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Julian Assange, cosa rischia il fondatore di Wikileaks 

Dalle prove dei danni collaterali americani in Medio Oriente ai casi di spionaggio, breve storia del caso Assange

Sono mesi difficili quelli che Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, sta affrontando. Detenuto nella prigione inglese di Belmarsch – nota anche come la “Guantanamo Britannica” – l’hacker australiano rischia ora di essere estradato negli Stati Uniti e di fronteggiare un processo per la divulgazione di contenuti segreti e la violazione dell’Espionage Act, legge americana del 1917.

Uno scenario che molte personalità cercano da anni di evitare e anche in Italia sembra essersi mosso qualcosa. Poche settimane fa, infatti, circa 120 giuristi – tra magistrati e docenti di diritto in pensione o ancora in servizio – hanno firmato un appello per salvare Assange. Sul documento si legge che l’estradizione “costituirebbe un terribile esempio di soffocamento della libera informazione orientata al disvelamento degli abusi di potere”. 

Chi è Julian Assange?

Julian Assange è nato a Twonsville, nel Queensland, in Australia nel 1971. Dopo un breve periodo di militanza nel gruppo hacker International Subversives, decide di fondare Wikileaks. 

Grazie al contributo di persone specializzate in vari ambiti, dal 2006 la piattaforma si occupa di verificare e pubblicare materiali top secret cifrati, inviati da alcuni “informatori”, con lo scopo di garantire la trasparenza delle istituzioni. Sia le fonti che gli utenti che lavorano a Wikileaks sono protetti dall’anonimato. 

A scatenare l’interesse globale per il sito è stata però, nel 2010, la pubblicazione del video Collateral Murder, in cui si sentono alcuni soldati americani a bordo di un elicottero ridere mentre sono intenti a colpire a morte 18 civili, due dei quali giornalisti della nota agenzia di stampa britannica Reuters. Il filmato, risalente al 2007, era stata condiviso con Assange da Bradley Manning – ora Chelsea Manning, per via del cambio di sesso – analista dell’esercito statunitense durante le missioni americane in Iraq.

Un fermo immagine dal video Collateral Damage | da Wikimedia Commons

Denunciata da un hacker a cui aveva rivelato la diffusione dei file, la violazione è costata a Manning una condanna a 35 anni di carcere da scontare a Quantico, in Virginia. La pena è stata poi commutata dal precedente inquilino della Casa Bianca Barack Obama, che ha permesso all’ex militare di uscire nel 2017.

A pochi mesi di distanza dalla divulgazione del video, Wikileaks è tornata a sconvolgere l’opinione pubblica, prima con la diffusione degli Afghan War Logs, oltre 75.000 documenti segreti sulla guerra in Afghanistan. Attacchi dei Talebani sempre più frequenti, probabile coinvolgimento di Iran e Pakistan e centinaia di vittime civili mai computate: questi sono stati solo alcuni dei dettagli condivisi dall’organizzazione con centinaia di migliaia di cittadini provenienti da tutto il mondo.

Poi, nello stesso anno, un’altra serie di scandali sull’operato militare americano ha colpito gli utenti in rete, in seguito alla pubblicazione dei diari della guerra in Iraq, dove si menzionavano le torture e violenze dirette perpetrate nei confronti di civili durante l’occupazione americana in Iraq, cominciata nel 2003. 

Ma a far tremare l’establishment americano è stato anche il cosiddetto CableGate, ovvero la divulgazione di oltre 250.000 embassy cables: rapporti in gran parte classificati, scambiati tra diplomatici interni al Paese o anche con ambasciate e funzionari esteri.

Dalla richiesta di intervento contro l’Iran da parte dell’Arabia Saudita per reprimere il suo possibile sviluppo di armi nucleari, all’ordine firmato dagli altri vertici del governo statunitense e rivolto ai suoi ambasciatori di spiare Ban Ki-moon – l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite – numerose sono state le storie che, attraverso questi documenti, Wikileaks ha ad oggi contribuito a far conoscere al pubblico.

L’eterna lotta legale 

“L’unica protezione in cui può sperare è quella dell’opinione pubblica moderna” scrive Stefania Maurizi nel suo ultimo libro Il potere segreto: Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks. Collaboratrice e sostenitrice del programmatore australiano, la giornalista ha più volte parlato del lavoro di Assange, ripercorrendone le tappe della sua storia: dagli inizi fino all’incarcerazione.  

Nel 2010, quando molti dei documenti erano già stati condivisi in rete, la Svezia emanò un mandato di arresto per il fondatore di Wikileaks con l’accusa di stupro, molestie e coercizione illegale. L’atto di cattura verrà recepita anche dall’Interpol, trasformando il caso in un interesse europeo.

Nonostante Assange abbia sempre rigettato questi capi d’imputazione, decise di presentarsi negli uffici di Scotland Yard su base volontaria, non sapendo che la Svezia avrebbe chiesto l’estradizione alla Gran Bretagna, probabilmente con l’intenzione di inviare l’hacker negli Stati Uniti, dove sarebbe stato processato per spionaggio.

Perché il governo americano insiste sul trasferimento di Assange

In primis, secondo le autorità, la diffusione di documenti top secret avrebbe messo a rischio la vita di militari e forze dell’ordine, allora impegnati nelle missioni. A dichiararlo è stato anche lo stesso Michael Mullen – ex capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti.

L’ammiraglio della Marina – ormai in pensione – aveva affermato che gli attivisti di Wikileaks avevano “già le mani sporche del sangue di alcuni giovani soldati o di una famiglia afghana”. Una rivelazione che per i sostenitori di Assange suonerebbe più come una distrazione dal reale contenuto dei fascicoli. Ad oggi, infatti, nessuna morte derivata dalla pubblicazione dei documenti è stata ufficialmente verificata. 

Tuttavia, gli Stati Uniti sarebbero spinti anche da altre motivazioni, tra cui quella di una punizione esemplare. Nel 2012 il quotidiano britannico The Guardian riportò che “l’interesse americano nel dissuadere altri a seguire le orme di Wikileaks è ovvio”. Soprattutto considerando che – come riportano i dati più recenti – oltre un milione di persone ha accesso ai documenti top secret americani. 

Persecuzioni da cui Assange tenta di sfuggire da più di un decennio. Prima, attraverso la richiesta di asilo politico all’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove il giornalista è rimasto per sette anni. “Non siamo una colonia britannica” aveva sentenziato il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino nell’accogliere il rifugiato. Con l’arrivo del nuovo Presidente dello Stato sudamericano Lenin Moreno, molte delle promesse fatte ad Assange sono però gradualmente venute meno.

L’applicazione di severe restrizioni – tra cui la mancanza di accesso a Internet e la costante videosorveglianza a cui era sottoposto – non hanno fatto altro che deteriorare la salute psicofisica del programmatore australiano che nel 2019 si è visto infine revocare ufficialmente l’asilo politico. La mattina dell’11 aprile diversi agenti della polizia britannica hanno fatto irruzione nell’ambasciata ecuadoriana e arrestato Assange, portandolo nel carcere in cui si trova ancora oggi in attesa di una sentenza. 

Accusato di 18 reati, il fondatore di Wikileaks rischia di scontare una pena complessiva di 175 anni nell’Adx Florence, in Colorado, una delle prigioni di massima sicurezza in cui sono detenuti noti narcotrafficanti, spie e terroristi.


La High Court britannica – dopo aver respinto l’appello degli avvocati di Assange contro l’estradizione – si sta ora preparando a una nuova sentenza. La moglie del giornalista australiano Stella Assange spera “che la corte europea dei diritti umani si pronunci a suo favore”. 

Foto in evidenza: “Julian Assange” by acidpolly is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Alessandra Neri

Giornalista praticante da sempre appassionata di geopolitica.

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