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La Cina veglia sulle elezioni di Taiwan per cercare di influenzare il prossimo Governo

Le elezioni presidenziali a Taiwan del 2024 sono un’occasione per Pechino nell’ottica di riunire l’isola ribelle al continente, ecco quali sono le previsioni di voto 

Il 13 gennaio 2024 gli elettori taiwanesi saranno chiamati alle urne per decidere quale sarà il prossimo Governo a succedere quello della progressista Tsai Ing-Wen, ma l’esito del voto non è del tutto scontato. Si tratta infatti di uno scenario nuovo nel panorama politico di Taiwan: il partito maggioritario – il Partito Democratico Progressista (Dpp) – per la prima volta dopo due mandati consecutivi non ha in tasca la vittoria assicurata. A fargli da concorrenza c’è l’atavico Kuomintang (Kmt) – il partito che ha governato dittatorialmente per quasi quattro decenni fino al 1987 – e un terzo partito del tutto nuovo e inaspettatamente influente: il Partito Popolare di Taiwan (Tpp) di Ko Wen-je.

Chi vincerà le elezioni di Taiwan 2024?

Per il Partito Democratico Progressista si è candidato Lai Ching-te, noto anche come William Lai, nato nel 1959 e figlio di un minatore di carbone. Lai è un ex-medico esperto in lesioni del midollo spinale che però si è dato poi alla vita politica, ricoprendo alcuni ruoli importanti. È stato infatti legislatore per oltre un decennio e un sindaco molto apprezzato di Tainan, una città meridionale di Taiwan. Attualmente ricopre il ruolo di vice-presidente dell’attuale leader Tsai Ing-Wen, ed ha già promesso ai suoi elettori di seguire la sua linea governativa. La postura in politica estera verte su un deciso rifiuto del dialogo con la Repubblica Popolare Cinese (Rpc), rendendo il Dpp di fatto il partito più indipendentista tra i tre in corsa elettorale. Lai si è auto-definito un “operaio pragmatico per l’indipendenza di Taiwan”, a conferma del suo atteggiamento avverso a Pechino. Le recenti pericolose tensioni tra i due soggetti sono frutto di una politica decisa a non lasciar spazio a eventuali future riunificazioni da parte di Taipei. E Pechino ha dimostrato di tutta risposta la sua ostilità con numerose incursioni aeree attorno all’isola di Formosa.

Alla guida del Kuomintang c’è un ex-poliziotto – Hou Yu-ih – che nel 2006 ha ricoperto il ruolo di capo dell’agenzia nazionale di polizia di Taiwan. Nato nel 1957 e figlio di venditori di carne di maiale, si è diplomato presso l’Agenzia Centrale di Polizia e ha conseguito un dottorato in prevenzione e correzione della criminalità. Dopo una lunga carriera politica l’anno scorso ha vinto nuovamente la rielezione a sindaco di New Taipei City (l’agglomerato extraurbano che circonda la capitale). Ha la fama di essere un leader efficiente e pragmatico. Al contrario del suo rivale, Hou è favorevole a un’apertura del dialogo con la Rpc, con l’obiettivo di poter allentare le pericolose tensioni che si sono inasprite particolarmente negli ultimi anni.


Il Kmt è uno dei partiti politici più antichi di Taiwan. È stato fondato nella Cina continentale, per poi essere trasferito sull’isola di Taipei sul quale il suo fondatore, Chiang Kai-Shek, fuggì nel 1949 in seguito alla sconfitta nella guerra civile contro la fazione comunista. Chiang impose un regime autoritario a partito unico fino alla revoca della legge marziale e all’attuazione delle riforme democratiche alla fine degli anni ’80. Pertanto il Kmt ha un passato controverso, ma tutt’oggi rappresenta il principale partito d’opposizione al Dpp.

Come terzo polo a completare il quadro della corsa alla presidenza c’è Ko Wen-je, determinante per la rottura del sistema bipartitico ben consolidato che ha caratterizzato l’isola negli ultimi decenni. Anche lui, come Lai Ching-te, è un medico chirurgo che ha intrapreso in seguito la carriera politica nel 2014 come politico indipendente, divenendo sindaco di Taipei, la capitale. In quella occasione batté il suo concorrente del partito Kmt in maniera schiacciante, pur non avendo alle spalle alcuna esperienza politica. Confermò nuovamente la carica per un totale di due mandati, prestando così servizio sino al 2022. Nel 2019 ha fondato il Partito popolare di Taiwan (Tpp), il quale però a gennaio 2024 non può numericamente vincere le elezioni se non alleandosi con il Kmt. Ko si descrive come un tecnocrate “razionale” e “scientifico”, infatti la sua politica interna si incentra sulla questione energetica e edilizia. Per la politica estera Ko è più vicino alle posizioni di Hou, essendo favorevole a una distensione delle relazioni con Pechino, senza però sottomettersi ad essa.

Sicuramente dal punto di vista degli Stati Uniti d’America, il mantenimento al potere del partito progressista a Taiwan potrebbe essere l’esito più favorevole. Anche se ciò determinasse l’inasprirsi dei rapporti tra Pechino e Taipei e un’instabilità dei commerci nell’area interessata, d’altra parte l’ipotesi che Taiwan stia sotto la guida della Cina continentale potrebbe rappresentare un ostacolo per Washington. La conquista di Taipei da parte di Pechino equivarrebbe a un duro colpo per l’egemonia talassocratica della Casa Bianca, che vedrebbe il suo rivale aumentare la sua proiezione di potenza nell’Oceano Pacifico.

L’andamento delle campagne elettorali e lo zampino della Cina

Il tema centrale su cui orbitano le tre campagne elettorali è la relazione spinosa con la Repubblica Popolare Cinese. In merito a ciò il candidato progressista Lai ha rinunciato ad un eventuale dichiarazione di indipendenza dalla Rpc, precisando che Taiwan è già uno stato sovrano indipendente noto come Repubblica di Cina. In linea con l’attuale presidente Tsai Ing-Wen, Lai rifiuta il cosiddetto Consenso del 1992, concetto coniato a seguito di un incontro a Singapore tra alcuni rappresentanti non ufficiali di Pechino e alcuni del Kmt, che governava Taiwan in quegli anni. Il «Consenso» indica la volontà di ciascuna parte di concordare sul fatto che esiste una sola Cina e che Taiwan fa parte della Cina, ma che ciascuna parte ha la propria visione di cosa sia la Cina. Per il Pcc (Partito Comunista Cinese), è la Repubblica Popolare Cinese; per il Kmt è la Repubblica Cinese.

Il candidato progressista tende quindi al mantenimento dello status quo, atteggiamento con cui è d’accordo una sostanziosa fetta della popolazione taiwanese. Infatti secondo un sondaggio pubblicato da Taipei Times a fine novembre, solo lo 0,7% degli intervistati ha risposto di sostenere l’indipendenza il più presto possibile, mentre l’11,5% sostiene il mantenimento dello status quo mentre si lavora verso l’unificazione. Al contrario, il 35,8% è favorevole al mantenimento dello status quo mentre si lavora verso l’indipendenza e il 44,3% è favorevole al mantenimento per sempre dello status quo.

Dall’altra parte sia Ko Wen-je che Hou Yu-ih sostengono la necessità di un dialogo con la Cina continentale, ai fini di alleviare le pressanti tensioni. Entrambi però prendono le distanze da quella che è l’interpretazione di Pechino di Taiwan, ovvero quella di un paese e due sistemi, sul modello di Hong Kong.


Pechino in tutto ciò non rimane silente, anzi tutt’altro. Come partito politico taiwanese sostiene il Kmt, ovvero la parte più aperta alla Cina continentale. A sostegno di ciò, si può citare l’iniziativa delle autorità cinesi di indire un’indagine fiscale su Foxconn, l’azienda multinazionale appartenente a un quarto ipotetico candidato alle presidenziali, Terry Gou, che avrebbe potuto minare l’alleanza dell’opposizione al partito progressista. Inoltre il Pcc da anni sta conducendo operazioni di manipolazione di massa sui cittadini taiwanesi tramite campagne di comunicazione veicolate sui social media. Nel contesto della guerra ibrida, la psy-war – ovvero la guerra psicologica – gioca un ruolo fondamentale nel minare il bersaglio dall’interno. L’obiettivo è deformare l’identità del popolo di Taiwan, così da attirarlo e convincerlo a una possibile riunificazione politica con la Cina continentale.

In conclusione, secondo dati di Taiwan News il favorito è il progressista Lai, come confermano i continui sondaggi di rilevamento che lo attestano attorno al 35%, seguito da Hou con il 31% e da Ko con il 21%. A Taiwan vige il sistema maggioritario, e ciò comporta il rischio che il partito vincitore non ottenga una maggioranza parlamentare netta, rendendo difficile governare il Paese. Questo scenario è molto probabile nelle prossime elezioni del 2024. Pertanto la vittoria del Dpp probabilmente non sarà schiacciante, dato che le critiche al partito per come ha governato il Paese in questi otto anni non sono poche. Da una parte la base elettorale giovanile si è spostata verso il Tpp di Ko, mentre dall’altra sono pressanti le lamentele per l’inflazione e la mancanza di alloggi nella capitale.

Foto in evidenza: By Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41467840

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