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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

La mediazione come arma di potere: la nuova strategia dei Paesi del Golfo

La mediazione come arma di potere: la nuova strategia dei Paesi del Golfo

Dal conflitto alla diplomazia: come le potenze del Golfo stanno trasformando la mediazione in uno strumento di influenza e leadership regionale

Negli ultimi anni, la realtร  internazionale รจ diventata sempre piรน conflittuale e caotica. Prima fra tutte la regione del Medio Oriente, che ha visto lโ€™apertura di svariati fronti di guerra e colpi di scena improvvisi.

Tel Aviv e Washington hanno attaccato i siti nucleari iraniani, gli Houthi hanno minacciato la libertร  di transito nello stretto di Bab el-Mandeb e le forze antiregime siriane hanno abbattuto la dittatura di Bashar al-Assad, per fare accenno ai piรน importanti.

Questa destabilizzazione ha spinto grandi potenze come gli Stati Uniti e attori regionali come Arabia Saudita, Turchia ed Egitto a cercare un dialogo che portasse a una cessazione delle ostilitร  fra Israele e Hamas. Tuttavia, conciliare le due parti in conflitto non รจ mai stata unโ€™impresa facile, dunque รจ stato richiesto un lungo e complicato processo diplomatico.

Negli ultimi anni, la mediazione รจ diventata un elemento centrale nei conflitti contemporanei, e il ruolo di mediatore ha acquisito uno status di riconoscimento e prestigio internazionale. Lโ€™intermediazione nelle trattative ha dimostrato di poter portare diversi vantaggi.

Primo su tutti, essa offre maggiore voce internazionale e un ruolo di primo piano a livello regionale. In secondo luogo, permette di costruire relazioni privilegiate con gli attori coinvolti e di esercitare unโ€™influenza in aree strategiche lontane e difficilmente accessibili.

Il Medio Oriente come nuovo centro di mediazione internazionale

I Paesi della regione si sono dimostrati particolarmente abili nel portare avanti le trattative di pace nelle varie crisi regionali ed extraregionali, nonostante la loro complessitร . Esempi possono essere gli accordi di Doha del 2020 fra gli Stati Uniti e i talebani per il graduale ritiro dallโ€™Afghanistan, quelli in Oman del maggio 2025 per la sospensione degli attacchi degli Houthi alle navi commerciali nello stretto di Bab el-Mandeb o i negoziati che hanno portato alla pace di Sharm el-Sheikh.

Attori come il Qatar, lโ€™Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a distinguersi nello scenario internazionale come mediatori sicuri e affidabili. Ciรฒ รจ dovuto a elementi che riescono a favorire la riuscita dei negoziati. Tra questi, la vicinanza politica e geografica ai conflitti in questione e le radici culturali che legano i Paesi mediatori con quelli coinvolti nelle ostilitร .

I Paesi che ospitano i negoziati, infatti, riescono a comprendere il fattore etnico-religioso allโ€™interno delle ostilitร  e la necessitร  di conciliare gli interessi del potere centrale con quelli delle tribรน locali che ne fanno parte e degli attori non-statuali interni per raggiungere accordi duraturi.

Una tecnica di mediazione piรน flessibile รจ presente giร  da millenni nella tradizione del โ€œแนฃulแธฅโ€. Tale processo non รจ fondato sulla legge scritta, ma sui rapporti personali fra le parti e sulla fiducia nel mediatore per arrivare a unโ€™intesa. Le trattative, dunque, non si basano su un approccio legalistico come in Europa, ma sullโ€™intermediazione allโ€™interno dei tessuti sociali e fra i loro interessi sia locali che nazionali.

Inoltre, nellโ€™efficienza delle mediazioni hanno inciso anche i rapporti di equilibrio diplomatico dei Paesi arabi. La capacitร  di rimanere in buone relazioni bilaterali con tutte le potenze internazionali ha permesso loro di diventare ottimi intermediari e, di conseguenza, anche mediatori affidabili e imparziali. Questo, insieme a una particolare discrezionalitร  e riservatezza nei rapporti, ha portato a una rilevanza di alcuni attori mediorientali come negoziatori.

Negli ultimi anni diversi Paesi della regione hanno cercato di inserirsi in alcune trattative di pace e hanno sviluppato nuove strutture di intermediazione e dialogo. Un esempio รจ la Riyadh International Disputes Week (Ridw). L’evento annuale รจ nato nel 2024 nella capitale saudita per riunire governi, imprenditori e associazioni locali per la risoluzione di controversie internazionali e la cooperazione diplomatica nellโ€™area del Medio Oriente e del Nord Africa.

Negli ultimi anni, diversi Stati hanno anche firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sugli Accordi Internazionali Derivanti dalla Mediazione (piรน nota come โ€œConvenzione di Singaporeโ€) del 2018. Fra questi, ci sono Iran, Israele, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, anche se per ora solo sauditi e qatarioti lโ€™hanno ratificata ufficialmente.

Nel frattempo, sono stati rivalorizzati diversi centri di intermediazione, come il Centro Globale di Abu Dhabiย (Adgm), il Centro Arbitrale Internazionale di Dubai (Diac) e il Centro di Arbitrato Commerciale dellโ€™Oman (Oac).

Qatar: il Paese della mediazione mediorientale

Il Qatar รจ lโ€™esempio piรน chiaro dei vantaggi della mediazione. Fino agli anni Novanta, era soltanto un piccolo Stato al centro del Golfo, poco considerato a livello internazionale e vassallo de facto dell’Arabia Saudita. Dopo il colpo di Stato del 1995, orchestrato dal principe ereditario Hamad bin Khalifa Al Thani ai danni del padre, Doha si รจ immessa in pochi anni nella scena internazionale, per sviluppare una politica estera piรน risoluta e distanziarsi dall’influenza saudita.

Forte di una fitta rete diplomatica e di una ricchezza quasi illimitata derivante dai giacimenti di idrocarburi, dai primi anni Duemila il Qatar iniziรฒ a guardare con interesse allโ€™ambito della mediazione internazionale. Lentamente, giunsero i primi successi, gestendo i negoziati fra governo libanese ed Hezbollah nella crisi politica libanese del 2008 e fra Israele e Hamas per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit (trattative che sarebbero terminate solo cinque anni dopo).

In seguito, arrivarono occasioni di maggiore portata, come le trattative per una pace in Yemen e quelle per un accordo fra Stati Uniti e talebani per il ritiro dallโ€™Afghanistan. Anche negli ultimi anni, Doha รจ rimasta al centro dellโ€™attenzione internazionale, per i difficili negoziati fra Israele e Hamas e fra Russia e Ucraina. Washington ha sfruttato le abilitร  del gruppo diplomatico qatariota anche nel dialogo di distensione fra Repubblica Democratica del Congo e Rwanda, culminato nellโ€™accordo di pace firmato infine alla Casa Bianca.

Grazie alla mediazione, il Qatar รจ riuscito a compensare le sue ridotte dimensioni e a rafforzare il suo riconoscimento internazionale, modificando gli equilibri di potere nel Golfo a proprio favore. Infatti, il piccolo emirato era risultato fortemente indebolito dalle operazioni di isolamento operate da diversi attori regionali (su tutti Riyad e Abu Dhabi) nel 2014 e dal 2017 al 2021, per cui aveva dovuto poggiare sul sostegno turco e iraniano per resistere.

Al contrario, i processi di mediazione โ€“ uniti ai campionati mondiali di calcio del 2022 โ€“ hanno offerto ampia visibilitร  al Qatar, riuscendo cosรฌ a ricevere maggiore legittimitร  come Stato e assicurarsi un sostegno da parte delle grandi potenze, che hanno visto nellโ€™emirato un possibile alleato strategico nel Golfo. Non a caso, nel 2022 Doha ha ricevuto lo status di โ€œmajor non-Nato allyโ€ dagli Stati Uniti, ricavandone benefici come la partecipazione a progetti di ricerca e lโ€™acquisto di sistemi dโ€™arma avanzati.

La gestione dei negoziati รจ diventata il pilastro centrale della politica estera qatariota, e lโ€™emiro Tamim sembra intenzionato a seguire la strada tracciata dal padre, per rendere Doha uno dei principali centri di dialogo internazionale.

Tamim bin Hamad Al Thani, Emiro del Qatar

La mediazione nella lotta per la leadership regionale

Di fronte alla necessitร  di placare le tensioni crescenti in Medio Oriente, la mediazione รจ diventata un elemento di primaria importanza nella strategia estera delle potenze della regione. Essa si รจ dimostrata non solo uno strumento per garantire la stabilitร  regionale โ€” condizione essenziale per lo sviluppo economico e il commercio internazionale โ€”, ma anche un mezzo efficace per accrescere il proprio status e il proprio ruolo negli equilibri dellโ€™area. Dunque, le capacitร  di condurre al dialogo le parti in conflitto e di favorire soluzioni negoziate sono ormai una prova concreta del peso politico di uno Stato.

Mediare con successo significa dimostrare di saper gestire le crisi regionali, di essere un attore affidabile e indispensabile. In questo senso, riportare stabilitร  e pace in Medio Oriente non รจ soltanto un obiettivo politico, ma un modo per affermare leadership ed egemonia nella rivalitร  regionale.

Per questo motivo, la mediazione รจ divenuta un vero e proprio campo di competizione fra gli attori piรน ambiziosi della regione. Accanto ai complessi giochi di alleanze, alle rivalitร  strategiche e alle guerre per procura, la possibilitร  di ingraziarsi le grandi potenze e di acquisire prestigio e credibilitร  come Paese โ€œpacificatoreโ€ del Medio Oriente rappresenta oggi uno dei premi piรน ambiti.

Diversi Paesi hanno abbandonato una politica estera piรน aggressiva, basata sullโ€™hard power, per passare a una piรน sottile, utilizzando strumenti come la diplomazia e la mediazione. Per esempio, lโ€™Arabia Saudita, dopo le operazioni fallimentari contro gli Houthi, ha modificato la propria agenda a favore di una gestione diplomatica delle crisi. In pochi anni, ha normalizzato le relazioni con Iran e Yemen, cercando di raggiungere la leadership regionale con mezzi pacifici, ma parimenti efficaci.

Chiaramente, vi sono casi in cui anche i Paesi impegnati, direttamente o indirettamente, in un conflitto ricercano un ruolo da mediatori. Lโ€™esempio piรน lampante รจ il Sudan. Dallโ€™inizio della guerra, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si sono offerti come possibili negoziatori per il cessate-il-fuoco.

Tuttavia, i due regni operano su fronti opposti, supportando le due fazioni opposte con finanziamenti e forniture dโ€™armi. Pertanto, le proposte emiratine e saudite di mediare in Sudan sono date dallโ€™interesse di manipolare le trattative a favore del proprio schieramento, nella speranza di indebolire il fronte rivale.

Di fronte a una realtร  sempre piรน caotica e multipolare, attori come Doha, Riyad e Abu Dhabi sono riusciti a trasformare il ruolo di mediatore in uno status di primo piano, generando un capitale politico da investire nella competizione regionale.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fd/Arab_Strategy_Forum_2018.jpg; immagini presenti nell’articolo: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Emir_of_Qatar,Feb._19,_2025(cropped).jpg

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Matteo Faini

Matteo Faini

Appassionato da anni di geopolitica, futuro studente di Scienze Internazionali presso l'Universitร  Statale di Milano. Utilizzo un approccio di analisi basato sul realismo e sulla complessitร  degli scenari e degli attori, partendo sia dalla politica estera che da quella interna. Le mie analisi si concentrano sulle aree mediterranea e mediorientale, con un focus particolare sulla Turchia.

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