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L’industria bellica turca sfida Europa e Stati Uniti

L’industria bellica turca sfida Europa e Stati Uniti

Droni, mezzi corazzati e sistemi missilistici proiettano Ankara oltre i confini regionali, consentendole di competere con Europa e Usa nei mercati globali della difesa

In un mondo sempre più multipolare, la Turchia svetta fra le nuove medie potenze in ascesa, aspiranti ad un maggiore ruolo nel sistema internazionale. Le grandi ambizioni neo-imperiali turche – interpretate dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan, che parla apertamente di un “secolo della Turchia” (“Türkiye Yüzyılı”) – hanno portato Ankara a formulare diverse strategie per spingersi oltre i confini nazionali. Una di queste è la fabbricazione e l’esportazione di sistemi d’arma.

Tramite aziende come Baykar, Aselsan, Otokar e Turkish Aerospace Industry (Tai), il governo ancirano ha firmato diversi contratti di fornitura d’armi ed è così riuscito ad approfondire i rapporti con quegli stessi Paesi di cui è diventato fornitore, inserendosi in nuovi ambienti a cui prima non pensava nemmeno di potersi interfacciare. L’export di armi non è solo uno strumento per assicurarsi nuove entrate nelle casse statali, ma anche un mezzo di soft power con cui inserirsi in realtà lontane.

La crescita della produzione militare di Ankara è un fenomeno relativamente recente, che ha reso nel giro di pochi decenni lo Stato turco da grande compratore e cliente delle aziende occidentali a loro rivale ed esportatore, soprattutto nei mercati dei Paesi in via di sviluppo. Un cambiamento repentino che ha richiesto un grande sforzo industriale e tecnologico, ma che ha rivoluzionato la posizione commerciale e geopolitica turca.

Negli anni Cinquanta, la Sublime Porta dipendeva ancora dalle armi statunitensi, ma il progressivo sviluppo di una politica estera più autonoma e ambiziosa, l’ha spinta a puntare all’autosufficienza produttiva dei sistemi d’arma. Sin dagli anni Ottanta, il governo turco ha spinto le aziende nazionali a collaborare con i colossi occidentali tramite joint ventures, permettendo al proprio personale di acquisire il know-how degli alleati europei e americani.

Nel frattempo, l’Agenzia dell’Industria della Difesa (Savunma Sanayii Başkanlığı, Ssb) offriva incentivi statali alle aziende, per un totale calcolato, dal 1985 al 2008, pari a 18,5 miliardi di dollari. La vera svolta, però, avvenne nel 2011, in concomitanza con lo scoppio delle primavere arabe, quando Erdoğan avviò una rivoluzione del sistema della Difesa, portando la dipendenza dalle forniture estere dall’80% fino al 20%, un livello che solo potenze come Stati Uniti, Cina, Russia e Francia possono vantare.

Al giorno d’oggi, la Turchia è un colosso dell’export militare a livello globale. Dopo un record di vendite pari a quasi 7,2 miliardi di dollari nello scorso anno – una crescita del 30% rispetto al 2023 e addirittura del 216% rispetto al 2020 –, il ministro per il commercio turco, Ömer Bolat, ha sottolineato che l’industria della Difesa turca è prova delle capacità militari anatoliche e garante dell’indipendenza nazionale.

E, dopo aver elogiato tali capacità a dimostrazione che la Turchia è «pilastro di stabilità» nella regione, ha previsto che si potrà facilmente superare gli 8 miliardi di export militare entro la fine dell’anno in corso. Queste parole testimoniano come Ankara punti al commercio bellico anche per il proprio prestigio internazionale e di come creda fortemente nelle proprie possibilità di primeggiare un giorno nel settore.

A rendere i prodotti anatolici tanto competitivi, ci sono diversi fattori. Il primo è la collaborazione fra settori pubblico e privato, tramite la mediazione dell’Ssb, che porta alla creazione di una strategia comune, fondata sul mutuo vantaggio. A pesare ci sono anche diversi rapporti personali, come fra Erdoğan e il Ceo di Baykar, Haluk Bayraktar, il quale è il genero del Presidente turco.

Altro fattore è il prezzo relativamente basso, unito ad una buona qualità del prodotto, grazie al basso costo della manodopera in Turchia e all’alta disponibilità di giovani laureati in materie Stem. Infine, importante è anche l’alta versatilità dei sistemi d’arma, che possono essere adattati in base al campo operativo e alle necessità dello Stato che desidera acquistarli. La Sublime Porta riesce a creare prodotti perfetti per quei Paesi in ascesa che ambiscono ad avere Forze armate più avanzate ma che non si possono permettere i prodotti europei o americani.

La rete globale dell’export turco: Africa, Medio Oriente e Indo-Pacifico

Per comprendere la portata dei guadagni turchi da tale export, basta vedere quali sono i principali clienti. Nel bacino del Mar Nero, Ankara ha siglato un accordo storico con la Romania per la produzione congiunta di oltre mille veicoli corazzati Cobra II, per un profitto di 940 milioni di euro. La Turchia è diventata così fornitore di riferimento per l’esercito rumeno, sviluppando una dipendenza strategica utile a controllare eventuali divergenze future.

Parallelamente, la collaborazione con l’Albania ha assunto un valore geopolitico: le forniture di droni Bayraktar Tb2 e di sistemi di artiglieria hanno rafforzato la posizione di Ankara nell’Adriatico, in chiave di controllo sullo stretto di Brindisi.
Nel Mediterraneo meridionale, invece, dal 2017, dopo un accordo di difesa, la Tunisia ha acquistato droni Anka-S e veicoli corazzati Kirpi e Ejder Yalçın, allontanandosi sempre di più dalle importazioni di mezzi franco-statunitensi.

In Libia, il sostegno al governo di Tripoli ha garantito ad Ankara un corridoio marittimo diretto verso l’Africa e un ruolo centrale nella sicurezza energetica e marittima, coerente con la nota dottrina della Patria Blu. Attraverso questi due Paesi, Ankara applica una strategia di “soft power armato”, fornendo mezzi a basso costo in cambio di influenza politica e militare in aree cruciali per la sorveglianza dello stretto di Sicilia e per l’espansione della sua presenza nel Maghreb nord-orientale.

Nell’Africa sub-sahariana, Ankara punta a consolidare rapporti con Stati chiave dell’area, fornendo droni Akıncı a Burkina Faso e Mali e veicoli di vario genere alla Nigeria. Questa penetrazione militare non è priva di fini, ma apre alla possibile creazione di un corridoio logistico verso l’Atlantico, con una possibile futura base turca in Senegal.

Con la fornitura di armamenti a Etiopia, Somalia e Kenya, poi, la Turchia ha raggiunto le capacità per estendere la propria influenza su entrambi i versanti africani, l’Atlantico e l’Oceano Indiano, uscendo dai confini del Mediterraneo e trasformandosi così in una potenza afro-eurasiatica con ambizioni bioceaniche.

Volgendo lo sguardo a est, l’export di armi turche consolida il ritorno di Ankara come potenza militare mediorientale. Gli accordi con Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – per centinaia di droni Bayraktar Tb2 e Akıncı – hanno permesso di affermarsi come alternativa credibile a Israele sul piano delle forniture militari e come garante della sicurezza regionale. Le cooperazioni industriali, poi, trasformano i Paesi acquirenti in clienti a lungo termine, alimentando la dipendenza tecnologica dalla Sublime Porta. La modernizzazione militare araba, dunque, diviene per Ankara un mezzo per inserirsi nei nuovi equilibri mediorientali che vanno plasmandosi.

Infine, nel quadrante indo-pacifico, la Turchia utilizza la vendita di sistemi d’arma per introdursi nella crescente competizione tra Cina e Stati Uniti. Le Filippine hanno acquistato elicotteri T129 Atak per 280 milioni di dollari, mentre la Malesia ha comprato droni Anka-S e manifesta interesse ora per i Bayraktar Tb3.

Tuttavia, il cliente più rilevante nell’area resta l’Indonesia, che ha firmato accordi per 48 jet Kaan, 12 droni Anka-S e 60 Bayraktar Tb3, in aggiunta a progetti congiunti di missilistica e radar. L’obiettivo è costruire una rete di alleanze industriali capaci di proiettare la potenza turca ben oltre i confini regionali, consolidando la trasformazione della Turchia in centro emergente dell’industria bellica globale.

Come si è capito, i guadagni da un simile export sono immensi. Tramite la vendita di armi all’estero, Ankara fortifica i rapporti bilaterali ed esercita maggiore influenze, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Non a caso, i mercati mediorientali e africani sono fra i più fruttuosi e quelli di maggiore interesse per la Turchia, desiderosa di stabilire proprio in quelle regioni la sua rinnovata potenza. In molti casi, poi, gli accordi di vendita di armi sono accompagnati da trattati commerciali o di altra natura, garantendo anche l’accesso a risorse o basi in loco (come, per esempio, la base di Pasha Liman in Albania).

Le implicazioni per Europa e Italia

Ora, però, riportiamo lo sguardo su di noi: quali possono essere le conseguenze per l’Italia e per l’Europa? Di sicuro, il primo svantaggio ha a che fare con la perdita di influenza; l’ascesa di Ankara quale grande esportatore di armi spinge sempre più Stati a preferire i prodotti turchi a quelli europei, con la conseguenza di perdere accordi e, soprattutto, quel soft power fondamentale per mantenere un parziale ascendente in Asia e in Africa. Altro danno va all’industria bellica, che il RearmEu aveva proprio consacrato come motore per rilanciare la manifattura continentale.

Infine, resta il rischio, ancora lontano all’orizzonte, che alcuni sistemi d’arma nostrani risultino inferiori a quelli turchi, spingendo gli Stati maggiori a preferire questi ultimi a quelli europei; si finirebbe, pertanto, a sviluppare una parziale dipendenza militare dalla Turchia, perdendo quella poca sovranità produttiva che ancora ci restava. Per questi motivi, è fondamentale rilanciare la ricerca e le aziende italiane ed europee nel settore, tramite maggiori incentivi statali e la creazione di joint ventures che permettano di acquisire nuovo know-how, necessario per migliorare la competitività dei nostri prodotti.

Il Vecchio Continente deve rafforzare i propri eserciti e le proprie industrie belliche se vuole restare al passo, perché ad est la mezzaluna turca sta crescendo, dando vita ad una nuova grande potenza del Medio Oriente che, però, non smette di guardare anche al Mediterraneo e all’Europa.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/23/Servicemen_of_the_Turkish_Special_Forces_Command%2C_led_by_the_Captain_Harun_Ergin_5.jpg

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Matteo Faini

Matteo Faini

Appassionato da anni di geopolitica, futuro studente di Scienze Internazionali presso l'Università Statale di Milano. Utilizzo un approccio di analisi basato sul realismo e sulla complessità degli scenari e degli attori, partendo sia dalla politica estera che da quella interna. Le mie analisi si concentrano sulle aree mediterranea e mediorientale, con un focus particolare sulla Turchia.

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