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Dini, Monti, Draghi: breve storia dell’Italia dei governi tecnici

La figura del tecnico che risolve i problemi come deus ex machina della politica italiana

Il Presidente del Consiglio incaricato, Prof Mario Draghi al termine del colloqui con il Presidente Sergio Mattarella,al Quirinale,comunica la lista dei Ministri del nuovo Governo.(foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

All’inizio del 1992, in Italia scoppiò l’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite”: una mega indagine, con i conseguenti arresti e processi, che scardinò dalle fondamenta un sistema di tangenti pluridecennale, che a partire da Milano si era diffuso in tutto il Paese. I protagonisti principali del gioco erano i partiti, quelli storici, quelli cosiddetti della Prima Repubblica, grandi agglomerati sociali, con una macchina burocratica spaventosa e una solida base di militanti ideologici e fedeli. Un tempo della politica stava finendo e trascinava con sé tutta la credibilità partitica che aveva imperato nella società italiana per un quarantennio circa.

La nuova formula bisognava trovarla in qualcosa di alternativo, nelle forme e nelle intenzioni. Si doveva creare un nuovo strumento politico che avrebbe sostituito il partito di massa storico, nato solitamente da una base popolare, con una struttura di consensi che ispirasse fiducia, e quindi in netta contrapposizione con tutto ciò che l’aveva preceduta.

Non è un caso infatti che la prima antipolitica della Penisola nasca a cavallo di quegli anni con l’avvento della Lega Nord prima, che sulle ruberie, presunte o reali, dei partiti aveva costruito una parte sostanziosa della propria parabola, e Forza Italia poi che, in maniera autoreferenziale, si presentava come il professionismo imprenditoriale prestato alla gestione pubblica.

Una novità quindi, il contrario, almeno negli inizi, della politica per nobilitarne nuovamente il senso. Ma quelli erano gli anni Novanta, anni in cui mentre la mafia uccideva Falcone e Borsellino a Palermo, l’Italia si preparava ad affrontare uno dei periodi economici e politici più complessi della storia repubblicana. Erano anni di crisi, di inflazione alle stelle, di svalutazioni monetarie, di guerre balcaniche e nel Medio Oriente. Un po’ come oggi, meno la pandemia. Anni in cui una risposta adeguata alle difficoltà era necessaria per la ripresa. Si giocò, per la prima volta in tutta la storia della Repubblica Italiana, la carta dei tecnici.

Il Governo Berlusconi I, nato nel 1994 nel segno del cambiamento, non durò nemmeno un anno: Umberto Bossi “staccò la spina” all’esecutivo del Cavaliere divenuto premier, perché contrario all’approvazione del cosiddetto decreto Biondi, passato alle cronache come il “decreto salva-ladri”. A sostituirlo, in un clima di incandescenza sociale, arrivò Lamberto Dini, un economista e banchiere – non parlamentare – che armonizzò tra di loro varie figure ministeriali, tutte indipendenti ed estranee alla politica attiva, creando il primo Governo tecnico italiano.

Questo unicum non resterà confinato agli anni Novanta. Ciclicamente infatti, date alcune condizioni persistenti e di fondo, la risposta italiana a un mix di fattori più o meno presenti a seconda dei casi (instabilità politica, crisi economica e sociale, inflazione elevata) è stata la carta dei tecnici. Un po’ come se nel quadro politico, la politica non bastasse più.

Ma invece che una risposta antipolitica, che come è ovvio avviene solitamente nella società o in gruppi privati – si guardi l’esempio di M5S e Forza Italia – oggi l’istituzione muove una pedina alternativa, autoritaria ma confortante, sobria ma con un suo specifico carattere.

I governi tecnici in Italia

In principio fu Dini (1995-1996), poi Monti (2011-2013), poi Draghi (2021-…). Tre nomi di alto profilo, tre economisti, tre outsider. Scelti per la loro neutralità, rispettivamente da tre diversi presidenti della Repubblica (Scalfaro, Napolitano e Mattarella), avrebbero dovuto risollevare le sorti del Paese, gettato in acque torbide da tempi bui e circostanze varie. Il giudizio sull’esito sperato spetta ai cittadini non di certo alla nostra trattazione.

Ma comunque, per dirla con il giornalista Michele Santoro, l’utilità dei Governi tecnici è “di far funzionare le cose così come sono”. O meglio, di far quadrare i conti, non di certo di stravolgere progetti economici e sistema sociale in nome di una ideologia o di un partito.

Ma la storia delle crisi italiane non è delimitata all’ultimo trentennio. Anzi. Durante gli anni Settanta, con il terrorismo dilagante, il prezzo dei carburanti in enorme crescita e una crisi sociale profonda, una maggioranza parlamentare solida ed eterogenea era necessaria per la salvezza della democrazia (già a partire dal 1969, con l’esplosione della bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano, trame oscure muovevano fili insoliti tra golpe mal riusciti e terrore diffuso).

Fu l’ora dell’andreottiana “non sfiducia”. Una mossa politica di spessore, che avrebbe garantito al Governo Andreotti III il disinnescarsi dell’opposizione comunista in Parlamento. Questa iniziale neutralità del Partito comunista si trasformò, nel 1978, in “appoggio esterno” al quarto Governo Andreotti, in un voto quindi favorevole alla maggioranza, pur restando fuori dalla compagine dell’esecutivo, blindato da un quadripartito (Dc – Psi – Psdi – Pri) con una costola di ferro laterale volta a sorreggere il tutto.

Era la mattina del 16 marzo 1978. I comunisti votarono la fiducia al Governo. Quella stessa mattina Aldo Moro venne rapito da un commando delle Brigate Rosse. La sua scorta fu trucidata. Fu l’inizio della fine del progetto politico del Compromesso storico, che proprio in quella non scontata fiducia dei comunisti trovava il suo principale atto. Almeno fino ad allora. Il Capo dello Stato all’epoca dei fatti era Giovanni Leone. Affidò l’incarico per la formazione di un Governo unitario e di solidarietà nazionale non a un tecnico, bensì al più politico tra i politici: il chiacchierato Giulio Andreotti. Non di certo quindi una personalità che godeva di una diffusa popolarità positiva. Fu scelto in quanto simbolo.

Un simbolo politico, anima viva della giovane democrazia italiana pronta a rispondere alle difficoltà del tempo. L’istituzione, gli eletti dal popolo si riunivano come non succedeva dal 1945, per far fronte comune e difendere l’impianto democratico della Repubblica. Questa considerazione alta della politica e dei suoi partecipanti attivi oggi non è più fortemente percepibile. La figura del tecnico irrompe in un mondo a lui estraneo per tentare di “riordinare” le cose. E in un certo senso è il jolly unico ormai nelle mani dell’inquilino del Colle.

Come se la politica si fosse liberata di quel peso, di quella responsabilità che la nobilitava, e che la rendeva strumento unico per risolvere le questioni del Paese, dal terrorismo alle crisi economiche, dalle guerre alle violente speculazioni.

Foto in evidenza: By Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99806183

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