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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La guerra ombra di Israele tra Iraq e Iran
Israele sta conducendo, con una serie di raid mirati a fabbriche di armi e strutture militari, una guerra "ombra" contro Iran e Iraq

«Israele non ha scelto di fare questa guerra (nella striscia di Gaza), ma continueremo a combattere fino a quando dovremo. L’Iran non gode di immunità in alcun luogo. Israele agisce e agirà ovunque sia necessario». Con queste parole, proclamate in una conferenza stampa a Kiev il 20 agosto 2022, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rispondeva ai vari giornalisti che gli chiedevano se ci fosse la mano di Israele dietro il raid che aveva colpito una struttura militare a nord di Baghdad.

L’obiettivo era un deposito di armi affiliato alle Unità di mobilitazione popolare (Pmu, Popular Mobilization Units), forze paramilitari legate all’Iran e confluite poi nell’esercito iracheno verso la fine di luglio scorso. Le prime ricostruzioni da parte delle autorità irachene avevano parlato di «combustione spontanea», ma subito dopo avevano ammesso implicitamente che si trattava di un atto ostile proveniente dall’esterno, puntando il dito contro lo stato ebraico. 

Israele, con l’appoggio logistico da parte degli Stati Uniti (alleati fin dal 1949), avrebbe introdotto dei suoi droni in Azerbaigian in modo che effettuassero attacchi direttamente in territorio iracheno. L’attribuzione della responsabilità dell’attacco a Tel Aviv è poi gradualmente diventata la posizione ufficiale, in particolare dopo che il New York Times ha confermato, citando fonti di intelligence locali e occidentali, che dietro le operazioni in Iraq ci fosse proprio Israele.

Inoltre, poco più di un mese prima, il 19 luglio 2022, c’era stato un altro attacco sempre a una base del Pmu in Iraq effettuato però dai cacciabombardieri stealth F-35 in dotazione all’aeronautica israeliana, che è diventata un potenziale punto di svolta negli equilibri strategici e geopolitici in Medio Oriente. 

Formalmente Israele non effettuava attacchi aerei in Iraq dal 1981, quando nelle operazioni Babilonia l’aviazione di Tel Aviv distrusse il reattore nucleare iracheno Osiraq. Per lo Stato ebraico è prassi consolidata colpire obiettivi filo-Teheran in Siria, Libano e Striscia di Gaza, ma le ultime operazioni in territorio iracheno sembrerebbero una novità di non poco rilievo. Infatti, questo allargamento in Iraq arrivava in un contesto già di per sé teso.

Da un lato la visita del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif al G7 di Biarritz del 2019 aveva lasciato uno spiraglio di speranza per una ripresa del dialogo USA-Iran per quanto riguarda il Jcpoa (accordo sul nucleare da cui l’amministrazione Trump ha deciso di uscire nel 2018); dall’altra la conclusione dei lavori senza una vera svolta ha fortemente ridimensionato le aspettative. 

La guerra ombra tra Israele e Iran

Il conflitto fra Usa e Iran, nel quale lo Stato ebraico sembra essere come una mina vagante, si gioca per lo più sui campi di battaglia che per via diplomatica. E di questo si è avuto prova il 25 agosto 2022, in Libano, dove un drone è precipitato e un altro esploso nella Daieh, la roccaforte di Hezbollah nella periferia di Beirut a maggioranza sciita. L’obiettivo dell’incursione, naturalmente, era proprio il movimento alleato di Teheran. In quell’occasione il presidente del Libano Michel Aoun, non esitò a parlare di «una dichiarazione di guerra» da parte di Israele. 

Gli attacchi contro Hezbollah e strutture legate ai Pasdaran iraniani (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) in Siria, Libano e Iraq contengono un messaggio ben preciso sia verso Teheran sia verso Stati Uniti e Russia: «Agire ovunque sia necessario», parole pronunciate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. 

A distanza di mesi la situazione non cambia. Fra il 28 e 29 gennaio 2023 un attacco di droni si è abbattuto contro la fabbrica di armi a nord di Isfahan, nell’Iran centrale, a circa quattrocento chilometri a sud di Teheran. Il Blitz non ha causato vittime e i droni sono stati distrutti ma è sicuramente un indicatore della tensione che permea tutt’oggi la questione del nucleare iraniano. Nessuno sembra aver rivendicato le esplosioni ma Teheran insieme alla stampa statunitense vede la mano del Mossad, i servizi segreti esterni israeliani.  

L’operazione militare è stata realizzata utilizzando tre droni che hanno colpito una fabbrica di armi accanto all’Iran Space Research Center, struttura sanzionata dagli Stati Uniti per essere collegata al programma di missili balistici iraniani. Sempre il 29 gennaio il capo di una milizia filoiraniana è stato ucciso nella Siria orientale nel corso di un raid aereo contro un convoglio di autocarri delle milizie sciite sotto il controllo dei pasdaran che probabilmente trasportava armi dall’Iraq. 

L’attacco ad Isfahan è stato commentato anche dal ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir – Abdollahian, il quale ha dichiarato come queste azioni non possano «influenzare la determinazione e l’intento dei nostri esperti di fare progressi sul nucleare in modo pacifico». 

Se nelle ultime settimana non si sono registrati progressi iraniani sul programma nucleare, al tempo stesso permangono le critiche sulle forniture di droni (e forse missili) alla Russia, utilizzati per attaccare obiettivi in Ucraina. Di fatto il premier israeliano dopo il blitz, ha riconfermato «la partecipazione attiva dell’Iran» negli attacchi contro «civili innocenti ucraini». Collegamento rilanciato dal consigliere presidenziale ucraino Mykhaiko Podolyak in un post su Twitter in cui scrive «L’Ucraina vi aveva avvertiti» irritando Teheran. Da qui subito le critiche da Mosca, che quale ribadisce «conseguenze imprevedibili per la pace e la stabilità del Medio Oriente».  

L’attacco dei droni che ha colpito Iran è solo l’ultimo di una seria di episodi che hanno coinvolto la Repubblica islamica e che sono riconducibili a una guerra definita “ombra”. Da moltissimo tempo i due Paesi, Iran e Israele, cercano con tutti i mezzi disponibili di colpire l’avversario nel modo più cruento possibile per contendersi l’influenza del Medio Oriente e per limitarsi l’un l’altro. 

Nonostante l’alleanza con Washington, non è difficile immaginare che Israele decida in autonomia alcune delle sue operazioni più delicate, specie quando si tratta di colpire il territorio o gli interessi iraniani. Queste pressioni arrivano in un momento molto delicato per l’Iran: un Paese dove dallo scorso settembre 2022 le condanne a morte, per proteste contro lo Stato, sono all’ordine del giorno. Per fare solo alcuni nomi, si possono ricordare i casi di Arshia Takdastan, Javad Rouhi e Mehdi Mohammadifard condannati a dicembre alla pena capitale per essere colpevoli di «inimicizia contro Dio» e «corruzione sulla terra». Oltre che dalla condanna della repressione dei manifestanti, Israele e Usa sono però accomunati da un altro, ben più concreto, interesse: che Teheran non si doti di un’arma nucleare.

Foto in evidenza: “IDF Air Force Display” by Israel Defense Forces is licensed under CC BY-NC 2.0.

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Carlo Avesani

Carlo Avesani

Studente dell'Università degli Studi di Roma 3, nato a Rimini e residente a Roma. Ho sostenuto la Maturità Classica e al momento sto conseguendo la laurea triennale in Scienze Politiche con il curriculum Relazioni Internazionali. Appassionato di politica e storia, in particolare quella del Medio Oriente. Collaboro con Aliseo per crescere e migliorare nel campo del giornalismo geopolitico.

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