La crisi dell’approvvigionamento di alluminio che colpisce il nostro continente nel 2026, ultima di una serie storica nel corso degli ultimi vent’anni, rivela una volta di più come la sicurezza della filiera non risieda tanto nelle capacità installate, nelle riserve a magazzino o nei contratti pluriennali, quanto nella supervisione fisica di pochi punti di snodo, il cui controllo in larga parte non si trova più in mani europee.
L’industria italiana ha mantenuto, e per molti versi sviluppato, una capacità di lavorazione a valle che la colloca tra i principali poli continentali nell’estrusione, nella laminazione e nel riciclo secondario; ha invece progressivamente perso il presidio della produzione primaria, sotto la pressione congiunta di costi energetici strutturalmente non competitivi, della disciplina europea sugli aiuti di Stato e di un’assenza prolungata di politica industriale dedicata.
Il prezzo di questa asimmetria, rimasto a lungo invisibile, diventa leggibile quando un singolo canale si chiude e l’intera architettura redistribuisce la pressione su nodi logistici e produttivi che non erano stati dimensionati per assorbirla.
Nel bimestre aprile-maggio 2026, le quotazioni dell’alluminio al London Metal Exchange si sono mosse in una forbice tra i 3.480 e i 3.676 dollari per tonnellata, con un incremento su base annua prossimo al 45%.
Le proiezioni del Cru Group, presentate al World Aluminium Summit di Londra, indicavano per l’anno un deficit globale di 1,4 milioni di tonnellate, con scenari previsionali che collocano il superamento dei 4 mila dollari nel terzo trimestre e un picco oltre i 4.100 nel secondo trimestre 2027.
A giugno si è tuttavia registrata una correzione significativa: le quotazioni sono scese fino a circa 3.180-3.200 dollari per tonnellata, con un ribasso mensile superiore al 14%. Il calo è stato determinato principalmente dallo sgonfiamento del premio per il rischio geopolitico legato alle tensioni in Medio Oriente, dopo i segnali di distensione nei colloqui tra Stati Uniti e Iran e le prospettive di relativa normalizzazione delle esportazioni dal Golfo.
Si tratta di un aggiustamento di breve termine di natura prevalentemente speculativa, che non modifica il quadro di deficit strutturale di fondo delineato dal Cru. La marcata volatilità osservata nelle ultime settimane conferma peraltro la tesi di fondo: la dipendenza europea da pochi canali di approvvigionamento extra-Ue rende il sistema particolarmente esposto a oscillazioni improvvise, anche quando queste derivano da fattori temporanei.
Nel caso italiano questa fragilità si manifesta in forma particolarmente acuta. Il Paese ha progressivamente perso il controllo della produzione primaria di alluminio e oggi dipende quasi interamente da flussi di importazione esteri.
Portovesme, il declino del principale polo italiano dell’alluminio
L’unico sito ancora potenzialmente in grado di produrre alluminio primario rimane quello di Portovesme, nel Sulcis, anche se presenta importanti nodi irrisolti.
Il distretto industriale di Portovesme, strutturato tra fine anni Sessanta e primi anni Settanta, è stato per decenni il principale presidio fisico italiano per il controllo della filiera dei metalli non ferrosi, integrando la produzione di allumina da bauxite (Eurallumina), quella di alluminio primario (ex Alcoa, rilevata nel 2018 dal gruppo svizzero Sider Alloys con partecipazione di Invitalia al 20,33%) e la metallurgia di piombo e zinco (Portovesme Srl, gruppo Glencore).
La sequenza di disattivazione che lo ha investito si è dispiegata su tempi lunghi e secondo cause distinte: Eurallumina ha interrotto la produzione nel marzo 2009 per la crisi globale e l’insostenibilità dei costi dell’olio combustibile; lo smelter Alcoa, l’impianto di produzione primaria, è stato fermato nel marzo 2012 e spento definitivamente a novembre, con i dipendenti passati in mobilità nel 2014; la cessione a Sider Alloys nel 2018, pur accompagnata da un accordo energetico con Enel firmato nel luglio 2020 (cinque anni più altri cinque, a 49,24 euro per megawattora), non ha condotto al riavvio della produzione primaria.
Più recentemente, Portovesme Srl ha sospeso la linea piombo nel 2023 e la linea zinco nel dicembre 2024, in risposta a condizioni di mercato e di costo che, nelle scelte di allocazione di un gruppo multinazionale, rendono prevalente la convenienza relativa tra i diversi siti produttivi: una decisione che ha aperto uno stallo strutturale sul piano occupazionale e dell’indotto.
Sul piano energetico la centrale Enel Grazia Deledda, originariamente destinata alla dismissione entro il 31 dicembre 2025 nel contesto del processo nazionale di decarbonizzazione, continua a operare quale impianto essenziale per la sicurezza del sistema elettrico sardo.
Il rinvio al 2038 dell’uscita italiana dal carbone, introdotto nel 2026 con il Decreto Bollette per fronteggiare i rischi di nuove crisi energetiche, consolida questo ruolo, mentre il regime di essenzialità definito da Arera assicura il pieno reintegro dei costi fino al completamento del Tyrrhenian Link; il progetto di riconversione a gas resta privo di esecutività.
In questo quadro si inserisce lo stanziamento di 9,6 milioni di euro, richiesto dall’Agenzia del Demanio (custode dello stabilimento dal luglio 2023) e annunciato come orientamento positivo del Ministero dell’Economia e delle Finanze al tavolo Mimit del 10 dicembre 2025, destinato a sei mesi di continuità per Eurallumina. Una misura che tuttavia sconta i complessi tempi di implementazione contabile e amministrativa del bilancio pubblico.
Il quadro italiano segue una traiettoria peculiare rispetto ad altri contesti europei (come Irlanda o Svezia), dove i flussi di allumina di Rusal operano regolarmente: nel maggio 2023 il Comitato di Sicurezza Finanziaria del Mef ha disposto il congelamento del patrimonio di Eurallumina per la riconducibilità della catena di controllo a Oleg Deripaska, affidandone la custodia, appunto, al Demanio.
La conseguente carenza di liquidità, unita all’indisponibilità della proprietà a iniettare capitali in un attivo congelato, ha bloccato un potenziale piano di rilancio da 300 milioni di euro.
Il ripristino operativo di uno smelter primario fermo dal 2012 richiede, oltre alla disponibilità energetica, tempi tecnici tra i tre e i cinque anni e investimenti dell’ordine delle centinaia di milioni di euro, perché il fermo prolungato di una linea di elettrolisi comporta la solidificazione del metallo nelle celle e il danneggiamento strutturale degli impianti.
Il caso Sider Alloys è istruttivo: pur in presenza dell’accordo di fornitura energetica con Enel, il revamping (l’ammodernamento degli impianti) sconta il disallineamento temporale tra le procedure autorizzative nazionali (bonifiche, istruttoria Sace relativa a un finanziamento da 320 milioni) e l’estrema volatilità dei mercati internazionali.
La principale criticità per la reintegrazione del polo risiede nella natura del suo assetto di controllo proprietario. Se Portovesme Srl opera secondo le normali logiche di ottimizzazione di un gruppo multinazionale integrato, per cui ogni sito compete internamente per i capitali, Sider Alloys presenta una struttura patrimoniale asimmetrica rispetto agli investimenti necessari, nonostante la partecipazione di Invitalia.
L’allocazione di risorse pubbliche in costanza di tale assetto configura un dilemma strategico per lo Stato, chiamato a conciliare la tutela di un attivo industriale interno con il fatto che le sue leve di controllo proprietario risiedono in larga parte fuori dal perimetro nazionale.
Le scelte strategiche per la filiera italiana dell’alluminio
Le linee d’azione disponibili si articolano lungo tre direttrici. La prima, sul modello già adottato per Acciaierie d’Italia, prevede l’ingresso diretto dello Stato o di veicoli pubblici nel capitale, opzione che dovrebbe peraltro misurarsi con i vincoli stringenti della disciplina europea sugli aiuti di Stato.
La seconda subordina sussidi energetici e autorizzazioni ambientali al trasferimento del controllo societario verso operatori integrati nel perimetro economico nazionale o europeo.
La terza accetta formalmente il finanziamento pubblico di attivi controllati da soggetti esteri, giustificandolo sulla base della tutela strategica della filiera a valle.
A queste si affianca una quarta opzione, storicamente prevalente, legata a una gestione conservativa dell’esistente, con il rischio di una progressiva marginalizzazione tecnologica del territorio e della dispersione del capitale umano.
Il caso Portovesme, più che un’anomalia locale, è l’indicatore strutturale di una difficoltà più ampia della politica industriale italiana nel contesto della frammentazione globale del 2026.
L’esistenza di infrastrutture fisiche, competenze residue e piani cartolari di rilancio non basta a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti in assenza di un allineamento tra disponibilità energetica a costi competitivi, certezza regolatoria e controllo strategico della proprietà.
Il tavolo Mimit dell’11 giugno 2026, dedicato alla vertenza Portovesme Srl, ha offerto una conferma indiretta di questa lettura.
Anziché una decisione sulla produzione primaria, ne è emersa la riqualificazione del sito come polo per il riciclo e la raffinazione delle materie prime critiche, attraverso il progetto litio-black mass (il recupero della cosiddetta massa nera dalle batterie esauste) inserito nel quadro del Critical Raw Materials Act: una prospettiva industrialmente seria, ma i cui orizzonti di mercato le stesse organizzazioni sindacali collocano oltre il 2030, a fronte di tempi autorizzativi e di bonifica che restano misurati in anni e di un nodo energetico tuttora irrisolto.
Il dato più rivelatore è arrivato pochi giorni dopo, quando la prospettiva di mantenere la centrale Grazia Deledda in riserva fredda fino al 2038, spenta ma sussidiata, ha mostrato in che forma concreta si presenti la gestione conservativa: non l’azzeramento dei costi, ma il loro consolidamento in assenza di una scelta industriale.
La finestra per compiere quella scelta, e non soltanto per rinviarla, resta aperta; ma ogni mese trascorso a presidiarla senza decidere ne accresce il prezzo e ne erode la reversibilità.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0b/Portovesme.jpg
