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Libia, il vuoto italiano e l’avanzata turca

Libia, il vuoto italiano e l’avanzata turca

Basi militari, proiezione marittima e influenza politica: come Ankara ha consolidato la propria presenza in Libia sfruttando il vuoto strategico lasciato da Roma

Il Mediterraneo è un grande spazio interoceanico, e a dividerlo vi è il canale di Sicilia, stretto fra l’omonima isola e la costa nordafricana. Nessuna nave può transitare da un estremo all’altro del Mediterraneo senza passarvisi, dunque il controllo di questo choke point è cruciale per determinare gli equilibri di potenza nella regione. Dominare entrambe le rive significa essere garanti della viabilità della tratta che collega Oceano Indiano e Atlantico, dunque una delle rotte più importanti al mondo.

Anche per questo motivo, nel 1911 l’Italia si era avventurata nella colonizzazione della Libia. Roma aveva capito l’importanza di approfondire la propria influenza sulla cosiddetta “Quarta sponda”, in modo da divenire ponte per l’Africa e cancello di passaggio da una parte all’altra del Mediterraneo.

Tale imperativo è rimasto nei decenni al centro della strategia dell’Italia, che ha dato sempre una certa priorità ai rapporti con lo Stato libico. Tuttavia, negli ultimi anni, il relativo disinteresse per lo scenario nordafricano ha spostato lo sguardo verso altri fronti, ledendo l’ascendente di Roma sul governo di Tripoli e sulla gestione strategica del canale.

Questo ha lasciato spazio libero a un altro attore che nutre crescente interesse nella regione: la Turchia. Indirizzata verso una svolta talassocratica – dettata dalla dottrina della Patria Blu (Mavi Vatan) –, Ankara ha colto quanto potesse rivelarsi profittevole un’eventuale presenza sulle coste libiche, assumendo un valore altamente strategico per il futuro della nazione anatolica.

Da un lato, la Libia offre la possibilità di estendere il proprio raggio di proiezione marittima verso il Mediterraneo centrale, minacciando il rivale francese nella competizione per l’ex mare nostrum e minando le posizioni di Mosca, Il Cairo e Abu Dhabi – tutti sostenitori del feldmaresciallo dell’Esercito Nazionale Libico (Lna), Khalīfa Ḥaftar – nel bacino mediterraneo.

Dall’altro, può divenire la base di partenza per il corridoio logistico che dovrebbe legare Ankara all’Oceano Indiano attraverso la discussa base in Somalia e a quello Atlantico attraverso la crescente influenza sul Senegal. La Libia, dunque, è sia avamposto costiero per il controllo del Mediterraneo, sia postazione terrestre per inserirsi in Africa e andare alla caccia di uno sbocco sugli oceani, passando per il Sahel.

La Turchia è diventata primo partner del Governo di Accordo Nazionale (Gna) del primo ministro ad interim Abdul Dbeibeh, salvandolo all’ultimo dall’offensiva dell’Lna di Ḥaftar nel 2019 e garantendone la protezione negli anni successivi. Senza la certezza del supporto turco – esemplificato dalle forniture dei letali droni Bayraktar TB2 e Akıncı –, la Tripolitania sarebbe stata attaccata di nuovo e, probabilmente, conquistata dalle forze della Cirenaica; dunque, il Gna dipende dall’aiuto anatolico.

In questo modo, Ankara si è fatta principale sponsor del governo di Tripoli, ricevendo, in cambio di droni e supporto militare, concessioni di basi e il tanto ambito collegamento delle Zee turca e libica, che rafforza le rivendicazioni contro Grecia e Repubblica di Cipro ed estende la proiezione marittima della Turchia.

Chiaramente, però, non sono mancati anche gli accordi sottobanco fra Erdoğan e Ḥaftar. Ankara punta a restare in ogni caso in Libia, in modo che, se un giorno l’Lna dovesse prevalere definitivamente anche in Tripolitania, Ankara possa mantenere sempre un ruolo privilegiato nel Paese.

Malgrado ciò sia noto a tutti, Dbeibeh è costretto collaborare con la Turchia, perché in caso contrario si ritroverebbe privo dell’unico alleato rimastogli. E, da questa situazione, Ankara continua a guadagnarci, giocando su più tavoli.

Lo stretto di Sicilia

Le basi in Libia

In cambio della protezione militare e del supporto finanziario, la Turchia ha ottenuto due basi essenziali per il controllo del Mediterraneo centrale e della Tripolitania. La prima è la base aerea di al-Watiya, caduta nel 2019 sotto il controllo di Ḥaftar e la cui riconquista – tramite l’aiuto turco – ha determinato l’inizio della controffensiva del Gna. Con una pista superiore ai 3 mila metri e infrastrutture idonee al rifornimento di velivoli e droni, si tratta di uno snodo in grado di estendere il raggio operativo turco in tutta la regione.

Trovandosi a soli ventisette chilometri dal confine tunisino, permette di pattugliare la frontiera. Guardando invece verso est, la breve distanza da Tripoli consente ai caccia anatolici di controllare i cieli della capitale libica. Infine, la stazione permette alle forze aeree di sorvolare il canale di Sicilia, avvicinandosi alle coste siciliane e controllando dall’alto i movimenti di qualunque Marina (inclusa quella italiana).

L’altra grande concessione è la base navale di Misurata. La città è stata un vecchio obiettivo di Ḥaftar, per la rilevanza del suo porto nei commerci mediterranei, ma salvata all’ultimo dall’intervento anatolico. Dopo il salvataggio, Ankara se ne è subito interessata e ha fatto pressioni sul Gna affinché la presenza locale italiana (limitata a un ospedale da campo con 300 soldati circa) venisse meno.

Il 17 agosto 2020, Turchia, Qatar e Gna si sono accordati per la creazione di un centro tripartito – costruito da imprese anatoliche con soldi qatarini (ormai un classico) – e di un porto militare dove possono essere dislocate anche navi della Marina turca.

Queste infrastrutture hanno trasformato il porto in un hub navale capace di rifornire unità turche per missioni prolungate, rendendo la presenza a Misurata strategica quanto quella ad al-Watiya. La base navale permette, infatti, sia di controllare i traffici mercantili che stazionano nello snodo portuale, sia di vegliare sul golfo di Sirte e sulla città, dove la presenza del Gna è limitata e affidata perlopiù a milizie poco affidabili.

Non manca, poi, la presenza in Libia tramite centri di addestramento e di esercitazione, come quello generale a Tajoura e quello per le forze speciali a Khoms. Questi corsi per i cadetti tripolitani – uniti a quelli offerti in Turchia – permettono un contatto diretto fra i vertici militari di Tripoli e quelli di Ankara. Così, se un giorno le milizie o le armate ufficiali dovessero ribellarsi contro l’inefficienza di Dbeibeh, la Turchia potrebbe assicurarsi di restare in gioco.

L’interesse della Sublime Porta non è legarsi tanto al singolo clan che gestisce lo Stato tripolitano, ma assicurarsi di mantenere la propria presenza in qualunque circostanza, anche di fronte a cambi di potere improvvisi.

Le conseguenze per l’Italia

La prima vittima della presenza turca in Libia è chiaramente l’Italia. Roma e Ankara sono alleati nella Nato, ma entrambe ambiscono per loro natura geografica a una forte influenza nel Mediterraneo. Erdoğan si sente ormai stretto nei confini anatolici, e vuole estendere il proprio sguardo sul canale di Sicilia, specialmente su quelle coste africane che un tempo erano parte vitale dell’Impero Ottomano a cui spesso si richiama, e che permettevano alla flotta turca di muoversi ovunque nel Mediterraneo.

Da al-Watiya e Misurata, Ankara può inviare caccia e navi da guerra dove desidera, minando le capacità di proiezione marittima italiane. E Roma trova difficoltà nel minare l’influenza turca, in quanto significherebbe indebolire il Gna, di cui è formalmente alleata. Si trova, dunque, in uno stallo difficile da risolvere, in cui rimane vittima silenziosa.

Senza un’influenza sulle coste libiche, la penisola italiana diventa vulnerabile e può essere messa sotto pressione da attori stranieri. Le spiagge di Tripoli sono talmente prossime a quelle siciliane da sembrare quasi adiacenti, rendendo possibile il rapido spostamento di un esercito da una costa all’altra e riducendo così le potenzialità difensive.

E non si può nemmeno dimenticare l’influenza che il controllo turco sulla Libia esercita sulla leva migratoria. Erdoğan ha dimostrato più volte di saper usare i flussi di profughi come strumento negoziale. Con una base a Misurata, nel cuore della rotta migratoria centrale, Ankara potrebbe in futuro esercitare un ascendente simile a quello già sperimentato con l’Europa nel dossier siriano, sfruttando la minaccia di nuove ondate migratorie per ottenere vantaggi economici o politici da Bruxelles o da Roma.

In definitiva, Roma si trova oggi in un Mediterraneo sempre più instabile. Senza un riposizionamento strategico e investimenti costanti, l’Italia rischia di perdere non solo influenza politica, ma anche margini di manovra navale e aerea nel canale di Sicilia. La Turchia avanza da est con la presenza in Albania e da sud con la rete di basi in Libia, consolidando rapporti con entrambe le fazioni libiche e rendendo marginale ogni giorno di più il ruolo italiano.

Il mancato intervento nel 2019 ci è costato caro e ha lasciato spazio libero a chi ha saputo cogliere l’occasione giusta. Per evitare un isolamento irreversibile, adesso l’Italia deve ricostruire un rapporto stabile con Tripoli. Restano buone le relazioni energetiche fra i due Paesi, e anche sul fronte militare è probabile che Dbeibeh sia favorevole a diversificare le forniture e gli alleati.

Al momento, Tripoli necessita di un buon esercito e l’Italia ha tutte le capacità per garantire rifornimenti e supporto militare nella regione, cosa che permetterebbe, inoltre, di ristabilire una presenza costante nel Mediterraneo centrale, evitando che finisca nelle mani di attori esterni.

Se ciò non avverrà, la potenza talassocratica turca continuerà a espandersi nel canale di Sicilia, lasciando l’Italia schiacciata fra attori ben più dinamici e trasformandola, da protagonista naturale del palcoscenico mediterraneo, in un Paese costretto a seguire le mosse altrui, rinchiuso in una gabbia marittima in cui non le sarà possibile muoversi liberamente.

Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Meeting_Vladimir_Putin_with_Recep_Tayyip_Erdogan_2017-03-10_06.jpg; immagini presenti nell’articolo: 1) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Strait_of_Sicily_map_it.PNG

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Matteo Faini

Matteo Faini

Appassionato da anni di geopolitica, futuro studente di Scienze Internazionali presso l'Università Statale di Milano. Utilizzo un approccio di analisi basato sul realismo e sulla complessità degli scenari e degli attori, partendo sia dalla politica estera che da quella interna. Le mie analisi si concentrano sulle aree mediterranea e mediorientale, con un focus particolare sulla Turchia.

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