sussidi pubblici.

Le tensioni sociali sono sempre più esasperate

Il malessere sociale conseguente al declino economico ha accelerato la dollarizzazione informale dell’economia persiana. Nonostante una fase di apparente calo dei prezzi nel 2024, il cambio non ha recuperato terreno.

La divisa iraniana ha infatti perso il ruolo di “riserva di valore”, infatti famiglie e imprese cercano immediatamente di disfarsene convertendola in “beni rifugio” liquidi, principalmente dollari fisici, oro o criptovalute stabili (Usdt). Di fatto, l’economia reale ha iniziato a prezzare beni e servizi in dollari, relegando il Rial alle piccole spese quotidiane.

La disinflazione osservata — con i dati di inizio 2026 che mostrano un’inflazione annua intorno al 44,6% e un dato point-to-point che tocca il 60% — appare più come il risultato di una compressione della domanda interna e di interventi ad hoc della Banca Centrale che non di un miglioramento dei fondamentali.

Al contempo, la volatilità del cambio continua a incorporare il rischio geopolitico. Sebbene la fase acuta degli attacchi Houthi nel Mar Rosso si sia esaurita, lasciando spazio a una tregua carica di tensione, il mercato soffre ancora di quella crisi, con costi logistici e premi assicurativi che restano elevati.

A questo quadro si somma l’escalation tra Stati Uniti e Iran, inaspritasi nel giugno 2025 con l’operazione Midnight Hammer e i bombardamenti su obiettivi strategici come Fordow, Natanz e Isfahan. Gli attacchi hanno confermato come il cambio parallelo reagisca non tanto agli eventi in sé, quanto al rischio futuro di un’ulteriore esclusione finanziaria e di irrigidimento dei canali di pagamento.

La scontistica petrolifera

La sempre maggiore svalutazione del Rial non si può interpretare attraverso la classica equazione macroeconomica per cui a minori esportazioni di petrolio corrisponde una carenza di dollari. La realtà è più complessa perché i flussi di greggio continuano a lasciare i terminal portuali iraniani, eppure la valuta nazionale non smette di deprezzarsi.

Questo fenomeno segnala che il problema non risiede nella quantità fisica del barile esportato, ma nella qualità intrinseca della valuta incassata, che risulta essere sempre meno liquida, di volume inferiore rispetto ai prezzi di mercato e, soprattutto, di difficile utilizzo per la Banca Centrale.

Teheran è infatti costretta a pagare un certo prezzo per mantenere l’accesso al mercato cinese, che ormai assorbe circa il 90% del greggio iraniano attraverso le cosiddette raffinerie indipendenti (teapots), concedendo sconti importanti, che oscillano tra i 10 e i 14 dollari al barile.

Gran parte del valore viene assorbito a monte lungo la catena finanziaria prima di raggiungere l’economia domestica, a causa di triangolazioni necessarie per eludere le sanzioni e della dipendenza da partner strategici che impongono commissioni e sconti elevatissimi.

È il riflesso di un’economia che commercia, ma lo fa in condizioni tali da trasformare la valuta in un bene imperfetto, incapace di svolgere pienamente le sue funzioni. La svalutazione inarrestabile del Rial mostra cosa accade quando una moneta viene espulsa dalla dimensione internazionale.

La sovranità monetaria si consuma prima sul mercato dei cambi e solo in seguito sui prezzi, sui bilanci e sul consenso politico.

Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Aerial_View_of_Tehran_and_Tochal.JPG

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Alessandro Gorgoni

Alessandro Gorgoni

Sono un giurista con una forte competenza in economia e finanza, che mi consente di fare analisi con una visione ampia e articolata. Lavoro negli affari istituzionali e faccio ricerca sulle politiche pubbliche e nell'analisi dell'impatto della regolamentazione.

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