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Israele, la borsa vola mentre l’economia reale soffre

Israele, la borsa vola mentre l’economia reale soffre

In un quadro geopolitico di estrema tensione, la Borsa di Tel Aviv si dimostra in grado di generare una crescita repentina, ma per quanto?

Si sa, spesso tra finanza ed economia reale ci sono aspettative diverse e contrastanti. Infatti, gli investitori sembrano ignorare la realtà del conflitto mediorientale.

La cavalcata borsistica del Tase (la borsa di Tel Aviv, comunque caratterizzata da forte volatilità) dipende da una complessa interazione tra fattori settoriali, aspettative e una grande fiducia nella forza dei settori high-tech e della Difesa israeliani.

Tuttavia, dietro l’euforia del mercato, il conflitto sta pesando sui dati macroeconomici: sono in corso un drastico aumento della spesa pubblica e una contrazione della forza lavoro, che minacciano la sostenibilità della crescita a lungo termine.

Il rialzo dei titoli azionari si fonda su una precisa interpretazione dei rischi da parte degli investitori e sulla solida struttura di settori chiave dell’economia. Tuttavia, questa performance eccezionale nasconde delle fragilità economiche crescenti, legate ai costi della guerra e all’impatto sul tessuto produttivo del Paese.

I numeri del Tase

Dalla forte contrazione e dell’incertezza iniziale nell’ottobre 2023, la Borsa di Tel Aviv ha messo a segno una ripresa spettacolare. L’indice Ta-125, che raggruppa le 125 principali società, è cresciuto di circa il 30% nel solo primo semestre 2025. Le società principali hanno fatto anche meglio, con un guadagno di quasi il 67,2% dai minimi post 7 ottobre.

Un picco rilevante è stato raggiunto dopo il bombardamento statunitense contro l’Iran del 22 giugno 2025, un evento che, controintuitivamente, ha infuso ulteriore fiducia negli investitori. Un sentiment positivo che ha avuto effetto anche sulla valuta: lo shekel, che rispetto al dollaro ha guadagnato il 9% da inizio anno e oltre il 14% dall’inizio del conflitto.

Si scommette su “guerra controllata” e stock

I risultati della piazza finanziaria israeliana si spiegano con le ragioni che guidano le scelte degli investitori.

Il primo fattore è la valutazione della guerra. Gli investitori scommettono che il conflitto sarà gestibile per Israele e non degenererà in una guerra regionale. Il rally si deve proprio al fatto che lo scenario peggiore non si è materializzato. In questo calcolo, il continuo e solido supporto degli Stati Uniti a Israele è una garanzia che Tel Aviv ha le spalle coperte per raggiungere i suoi obiettivi di sicurezza.

Il secondo elemento è la composizione stessa del mercato azionario israeliano, che è dominato da settori estremamente resilienti. Il settore bancario (oltre il 22% dell’indice) fornisce solidità, ma il campione di crescita è il settore high-tech, che pesa per quasi il 25%.

La tecnologia è il cuore pulsante dell’economia israeliana e genera circa metà delle esportazioni. All’interno di questo comparto, l’industria della Difesa e della cybersecurity sta vivendo i suoi anni d’oro. Con l’aumento delle tensioni globali, la domanda per la tecnologia militare israeliana è esplosa.

Le esportazioni di armi hanno toccato il record di 14,8 miliardi di dollari nel 2024. Di queste, quasi la metà (48%) è rappresentata da missili e sistemi di difesa aerea. La destinazione principale degli armamenti è l’Europa, ma una quota significativa del 12%, che potremmo definire strategica, è diretta ai partner degli Accordi di Abramo, segno della convergenza tra Israele e alcuni Paesi arabi. Questa tendenza ha un impatto diretto sui titoli: colossi come Elbit Systems hanno visto le loro azioni schizzare del 124% negli ultimi 12 mesi.

Rischi all’orizzonte

Come dicevamo in apertura, mentre la finanza festeggia, l’economia reale mostra vari segni di affaticamento e rallentamento, nonostante le previsioni di crescita del Pil, diffuse dalla Banca centrale, siano superiori al 3%. Valori lontanissimi da quelli dell’Europa.

La prima nota dolente, e il più evidente segno di fragilità, riguarda i conti pubblici. La spesa per la Difesa ha raggiunto la cifra record di 38,6 miliardi di dollari, su un budget totale di 215 miliardi. Questo sforzo finanziario senza precedenti sta mettendo a dura prova i conti pubblici, alimentando il deficit e il debito pubblico. A lungo termine, questo potrebbe tradursi in maggiore pressione fiscale o in tagli ad altri servizi essenziali.

Ulteriore problema è la forza lavoro. Il protrarsi del conflitto e la mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti stanno privando le aziende, specialmente nel settore tecnologico, di personale altamente qualificato. A essere danneggiata da questa problematica è la produttività, nel breve termine, ma potrebbe essere compromessa anche la capacità di ricerca e sviluppo in molte aziende, su tutte le startup.

Che aspettative abbiamo?

Le criticità macroeconomiche che incombono su Israele sono oggetto di valutazione delle principali agenzie di rating. Già prima dell’escalation con l’Iran, Standard & Poor’s aveva confermato il rating di Israele (A-A1) ma con un outlook negativo.

Venivano sottolineati i rischi legati a un prolungamento della guerra e a un possibile scontro diretto con Teheran. Dal momento che entrambi questi scenari si sono di fatto verificati, la pressione sul rating sovrano di Israele è ora ancora più forte.

Per chiudere, possiamo affermare che la performance del Tase è il risultato di una logica finanziaria che, da un lato, scommette sulla capacità del Paese di gestire il conflitto e, dall’altro, capitalizza sulla straordinaria crescita del suo settore della Difesa.

Questa fiducia nel mercato, tuttavia, non basta a cancellare le oggettive e sempre più pesanti criticità che gravano sull’economia reale, a partire da un bilancio pubblico sotto costante pressione. Israele si trova a gestire un delicato equilibrio tra la durata e l’intensità del conflitto, fattori che determineranno se la forza mostrata oggi dai mercati è sostenibile o se le fragilità economiche finiranno per prevalere.

Immagine in evidenza: https://en.wikipedia.org/wiki/Tel_Aviv_Stock_Exchange#/media/File:Tel_Aviv_Stock_Exchange_-_New_Building_Lobby_1.jpg

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Alessandro Gorgoni

Alessandro Gorgoni

Sono un giurista con una forte competenza in economia e finanza, che mi consente di fare analisi con una visione ampia e articolata. Lavoro negli affari istituzionali e faccio ricerca sulle politiche pubbliche e nell'analisi dell'impatto della regolamentazione.

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