La mattina del 5 agosto 2026, unità armate delle Puntland Security Forces (Psf) hanno attaccato un campo militare situato nei pressi dell’aeroporto di Galkayo, nel centro-nord della Somalia.
L’operazione si è conclusa con la presa di controllo della base da parte delle forze del Puntland e il ripiegamento delle unità allineate al governo federale di Mogadiscio.
Lo scontro rappresenta un’ulteriore frattura nei rapporti tra Mogadiscio e Garowe, in un contesto di crescente instabilità politica alimentato dalle riforme costituzionali promosse dal presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud.
L’episodio evidenzia ancora una volta le fragilità del sistema federale somalo, che rischiano di tradursi in maggiori spazi di manovra per il gruppo jihadista al-Shabaab.
Le tensioni tra il governo centrale e l’amministrazione del Puntland risalgono alla nascita della regione autonoma nel 1998. A differenza del Somaliland, che rivendica l’indipendenza dalla Somalia, il Puntland ha storicamente sostenuto un modello federalista all’interno dello Stato somalo.
Tuttavia, nel 2024 Garowe ha cessato di riconoscerne l’autorità, aggravando ulteriormente la frattura con Mogadiscio.
Sebbene i rapporti tra le due entità siano stati caratterizzati da dispute ricorrenti, il confronto ha assunto un’intensità maggiore nell’ultimo decennio.
Con il ritorno alla presidenza di Hassan Sheikh Mohamud nel 2022, le accuse di accentramento del potere rivolte a Mogadiscio hanno aggravato la contrapposizione con il presidente del Puntland, Said Abdullahi Deni, principale sostenitore delle prerogative degli Stati federati.
Le manovre espansionistiche di al-Shabaab
Nel corso del 2025, il gruppo terroristico al-Shabaab è riuscito a riprendere il controllo territoriale in aree che il governo centrale era precedentemente riuscito a porre sotto la propria giurisdizione, cancellando parte dei progressi ottenuti negli anni precedenti.
In particolare, al-Shabaab sembra aver intensificato gli attacchi contro aree strategiche, utili al rifornimento di armamenti, veicoli militari e personale combattente.
La capacità offensiva di al-Shabaab dipende da una pluralità di fattori. Se da un lato il gruppo continua a beneficiare delle difficoltà incontrate dal governo federale nel consolidare i territori riconquistati e delle divisioni che persistono tra Mogadiscio e alcune amministrazioni regionali, dall’altro può ancora contare su una struttura militare tutt’altro che marginale.
Nonostante quasi due decenni di operazioni di contrasto sostenute da attori somali, regionali e internazionali, le stime più accreditate attribuiscono infatti al movimento tra i 7 mila e i 12 mila combattenti, una consistenza che gli consente di assorbire le perdite subite sul campo e mantenere un’elevata capacità operativa.
Un fronte secondario si è aperto di recente coinvolgendo il territorio kenyota negli attacchi di al-Shabaab e ampliando così il raggio d’azione del gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda.
Nell’analisi pubblicata da Acled il 3 agosto 2026 viene evidenziato il recente aumento delle attività del gruppo nelle contee kenyote di Mandera, Garissa, Wajir e Lamu, fenomeno che l’organizzazione collega alla crescente pressione militare esercitata contro al-Shabaab oltre il confine, in territorio somalo.
L’analisi prende avvio da un episodio avvenuto il 28 luglio 2026 nell’area della diga di Wantey, dove militanti di al-Shabaab hanno teso un’imboscata agli agenti dello Special Operations Group della polizia kenyota, causando la morte di cinque membri delle forze di sicurezza e il ferimento di numerosi altri agenti.
Includendo tale attacco nel conteggio complessivo delle operazioni militari, Acled registra almeno 25 episodi di violenza politica riconducibili ad al-Shabaab nelle regioni di confine del Kenya tra giugno e luglio 2026.
Nello stesso periodo si registrano circa 50 operazioni offensive contro il gruppo jihadista, condotte principalmente dalle forze del Jubaland, uno degli stati federati somali, e dalle unità speciali somale Danab.
Secondo Acled, questa pressione militare avrebbe spinto combattenti e comandanti di al-Shabaab verso il confine kenyota nel tentativo di sfuggire alle offensive dell’esercito somalo, contribuendo a trasformare il Kenya nord-orientale in un vero e proprio fronte secondario del conflitto.
Il riarmo di Mogadiscio e i suoi limiti
Il rafforzamento delle capacità militari del governo federale rappresenta un altro elemento centrale nel delicato equilibrio della sicurezza somala.
La risoluzione n. 2714, adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 1° dicembre 2023, ha rimosso l’embargo generale sulle forniture di armi e materiale militare alla Somalia, introdotto nel 1992 dopo il collasso del regime di Mohamed Siad Barre e progressivamente modificato negli anni successivi.
Nei confronti di al-Shabaab, invece, l’Onu ha contestualmente istituito un embargo specifico attraverso la risoluzione n. 2713.
La decisione è giunta in risposta alle richieste avanzate da Mogadiscio, che considerava il rafforzamento delle proprie capacità militari un passaggio necessario per contrastare al-Shabaab, impegnato dal 2006 in un’insurrezione volta a rovesciare il governo centrale e a instaurare un sistema politico fondato su una rigida interpretazione della shariʿa, la legge islamica.
Sebbene la misura fosse finalizzata a rafforzare le istituzioni federali nella lotta contro il jihadismo, essa ha avuto implicazioni anche sul delicato equilibrio dei rapporti tra Mogadiscio e alcune amministrazioni regionali.
La revoca dell’embargo riguardava infatti il governo della Repubblica Federale di Somalia, accrescendo le preoccupazioni del Puntland rispetto al progressivo rafforzamento militare del centro.
In questo contesto si inseriscono le accuse rivolte da Garowe a Mogadiscio di trasferire uomini e armamenti nei territori contesi, accuse che il presidente del Puntland Said Abdullahi Deni ha utilizzato per motivare l’intervento delle forze regionali contro il campo di Galkayo nell’agosto 2026.
Internazionalizzazione del conflitto
Le dinamiche del conflitto somalo si intrecciano inoltre sempre più con gli interessi di attori esterni. Da un lato, Mogadiscio continua a rafforzare la cooperazione militare con la Turchia, protagonista negli ultimi anni di numerosi programmi di addestramento destinati alle Forze armate somale, e la Cina, che negli ultimi mesi ha ribadito il proprio sostegno alla stabilità e al rafforzamento delle istituzioni somale.
Dall’altro lato, la ricerca di nuovi equilibri regionali continua ad alimentare tensioni politiche e diplomatiche. Ne è un esempio il deterioramento dei rapporti tra Somalia ed Emirati Arabi Uniti, culminato nel gennaio 2026 con l’annullamento da parte di Mogadiscio degli accordi di cooperazione in materia di sicurezza, Difesa e gestione portuale.
Nello stesso quadro si inserisce il rafforzamento della cooperazione tra gli Stati Uniti e il Puntland: all’inizio di agosto 2026 Washington e Garowe hanno siglato un accordo per ampliare la presenza militare statunitense a Bosaso, con l’obiettivo di sostenere le operazioni di contrasto al terrorismo e rafforzare la sicurezza marittima nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
L’accordo assume un peso particolare perché arriva mentre Mogadiscio e Garowe continuano a contendersi competenze e prerogative nel settore della sicurezza, mostrando come la crescente presenza di attori esterni si inserisca in una struttura statale già profondamente frammentata.
Sempre rimanendo sul piano internazionale, il 26 dicembre 2025 si è aperta una nuova fase nella già fragile questione dell’integrità territoriale della federazione somala. In questa data, infatti, Israele ha annunciato il riconoscimento de jure della Repubblica del Somaliland, convertendo lo Stato Ebraico nell’unico Paese membro Onu a sancirne il riconoscimento formale.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono inoltre le segnalazioni relative a un possibile rafforzamento dei rapporti tra al-Shabaab e il movimento yemenita degli Houthi, soprattutto sul piano logistico e del trasferimento di armamenti.
La natura e la portata di questa cooperazione rimangono tuttavia difficili da determinare con precisione, mentre i contatti tra i due gruppi sembrano indicare la possibilità di una collaborazione pragmatica nonostante le profonde divergenze ideologiche.
Pur provenendo da tradizioni religiose e politiche profondamente diverse, al-Shabaab e Houthi avrebbero quindi sviluppato forme di cooperazione circoscritte a interessi operativi e logistici.
Per il gruppo jihadista somalo, eventuali canali di questo tipo potrebbero rappresentare un’opportunità per diversificare le proprie capacità di approvvigionamento; per gli Houthi, la collaborazione con attori presenti sul versante africano del Golfo di Aden potrebbe invece offrire ulteriori possibilità di proiezione regionale.
Si tratta tuttavia di dinamiche ancora in evoluzione, la cui portata strategica resta difficile da valutare.
A quasi vent’anni dall’inizio dell’insurrezione jihadista, la principale forza di al-Shabaab non sembra risiedere nelle sue capacità militari, ma nelle divisioni che continuano ad attraversare la Somalia.
Gli scontri tra Mogadiscio e Garowe, le tensioni con gli attori regionali e il crescente coinvolgimento delle potenze esterne mostrano come il conflitto somalo sia ormai molto più di una semplice guerra contro il terrorismo.
Finché il governo federale e le amministrazioni regionali continueranno a percepirsi reciprocamente come rivali, al-Shabaab potrà continuare a sfruttare tali fratture per mantenere la propria rilevanza politica e militare nel Corno d’Africa.
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