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L’Afghanistan conteso tra Cina e Russia

L'isolamento dell'emirato di Kabul lo spinge tra le braccia dell'Orso e del Dragone

Da quando, ormai più di un anno fa, i Taliban hanno ripreso il possesso dell’Afghanistan a seguito del rocambolesco ritiro americano, l’Emirato Islamico ha vissuto un isolamento diplomatico e politico molto simile a quello della sua prima esperienza di governo. Nonostante i tentativi dei Talebani volti a riappacificarsi con l’Occidente e dimostrarsi diversi rispetto al passato, le porte diplomatiche ed economiche del mondo occidentale sono rimaste sbarrate. I vari governi europei e gli Stati Uniti hanno sempre mostrato scarsa volontà di raggiungere un accordo con gli Studenti pashtun, lasciando il paese in un limbo che ne ha annientato l’economia.

L’unico canale di contatto con l’Occidente è, e resterà nel prevedibile futuro, quello degli aiuti umanitari, che comunque non riescono a sopperire da soli all’enorme crisi economica e sociale in cui versa il paese. È normale quindi che il governo di Kabul abbia da tempo deciso di puntare il suo sguardo verso altre terre, verso più compiacenti interlocutori. Fin dai primi giorni della “riconquista” talebana ci sono stati fitti contatti tra questi ultimi e la Cina, preoccupata com’era da un possibile fenomeno imitativo di stampo islamico radicale nella sua regione dello Xinjiang. Una delle prime ambasciate a riaprire nel paese fu proprio. quella cinese, insieme ovviamente a quella turca e a quella qatariota.

Oltre alla Cina e agli “alleati” storici, i Taliban hanno anche guardato ai propri vicini cercando contatti con tutte le nazioni dell’Asia Centrale, in primis con l’Uzbekistan, da cui dipende larga parte dell’approvvigionamento energetico nel nord del paese. Tuttavia, mancavano accordi in grado di rilanciare l’economia interna, da cinquant’anni fossilizzata e sottosviluppata a causa dei continui conflitti e dell’instabilità endemica.

Con il bando alla coltivazione di oppiacei nel paese, imposto paradossalmente dallo stesso movimento che da quel traffico ha tratto una fonte importante del proprio sostentamento, si è ulteriormente impoverita una popolazione rurale che per decenni ha fatto del business della droga la principale entrata economica.

L’Occidente non ha mai risposto alle richieste di apertura del governo di Kabul, arrivando a congelare i beni del paese depositati, non proprio volontariamente, nelle banche americane. Dopo più di un anno, ormai i Taliban abbiano rinunciato all’idea di un riavvicinamento e stanno tentando di tessere una rete alternativa di accordi con tutti quei paesi che potremmo definire “non allineati” alla politica occidentale: con il vicino Iran con cui sono fittissimi gli scambi a causa del continuo flusso di profughi in fuga dal paese; con la Russia in cerca di nuovi mercati per le proprie merci e che potrebbe diventare, paradossalmente, un attore vitale in Afghanistan. Dopo quarant’anni i russi tornano tra le montagne del “cimitero degli imperi”.

Nuovo ordine geopolitico in centro-Asia

Il 27 settembre scorso il governo talebano ha siglato un accordo provvisorio con Mosca per il rifornimento di cereali, gas e prodotti a base di petrolio che dovrebbe aiutare il paese a stabilizzare la sua fornitura energetica, piuttosto altalenante in alcune regioni, e a porre quantomeno un limite alla profonda crisi alimentare della sua popolazione. L’accordo prevede l’invio di 500.000 tonnellate di Gas liquefatto e circa due milioni di tonnellate di grano all’anno. Il Cremlino si è quindi inserito in Afghanistan offrendo ai Taliban tutto ciò di cui ad oggi necessitano maggiormente, di fatto legittimando il governo degli Studenti e aprendo uno spiraglio per possibili future collaborazioni tra i due paesi.

L’arrivo delle merci russe in Afghanistan serve un doppio scopo per la Russia: trovare una valvola di sfogo per il suo commercio estero ormai strangolato ad Ovest dalle sanzioni e riproiettare la sua influenza geopolitica in un’area del mondo drammaticamente vitale per la Federazione e che rischia di venir inglobata in toto dalla vicina Cina. È ovvio che, per quanto riguarda il primo punto, esportare merci in un paese come l’Afghanistan non è neanche lontanamente conveniente quanto il farlo in Occidente ma la situazione geopolitica post-Guerra in Ucraina non permette alla Russia di farsi troppi scrupoli nella scelta dei propri partner economici. Per quanto riguarda invece la proiezione d’influenza la situazione appare più complessa vista la vicinanza ormai consolidata tra Cina e Afghanistan.

Subito dopo la vittoria dei Talebani il gigante cinese ha cercato in tutti i modi di mostrarsi come la potenza garante della risoluzione pacifica delle problematiche inerenti al nuovo governo afghano, ospitando una proficua serie di meeting, in Qatar e nel Xinjiang, in cui vennero invitati tutti gli attori rilevanti dello scacchiere centroasiatico.

Se questi meeting siano stati utili oppure no è presto per dirlo, tuttavia resta molto rilevante la scelta di Pechino di porsi come arbitro delle varie dispute della regione. In questo senso l’iniziativa ha sicuramente funzionato, al di là dei successi materiali degli incontri. Senza dubbio prima o poi la Cina vorrà trarre i frutti da questo suo gesto conciliante nei confronti dei Talebani e questo potrebbe soffiar via il paese da sotto il naso dei russi.

Oltre alle iniziative diplomatiche, che sono venute anche dalle parti del Cremlino, resta l’aspetto culturale e immaginario della popolazione afghana: i russi non godono, visti i trascorsi tra i due paesi, di buona fama tra la popolazione. Al contrario i cinesi, eccezion fatta per la questione uigura che potrebbe avere una certa risonanza in alcune zone dell’Afghanistan, godono del privilegio di essere una figura neutra nella storia del paese. In un contesto come quello afghano non essere odiati per eventi passati è già di per sé una conquista notevole. Sicuramente dalle parti di Pechino non si lasceranno sfuggire l’allettante possibilità d’inserire un’altra perla nella loro lunga lista di paesi “quasi vassalli”, magari sfruttando la già consolidata trappola del debito.

Il Great Game Asiatico 2.0

L’Afghanistan è difficilmente un paese rilevante sotto qualsiasi punto di vista, sia esso economico, politico o geopolitico. Non ha molte risorse cruciali, nonostante i nuovi progetti finanziati dalla Turchia per potenziare le miniere del paese. Non ha una popolazione particolarmente numerosa né una potenza politica da esercitare sui suoi vicini. Non dispone nemmeno di forze armate particolarmente temibili. Eppure, fin dal secolo scorso è stato un perno centrale di qualsiasi politica d’espansione volta al controllo della “Fortezza del Mondo”, l’Heartland di cui già parlò il grande Mackinder. Un secolo e mezzo fa a contendersene il controllo furono la Russia Zarista e l’Impero britannico, ad oggi sono il morente “impero” russo e il Dragone cinese.

La competizione tra le due potenze sembra a prima vista essere impari: dove i russi annaspano per rimaner attaccati alle vestigia di un passato più glorioso del presente mentre i cinesi sono in piena ascesa e probabilmente indirizzati verso uno scontro diretto con gli Stati Uniti per l’egemonia. Tuttavia, l’Afghanistan ha saputo bloccare imperi ben più grandi e ben più temibili di quello cinese. I russi lo hanno imparato, ripetutamente, a loro spese. I cinesi ancora devono provare sulla loro pelle cosa riservino le montagne afghane a chiunque cerchi di imporvi la propria autorità. Ad oggi il tentativo di controllare il paese, economicamente o politicamente, giova al governo di Kabul isolato e messo alle strette. Ma a Mosca così come a Pechino dovrebbero far attenzione affinché questo stato di cose non muti nel prossimo futuro.

Foto in evidenza: “Kabul, Afghanistan” by Defence Images is licensed under CC BY-NC 2.0.

Leonardo Venanzoni

Sono nato a Roma nel lontano '97. Ho studiato al Liceo Classico e mi sono laureato in "Scienze per l'investigazione e la sicurezza" e sono in procinto di laurearmi alla magistrale sempre nello stesso settore. Mi occupo di Medio Oriente, di qualsiasi cosa sia un'arma, specialmente se viaggia sul mare, e di intelligence. Collaboro con Aliseo perché credo che l'informazione contemporanea pecchi di superficialità e che qualcuno debba pur produrre qualcosa di valido.

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