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Come e perchè la Cina corteggia il Medio Oriente
La Cina corteggia il Medio Oriente per consolidare contratti miliardari. L’America guarda i danni delle proprie scelte nella regione.

Tra colpi di cannone e tappeti rossi il 7 dicembre scorso il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping è giunto in Arabia Saudita in quella che potrebbe essere una svolta storica nelle relazioni tra i due Stati. In un momento storico in cui i rapporti tra le nazioni del Golfo e il tradizionale alleato americano sono fortemente deteriorati, il Presidente cinese ritaglia una visita in uno dei paesi più rilevanti dell’area, con lo scopo di rinsaldare i già cospicui legami e, forse, per cominciare a scavare un qualche spazio di manovra a quelle latitudini.

Il fatto che i rapporti tra gli americani e i sauditi siano in una situazione non propriamente idilliaca è ormai chiaro da tempo e le ragioni di tale frizione sono più d’una: dal caso Kashoggi al taglio della produzione di petrolio deciso in sede Opec+, passando per l’ormai defunto Jcpoa voluto dagli americani e fortemente osteggiato dai sauditi. Questo stato di cose avvantaggia la Cina, che vede un rinnovato vigore internazionale del proprio Presidente, impegnato negli ultimi tempi in una serie di riunioni di varia natura in giro per il mondo.

Ma la visita del Leader cinese rischia di far infuriare lo storico alleato iraniano, impegnato fin dalla Rivoluzione del 1978-1979 in una “guerra fredda” con l’Arabia Saudita per il controllo della regione e l’estensione delle rispettive aree d’influenza.  I rapporti tra cinesi e sauditi non sono nuovi ma un allargamento di questa cooperazione a vari dossier più scottanti, quali potrebbero essere quelli relativi alla sicurezza del Golfo, potrebbe finire per innervosire gli iraniani e portare ad un deterioramento dei rapporti che li uniscono al Dragone. Ovviamente, questa prospettiva è ben nota a Pechino.

Mantenere un legame solido con l’Arabia Saudita è però di vitale importanza per il gigante cinese, vista la rilevanza dell’interscambio economico che li unisce: circa 64 miliardi di dollari, quasi sei volte superiore rispetto a quello con l’Iran. Che la Cina scelga consapevolmente di scansarsi dalla sua tradizionale vicinanza all’Iran è pressoché impossibile ma le necessità economiche la spingono verso i più ricchi e rilevanti paesi del Golfo, capaci di garantirle l’approvvigionamento di idrocarburi di cui la sua industria necessita.

Accordi economici, non politici

Nel suo tradizionale stile diplomatico la Cina si presenta a Riyadh come un partner economico totalmente contrario ad interessarsi agli affari interni del proprio interlocutore. Diversamente da come hanno sempre fatto gli States, i cinesi sono interessati quasi esclusivamente ad aspetti di tipo commerciale ed evitano con ardore qualunque accenno a questioni sensibili di politica interna, come per esempio le questioni legate ai diritti. Ovviamente, ciò è dovuto anche al fatto che lo stesso Dragone subisce accuse legate alle medesime questioni e per questo si guarda bene dall’avventurarsi in un campo scivoloso come quello dei diritti umani.

Tuttavia, sembra che la visita di Xi in Arabia Saudita abbia anche uno scopo non propriamente legato alle dinamiche economiche e al commercio: vincere il potente paese mediorientale al suo nascente blocco “revanscista”. La Cina offre infatti agli arabi la possibilità di essere presenti in piattaforme multilaterali svincolate dal controllo degli Stati Uniti, come potrebbero essere per esempio la Shanghai Cooperation Organization e i Brics, entrambe strutture a cui sembra che i sauditi siano interessati ad accedere.

Se i sauditi dovessero in fine entrare in seno alla Sco, fatto comunque difficile vista la quasi contemporanea accettazione dell’Iran, o ai Brics, eventualità decisamente più realistica, la Cina avrebbe vinto uno degli scontri diplomatici più rilevanti contro gli Stati Uniti. Casa Saud ha più volte mostrato di voler aderire a quest’ultimo gruppo, stando a varie dichiarazioni e a quanto riportato dal Presidente sudafricano Ramaphosa.

Portando sempre più nazioni nell’alveo del multipolarismo di matrice cinese, Xi sta creando i presupposti per sfidare l’egemonia a stelle e strisce, ostile a questo tipo di dinamiche, e per provare l’assalto verso una ristrutturazione dell’intero sistema geopolitico internazionale che, ovviamente, avverrebbe a discapito di Washington.

Anche le dichiarazioni dello scorso marzo giunte dai sauditi, che si dicono disposti a farsi pagare in Renminbi le quasi 81 milioni di tonnellate di petrolio che vendono alla Cina, rientrano nel medesimo schema di marginalizzazione del potere americano sulla scena internazionale. Uno dei perni dell’egemonia americana è sempre stato lo strapotere del dollaro e Xi lo sa benissimo. È attaccando il dollaro che si può cominciare a costruire un ordine internazionale diverso da quello attuale ed è proprio nel campo degli idrocarburi che tale attacco è più rilevante, vista la natura stessa di questo settore e la sua centralità strategica.

La Cina va in Medio Oriente, ma con moderazione

L’interesse della Cina verso il Medio Oriente non è certo un fatto nuovo, ma ciò che rende particolarmente rilevante questo viaggio di Xi è la particolare congiuntura storica grazie alla quale, in futuro, la Cina potrebbe diventare l’attore più rilevante nei giochi di potere geopolitici tra le nazioni locali. Ciò è dovuto è più ai tanti errori commessi dalle varie amministrazioni americane negli anni più che ad un talento straordinario in campo diplomatico dei cinesi.

Le avventure in Iraq e Afghanistan, entrambe imprese belliche piuttosto fallimentari, hanno inferto un duro colpo all’immagine e al prestigio degli americani a quelle latitudini e l’attuale politica statunitense, il famoso “pivot to Asia”, rischia di lasciare un vuoto di potere che la Cina potrebbe sfruttare a suo vantaggio. Gli attori locali più rilevanti, dall’Arabia Saudita all’Iran passando per la Turchia, necessitano e necessiteranno di potenti alleati per continuare il loro “grande gioco” per l’egemonia nella regione. Ad oggi gli americani rimangono ancora piuttosto centrali in questa partita, ma il presentimento che questa presenza vada scemando apre le porte a influenze come quella cinese.

Anche nell’ottica della Nuova Via della Seta il Medio Oriente è un perno centrale, specialmente i paesi del Golfo e quelli che affacciano sul mar Rosso, strettoia vitale per il passaggio delle merci e dell’influenza cinese verso quell’Europa che è l’obbiettivo strategico dell’intero piano. Il summit tra gli Stati Arabi e la Cina tenutosi a Riyadh durante il tour di Xi rientra in questo contesto, avendo visto la partecipazione di ben ventuno paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, tra i quali spiccano anche l’Egitto e il Djibouti, fondamentali come Hub della Belt and Road Initiative.

La proposta geopolitica della Cina è chiara: un mondo multipolare in cui la gran parte dei paesi, o per lo meno quelli più rilevanti, possano dire la loro al di fuori degli schemi egemonici che hanno governato il mondo dal secondo dopoguerra ad oggi. Questa proposta è allettante per molte nazioni del Medio Oriente, abituate ad avere ormai da anni a che fare con la preponderante presenza degli americani, molto meno propensi a lasciare eccessive libertà d’azione ai propri alleati.

È ancora presto per dire se e quanto questa visione del mondo possa vincere l’incertezza e i rischi che un tale sistema geopolitico comporterà, ma i viaggi di Xi in giro per il mondo rientrano in un preciso piano volto a consolidare un blocco revanscista che ad oggi è ancora troppo debole per sfidare gli Stati Uniti. Ad ogni modo, perdere il Medio Oriente sarebbe un duro colpo per Washington ed anche di questo fatto sono ben consapevoli i cinesi. Il tour di Xi in Arabia Saudita ne è un esempio chiarissimo e che dovrebbe far riflettere l’Occidente, forse tanto concentrato sull’Asia da rischiare di perder di vista aree del mondo comunque impossibili da trascurare.


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Foto in Evidenza: https://www.fmprc.gov.cn/eng/zxxx_662805/202212/t20221211_10988748.html

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Leonardo Venanzoni

Leonardo Venanzoni

Laureato in "Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale" presso l'Università Internazionale di Roma, mi occupo di affari militari e politici del Medio Oriente. In particolare, mi concentro sulle dinamiche delle milizie attive nella regione e sulle politiche portate avanti dall'Iran. Collaboro con Aliseo fin dalla nascita del giornale.

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