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Il Kazakistan non guarda più (solo) alla Russia

Il Kazakistan sfrutta la debolezza di Mosca per ritagliarsi nuovi spazi. Ma oltre alla Cina Astana guarda anche a Occidente

Da sempre Paese fondamentale della Csto e importante attore geopolitico del centro Asia, il Kazakistan si muove sempre di più verso l’Occidente, diventando una nuova spina nel fianco per la Russia. La situazione della guerra in Ucraina rappresenta per Astana l’occasione di distaccarsi dallo scomodo vicino per costruirsi un nuovo ruolo strategico.

Il Kazakistan cerca l’indipendenza dalla Russia

Il Kazakistan fu l’ultimo Paese ad abbandonare l’Unione Sovietica, in virtù del grande ruolo strategico che il Paese ebbe nella Federazione. Da base di lancio delle missioni spaziali sovietiche, con il cosmodromo di Baikonur, a poligono nucleare (nella zona di Semipalatinsk) e magazzino dell’arsenale atomico di Mosca, il Kazakistan è sempre stato legato a doppio filo con il proprio vicino e nei primi anni della sua indipendenza non poté esimersi dal proseguire questa strada di collaborazione e aiuto reciproco.

Nonostante questo fattore, Astana si è sempre mostrata tentennante nell’impegnarsi attivamente nella Csto, preferendo mantenere una posizione di “secondo ruolo” rispetto alla posizione russa, evitando anche un diretto coinvolgimento in Siria durante la guerra civile. Il Paese centroasiatico ha mantenuto un ruolo di rilievo nell’offrire terreno di addestramento per le truppe dell’alleanza grazie alla sua conformazione territoriale, senza però sbilanciarsi su interventi fuori dai confini nazionali.

A minare la posizione kazaka nell’alleanza è stata la guerra in Ucraina, ma segni di attrito verso Mosca si ebbero già durante l’intervento Csto in Kazakistan nel gennaio del 2022, protestato dal Parlamento Kazako nonostante l’azione fosse stata richiesta dal Governo kazako stesso, e sia stato organizzato in collaborazione con l’autorità di Astana.


Con l’inizio delle ostilità contro Kiev, il Kazakistan si è da subito distanziato dalle posizioni russe e bielorusse, mantenendo una posizione ambigua e neutra. Questa posizione si è manifestata specialmente sulla questione delle sanzioni: il Kazakistan di fatto ha beneficiato delle misure imposte alla Russia per imporsi come “via alternativa” con la quale Mosca ha potuto aggirare i blocchi imposti dall’Occidente.

Un colpo di rottura è stato provocato dalla volontà del presidente Tokayev che a fine settembre nominò l’ipotesi adeguare il Paese al regime di sanzioni occidentali, di fatto andando a togliere alla Russia la possibilità di far affidamento sul Paese centroasiatico per aggirare il regime sanzionatorio. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, poco dopo, è stata la diffusione di notizie circa l’apertura di un centro per le lingue con lo scopo di includere i kazaki in operazioni anche a guida Nato.

Il distacco dalla Csto rappresenta un trend incalzante nello spazio post-sovietico, se l’Armenia poteva apparire come un caso isolato dettato dalla sua difficile posizione geopolitica, il dubbi kazaki espongono in maniera molto più chiara le criticità dell’alleanza di Mosca.

Non solo il Kazakistan, ma anche il Kirghizistan ha manifestato dubbi sulla propria permanenza nel blocco, con il presidente Sadyr Japarov che si è rifiutato di presenziare all’ultimo meeting della Comunità di Stati Indipendenti a San Pietroburgo, ed ha cancellato la partecipazione del Paese alle ultime esercitazioni congiunte della Csto il giorno prima che queste erano previste.

La riscoperta dell’identità kazaka

Se nei primi anni della propria indipendenza l’appartenenza kazaka alla Csto era dettata anche da una forte eredità demografica derivata dall’Urss, con la minoranza russa che si attestava sul 37% dei cittadini, oggi la situazione è nettamente cambiata. I cittadini etnicamente kazaki che son passati dal 40% ad oltre il 70% e la comunità russa si è ridotta al 18%.

Questo mutamento evidenzia anche la volontà del Paese di “riscoprire” la propria identità, con diverse azioni intraprese in tal senso. Dal cambio dell’alfabeto, dal cirillico al latino, all’eliminazione del russo come lingua ufficiale, Astana lavora da anni all’idea di una “kazakizzazione” del Paese per allontanarsi, più o meno rapidamente, da Mosca.

Proprio sulla questione linguistica il presidente kazako Tokayev ha scelto di battere il ferro, sia apertamente con leggi specifiche per aumentare l’uso della lingua kazaka nel settore pubblico e istituzionale, come quella presentata il mese scorso per aumentare l’uso del kazako nelle trasmissioni radiotelevisive dal 50% al 70%; sia più velatamente, con lo stesso presidente che durante la conferenza stampa successiva all’incontro con il Presidente Putin dello scorso 9 novembre, ha tenuto il proprio intervento in kazako.

Astana guarda a Occidente

È chiaro che il Kazakistan stia puntando ad emanciparsi dallo storico legame con Mosca per avvicinarsi a Washington, senza però distaccarsi al tempo stesso dalla Cina, con cui il Paese coltiva floride ed intense relazioni commerciali.

A spingere per la transizione ovviamente vi sono gli Stati Uniti prima ancora che la Nato, ne è prova il fatto che l’apertura del Centro per le lingue con cui si punta ad integrare la partecipazione kazaka in future operazioni, anche sotto l’egida dell’Alleanza Atlantica, sia stata celebrata alla presenza dell‘Ambasciatore statunitense e non da un rappresentante dell’Alleanza Atlantica.

La proiezione strategica kazaka nel centro Asia è un vero e proprio bottino per l’Alleanza Atlantica, che le darebbe profondità strategica sul fronte più ampio e scoperto della Russia, che la porrebbe in una situazione di semi-accerchiamento con le città più importanti della federazione chiuse tra la Nato e un Kazakistan filo-occidentale.

A ciò si aggiungono anche le relazioni in fase di costruzione tra Astana e l’Unione Europea, con quest’ultima che è diventata la prima entità centroasiatica a concludere e applicare l’Epca (European Partnership and Trade Agreement).

Ulteriore tassello del puzzle geopolitico del Paese è rappresentato dalle relazioni con la Cina. Attualmente maggior partner commerciale del Paese, Pechino rappresenta per Astana un’alternativa più vicina rispetto alla proiezione, almeno nell’immediato, verso l’Occidente.

È importante sottolineare che la presenza della Cina è però vista con dubbio dalla popolazione kazaka, a causa della paura di un’eccessiva influenza da parte cinese e di alcuni progetti infrastrutturali conclusi con un nulla di fatto, tra cui figura il fallimento del piano di riqualificazione della regione transfrontaliera di Khogros, che avrebbe dovuto rendere l’area un hub importante per la commercializzazione delle merci lungo la Nuova Via della Seta.


Nonostante i vantaggi che uno spostamento verso l’Occidente porterebbe all’economia e alla posizione internazionale del Paese, anche qui, come nel caso armeno, la strada è tortuosa e complessa, per non destare eccessivi (oltre che naturali) malumori nel vicino russo e per non abbandonare la collaborazione che il Paese ha con la Cina. L’unica certezza attuale è che Mosca non può più contare su Astana come in precedenza ed il Kazakistan si sta costruendo una strada alternativa.

Foto in evidenza: By Majilis of the Parliament of the Republic of Kazakhstan – https://www.parlam.kz/kk/mazhilis/news-details/id49928/1/1, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=130232081

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