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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

La guerra all’Iran ha svuotato gli arsenali occidentali

La guerra all’Iran ha svuotato gli arsenali occidentali

Le stime del Rusi sui primi 16 giorni di guerra in Iran mostrano il costo del conflitto per gli Usa: arsenali sotto pressione e industrie chiamate a una corsa contro il tempo
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RID

17 Apr, 2026
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17 Apr, 2026

Già dopo i primi giorni dell’operazione Epic fury diversi media e think tank americani avevano sollevato la questione del consumo eccessivo di munizionamento pregiato da parte della Forze armate statunitensi.

Nei giorni scorsi, l’importante Think Tank britannico Royal United Services Institute (Rusi) ha pubblicato un’analisi dettagliata del consumo di missili e altri sistemi d’arma nel contesto della guerra contro l’Iran, relativo ai primi 16 giorni di conflitto.

Il report del Rusi fornisce numeri dettagliati per ogni categoria di missile, basati però su stime modellate tramite strumenti proprietari, senza rivelare i dati sorgente o i criteri di calcolo. Pertanto, lo studio non può essere considerato un consuntivo operativo esaustivo e assoluto, ma consente comunque di apprezzare l’ordine di grandezza del problema.

Il Rusi stima che i primi 16 giorni dell’operazione Epic fury abbiano visto Stati Uniti, Israele e alleati del Golfo impiegare oltre 11 mila fra missili e bombe, fra cui molte centinaia di armi fra le più “pregiate”.

Nel dettaglio, per quanto riguarda il prezioso munizionamento stand-off, il Rusi stima nei primi 16 giorni l’impiego di: oltre 900 Jassm (Joint Air-to-Surface Standoff Missile) e Jassm Er, 535 Tomahawk, oltre a 55 antinave Lrasm (Long Range Anti-Ship Missile), 320 fra Atacms (Army Tactical Missile System)  e Prsm (Precision Strike Missile) per l’Us Army, e 183 Jsow (Joint Standoff Weapon) per l’Us Navy.

A livello “tattico”, il Rusi riporta l’utilizzo di oltre 200 missili anti-radar Harm/Aargm (High-speed Anti-Radiation Missile/Advanced Anti Radiation Guided Missile) e quasi 400 missili Hellfire.

Le bombe impiegate sono invece più di mille, tra cui 320 Gbu-39 Small Diameter Bomb (Sdb) e migliaia di kit guida Jdam (Joint Direct Attack Munition) per bombe Gbu-31/32/38. Gli Stati Uniti hanno inoltre impiegato droni “kamikaze”: il Rusi stima almeno 520 droni d’attacco Lucas (Low-cost Unmanned Combat Attack System).

Il nodo degli intercettori

Sono numeri senza dubbio imponenti, ma le “vere” preoccupazioni riguardano i missili intercettori: sempre il Rusi stima che gli Stati Uniti abbiano impiegato 198 missili Talon (delle batterie Thaad), 402 Patriot (Pac-2 e Pac-3), 431 Standard (Sm-2, Sm-3, Sm-6) lanciati da unità navali e 204 missili aria-aria fra Amraam e Sidewinder.

Sempre per le stime Rusi, questi dati (che, lo ricordiamo, si riferiscono ai soli primi 16 giorni, e sono dunque già “vecchi”) rappresentano un consumo del 17,24% dello stock di missili Standard dell’Us Navy, oltre 16% per i Patriot, ma soprattutto quasi 40% dello stock Thaad.

A questi si aggiungono gli intercettori utilizzati da Israele e dai paesi del Golfo.

Per il Rusi, i 122 intercettori Arrow 2/3 impiegati da Israele nei primi 16 giorni rappresentano l’81% dello stock esistente pre-guerra, e lo Stato ebraico avrebbe anche consumato oltre il 54% dello stock di missili Stunner per le batterie David’s Sling (135 lanciati su 280 in stock) e il 18% degli intercettori Tamir per le batterie Iron Dome (563 su 3 mila disponibili).

I Paesi del Golfo avrebbero invece impiegato nei primi 16 giorni il 60% degli intercettori Talon (Thaad) disponibili (120 lanci su 200 in stock) e oltre il 32% dei missili Patriot (1.285 sparati su 4 mila).

Per Israele e per i Paesi del Golfo, lo svuotamento dei depositi è quindi una prospettiva ben più reale ed immediata, ma a differenza degli Stati Uniti essi non hanno grandi preoccupazioni al di fuori dell’Iran: non hanno, nello specifico, un teatro del Pacifico su cui doversi concentrare.

Per questo motivo, non è un caso che negli Stati Uniti si guardi già ad un sostanzioso pacchetto (fino a 200 miliardi) di spesa per coprire i costi di guerra e la ricostituzione degli stock.

L’Iron Dome israeliano, responsabile dell’intercettazione di minacce a corto raggio

Ricostituire gli arsenali: costi, tempi e limiti industriali

La richiesta della Casa Bianca per il budget del Pentagono per il 2027, presentata il 3 aprile, ammonta a 1,5 miliardi superando ogni record precedente per spesa ed ambizioni e i programmi per le munizioni saranno centrali. Ovviamente, il problema non è solo economico, ma anche e soprattutto di capacità produttiva.

In tale contesto, sono stati già conclusi pre-accordi “framework” con le varie industrie per aumentare le capacità produttive per vari sistemi strategici.

Per esempio per l’Sm-6 si punta a produrre fino a 500 missili l’anno entro il Fy 2030, un ulteriore aumento rispetto all’obiettivo fissato con il precedente contratto Multi-Year (2024-2028) che prevede il progressivo passaggio dai 125 Aur (All Up Round, ovvero il missile intero assemblato)  l’anno nel Fy 2024 a 300 Aur l’anno a partire dal FY 2028.

In termini di ordini effettivamente in lavorazione, il budget 2024 aveva originariamente incluso 78 Sm-6, elevati a 108 con fondi supplementari dell’Israel Security Supplemental Appropriations Act, 2024 (per rimpiazzare armi impiegate a sostegno di Israele nelle precedenti fasi del conflitto). Per il FY 2025, 79 elevati a 103. Nel budget 2026, 139 inclusi i missili finanziati con i fondi “di riconciliazione”.

Nel gennaio scorso, Lockheed Martin e Pentagono si sono accordati su un piano di crescita che in 7 anni dovrebbe vedere la capacità di produzione annuale per il Patriot Pac-3 Mse passare da 600 a 2 mila missili, ma è chiaro che le pressioni rimangono: i Paesi del Golfo e l’Ucraina hanno “fame” di Patriot e accontentare tutti è impossibile, tanto che la Svizzera si è già vista comunicare che le consegne dei suoi Patriot avverranno in ritardo, causa priorità accordata agli acquisiti per l’Ucraina (sostenuti da fondi europei). 

La crisi nel Golfo aggiunge ulteriore urgenza

Per il Thaad la situazione è se possibile ancora più critica: il recente accordo con Lockheed Martin ha l’obiettivo di portare la capacità di produzione annuale dagli appena 96 dei tempi recenti fino a 400 missili e c’è da aspettarsi una forte domanda sia dai Paesi del Golfo che già lo impiegano e devono rifornirsi, sia dal Qatar che ne considera l’acquisizione nel prossimo futuro.

Bisogna inoltre sempre tenere conto del fatto che fra ordini e consegne passano anni. Per l’Sm-6, il ciclo di acquisizione dura circa 36 mesi, per fare un esempio. Gli ordini piazzati con il budget 2027, quindi, si tradurranno in effettive consegne soltanto verso il 2030: nel frattempo, la ricostituzione degli stock dipende dalle consegne degli ordini, meno consistenti, del passato. 

La situazione per le armi offensive è meno preoccupante, in generale, perché gli stock sono più profondi e la capacità produttiva generalmente più alta. Per il Tomahawk si punta già a portare la capacità di produzione a mille missili l’anno, ma nell’immediato lo stock risulterà significativamente ridimensionato semplicemente perché negli ultimi anni gli Stati Uniti ne hanno ordinati pochi.

L’export (Australia, Giappone, Olanda) ha colmato i buchi e tenuto impegnata una linea di produzione che attorno al 2020 rischiava addirittura di chiudere, ma gli ultimi budget americani hanno incluso generalmente poche decine di Tomahawk l’anno, per Us Army (batterie Typhon) e Usmc (che ha poi abbandonato i piani per batterie proprie, passando i suoi missili all’Esercito).

L’Us Navy ha ordinato zero nuovi Tomahawk negli ultimi anni, salvo vedersi aggiunti 20 Tlam nel 2025 con l’Israel Security Supplemental Appropriations Act, 2024 e 57 nel budget 2026 via Reconciliation. Questa situazione dovrà necessariamente cambiare con il budget 2027, con un ordine sostanzioso.

Inoltre, una preoccupazione più che reale riguarda “l’inflazione” a cui si va ora incontro a fronte di una massiccia domanda, di un’economia globale in sofferenza e di un fabbisogno di “terre rare” e altri materiali pregiati sul cui prezzo la Cina ha grande potere.

Rusi nota che il consumo di “26 miliardi di dollari in munizioni” potrebbe risultare in un costo di rimpiazzo di quasi 50 miliardi, un grosso problema non solo per gli Stati Uniti ma a cascata per tutte le Forze armate occidentali che tentano oggi di ripianare con urgenza ad anni di economie pregresse che hanno lasciato scorte insufficienti.

L’approvvigionamento di materiali chiave (gallio, elementi chimici per batterie, composti “energetici”, ecc.) e la dipendenza da pochi stabilimenti sono colli di bottiglia con cui fare i conti.

Gli Stati Uniti stanno investendo per ampliare la base industriale e trovare nuovi fornitori per componenti, motori razzo ecc., ma la scarsità di materie prime, e il loro costo crescente, è un problema di più difficile soluzione.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/bb/Patriot_PAC-2_Launcher_Display_at_Hukou_Camp_Ground_Close_up_20140329.jpg; immagini presenti nell’articolo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:RamatDavid_020517_Iron_Dome_01.jpg

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Questo contenuto è frutto della collaborazione tra Aliseo e Rivista Italiana Difesa ed è tratto dall'uscita settimanale Risk&Strategy Weekly

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