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La rivoluzione del M5S e il futuro dei populismi

Il fenomeno populista è prossimo alla sua fine o alla sua palingenesi? La rivoluzione del movimento cinque stelle ci aiuta a trovare una risposta, insieme all’analisi delle congiunture presenti e future.

Rivoluzione è un termine dal duplice significato: nel senso comune indica “stravolgimento”, “cambiamento”, mentre il suo etimo (revolutio -onis) recita “ritorno”. Ritorno a una situazione antecedente un suo stravolgimento. Ritorno, nel caso del movimento cinque stelle, a quell’identità anti-sistema, gradualmente perduta durante la parentesi governista. La svolta del movimento pentastellato, all’insegna della transfuga di Luigi Di Maio, dei nove punti di Conte e della scelta di staccarsi dalla maggioranza di governo, è una rivoluzione nel senso etimologico del termine.

L’esperienza al governo è sistematicamente un disastro per i partiti che impregnano la loro campagna elettorale di retorica pura, promesse irrealizzabili e populismo. Il consenso verso il M5S, entrato in parlamento nel 2018 con il 32% dei voti, si aggira oggi intorno al 10%. Non è stata tanto l’incapacità istituzionale a dichiararne la crisi, quanto l’abbandono del loro radicalismo populista.

Governare comporta scendere a compromessi, responsabilizzarsi, comprendere le istituzioni e i limiti da non poter superare, soprattutto, per l’Italia, in ambito di politica estera. Così Di Maio, (ex)alfiere di un movimento con simpatie sinologiche e incertezze atlantiste, si scopre patriota statunitense, portando la mano al cuore durante la sfilata dei marines a Villa Taverna. Così Di Battista, elemento tra i più radicali nel partito, decide di lasciarsi alle spalle l’esperienza nel movimento, dopo l’appoggio di quest’ultimo al governo Draghi.

Il M5S non ha perso solamente un neonato atlantista e un grillino ortodosso, ma gran parte dell’elettorato più radicale e intransigente, sordo agli appelli di unità nazionale e collaborazionismo. Elettori sempre più estranei alle logiche di governo, apparentemente stanchi del frammentato scenario politico italiano, ingovernabile e indisciplinato. Così la crisi del M5S ha determinato la crescita di un altro partito populista, rimasto all’opposizione durante tutto l’arco della XVIII legislatura, quindi in campagna elettorale permanente: Fratelli d’Italia. Entrata in parlamento nel 2018 con il 4,3%, oggi il partito di Giorgia Meloni registra negli ultimi sondaggi il 23%.

Sebbene il destino del M5S sembri scritto, a cercare di risollevarne le sorti è Giuseppe Conte. Invertire la rotta può avvenire in un solo modo: il ritorno – revolutio – al suo radicalismo, alla sua identità anti sistema. Anche se ormai l’esperienza governista ha intaccato irrimediabilmente l’immagine del partito, la scelta di Conte è stata premiata. Con l’apertura della crisi di governo il M5S ha registrato un +0,6 nei sondaggi. Anche Di Battista è tornato a esprimersi positivamente sul movimento dopo la decisione di conte, e le parole di Beppe Grillo sono state emblematiche: “il movimento cinque stelle sta facendo il movimento cinque stelle”. 

Le crisi alla radice dei populismi

Le citate vicissitudini politiche mettono in luce due aspetti: 1) è pur vero che i programmi elettorali non sono fatti per governare, ma per vincere le elezioni, tuttavia mantenere una linea politica e comunicativa estremamente populista porta inevitabilmente a un suo cambio radicale una volta al governo, con conseguenze disastrose sui consensi. Salvo non si faccia opposizione anche stando al governo: il caso della Lega nel governo Conte I, dove il Carroccio, perennemente critico nei confronti degli alleati di governo, esplose nei sondaggi e, dopo la crisi di governo, Salvini chiese agli Italiani “pieni poteri”.

Il caso della Lega è però diverso da quello del M5S, essendo un partito di vecchia data e ben radicato nel Nord-Italia. 2) La crisi di un partito populista non è la crisi del fenomeno populista nel suo complesso (vedi la crescita di FdI). Il populismo non nasce con la creazione di un partito definitosi tale, ma dalla predisposizione del popolo alle sue logiche e alle sue dinamiche.

La stagione del populismo appare ancora lunga se teniamo conto dei fattori che lo alimentano. Nel breve saggio di Paolo Graziano: “Neopopulismi”, vengono spiegati i motivi alla base del loro successo. I fattori scatenanti sono, banalmente, le crisi. Nella loro accezione economica, politica e culturale causano profondi sentimenti d’insoddisfazione, incertezza e insicurezza. L’autore ne indica tre, tutte portatrici di gravi instabilità: la grande recessione del 2008 (crisi economica), la crisi migratoria (crisi culturale) e, come conseguenza dell’incapacità della politica di far fronte alle prime due, la disaffezione e la sfiducia verso quest’ultima (crisi politica). Queste sono state le tre crisi che hanno aperto le porte alla prima ondata populista. Si può dire che il loro effetto si sia già esaurito, o sia prossimo a farlo?

Appare un’affermazione lapalissiana, ma è dalla comparsa del covid-19 che siamo entrati in una nuova stagione di crisi, indiscutibilmente peggiore di quella passata. La prospettiva economica è forse la peggiore: la pandemia ha letteralmente fermato l’economia globale, dopo i primi segnali di ripresa è subentrata la crisi Ucraina, insieme ai primi evidenti effetti dell’inflazione e all’aumento dei prezzi energetici. Lo scenario di una stagnazione secolare, come preconizzava Lawrence Summers al fondo monetario internazionale nel 2013 e che oggi appare più evidente dalla generale crisi del sistema internazionale, è un prospetto più concreto che astratto.

Anche la crisi culturale, che Paolo Graziani identifica con la crisi migratoria e la messa in discussione dei valori e delle tradizioni di una nazione, sembra avallata dagli scenari presenti e futuri. La guerra in Ucraina ha portato in Italia 63.104 profughi, numeri destinati ad aumentare. Anche gli sbarchi sulle coste italiane nel 2022 sono aumentati rispetto agli anni appena precedenti. Lo scenario maggiormente preoccupante riguarda però la crescita demografica del continente africano nel prossimo futuro, insieme al miglioramento delle sue condizioni socio-economiche. Si registra che nel 2050 la popolazione dell’Africa subsahariana conterà all’incirca 2,3 miliardi di persone, a dispetto delle 1,1 miliardi attuali. Crescita demografica ed economica insieme significano solo una cosa: migration hump

Un migrante, affinché possa compiere un’emigrazione di successo, necessità di risorse economiche, soprattutto se il viaggio è lungo e impervio, come lo sono le rotte africane. In uno Stato estremamente povero, pochi individui hanno le risorse necessarie per emigrare. Spesso una famiglia raccoglie tutti i suoi risparmi allo scopo di far emigrare con successo anche un solo membro, che farà poi da ponte con la madre patria.

Questo fenomeno, oltre a smontare la retorica dell’ ”aiutiamoli a casa loro”, è realmente ciò che ci aspetta nel prossimo futuro. La stagnante crescita demografica italiana e il futuro arrivo di milioni di allogeni, scombussolerà le basi della società e acuirà i conflitti già in corso, soprattutto se l’Italia si continuerà a dimostrare incapace di mettere in atto un serio programma d’integrazione. Questo scenario non fa altro che giovare ai partiti populisti, soprattutto a quelli che fanno della battaglia all’immigrazione il loro cavallo di battaglia. 

Le due crisi appena discusse non contengono tutti i presupposti del successo populista. Il M5S ha saputo sfruttare con grande acume la crisi politica italiana, inalberando il vessillo dell’apoliticità (né di dx, né di sx) e della perenne critica alle vecchie e corrotte classi dirigenti. Il sistema politico italiano è un corpo malato e il virus populista ha attecchito facilmente, arrivando a governare con consensi senza eguali in tutta Europa. 

Le crisi economica e culturale sono esogene e, per quanto complesse, se affrontate con solerzia da una classe dirigente capace e responsabile, non contribuirebbero decisivamente alla crescita dei populismi. Rimane la crescente disaffezione verso la politica il problema maggiore, la causa endogena che persiste ormai da decenni e che potrebbe portarci verso una cesura netta tra politica e società civile, con tutte le conseguenze del caso. Senza una classe politica adatta, che non si costruisce in un giorno, che proponga idee concrete e compia quelle riforme strutturali che l’inveterata e impenitente Italia aspetta da anni, i populismi avranno sempre modo di esistere e di prosperare.

Foto in evidenza: “Llegada de Giuseppe Conte, primer ministro de Italia” by G20 Argentina is licensed under CC BY 2.0.

Michele Ditto

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Attento ai fenomeni e alle tendenze politiche, che interpreto anche attraverso lo strumento della scrittura giornalistica. Lettore ostinato, oltremodo curioso e convinto che l'Italia necessiti di un'informazione seria e approfondita.

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