I riflettori sulle proteste in Iran si sono ormai spenti da un paio di mesi, le dichiarazioni dei politici vertono su altri argomenti ed i giornali hanno voltato pagina nelle loro attenzioni. Anche perchรฉ di notizie significative non ce ne sono: tutto tace e si ha lโimpressione che sia tornato alla normalitร .
Le uniche conquiste tangibili alla fine delle proteste si condensano in una certa tolleranza sullโuso del velo da parte delle ragazze, soprattutto nei locali pubblici. Ben poca cosa rispetto agli alti costi pagati. Il decesso di Mahsa Amini nello scorso settembre aveva scatenato crescenti ondate di proteste nel Paese, a cui si era unita lโinfluente diaspora tramite i social ed iniziative locali. I primi focolai erano divampati in veri e propri incendi, tali da costringere le pigre cancellerie dei Paesi democratici ad assumere una posizione in loro favore.
Il braccio di ferro fra la piazza ed il potere รจ andato avanti per almeno sei mesi, con una dimensione che ha superato ogni precedente. Ma la base popolare da sola poco ha potuto contro la forza del regime, mentre lo stato profondo non si รจ schierato o se lโha fatto รจ stato quantomeno ambiguo. Cosรฌ le istanze per ottenere qualche libertร (idealmente identificate con la caduta del velo obbligatorio) sono state via via represse in tutti i modi possibili: dagli oltre 15.000 arresti fino allโimpiccagione di chi si sarebbe macchiato dei reati piรน gravi, almeno 300 esecuzioni, talvolta eseguite in pubblico per creare un ulteriore clima di deterrenza.
Oltre a disincentivare le adesioni con la forza, piรน implicitamente, chi si batteva contro il potere finiva per perdere i giร pochi diritti acquisiti: il lavoro nel caso dei molti dipendenti pubblici piuttosto che un aperto boicottaggio nel caso di attivitร private. In una contingenza di perenne e profonda crisi indotta dalle sanzioni, dallโisolamento internazionale e dallโelevata inflazione, la leva economica finisce per avere risvolti drammatici se attuata con efficacia.
I giovani scesi in piazza rappresentano la punta di un iceberg neanche tanto profondo, poichรฉ fuori dalle cittร permane una mentalitร conservatrice poco incline ai cambiamenti. Al tempo stesso la crisi colpisce maggiormente i ceti il cui status socioeconomico precario porta con sรฉ differenti orizzonti culturali e possono essere piรน facilmente convinti che la causa principale delle difficoltร vadano ricercate allโestero, in particolare negli Stati Uniti e nellโOccidente globale.
Le รฉlite politiche e militari non hanno voluto assecondare lโondata come pretesto per rimuovere la teocrazia; รจ possibile che attendano la sua fine per autoconsunzione, dal momento che la classe dirigente religiosa รจ composta soprattutto da ottuagenari e la successione della guida suprema Ali Khamenei si presenta alquanto complicata. Internamente la religione rappresenta piรน un ostacolo che un elemento di coesione, la lunga commistione col potere porta a percepirla quale meramente strumentale ad esso. Basti pensare che chi frequenta le moschee non supera il 10% della popolazione, una percentuale significativamente bassa per un Paese a base islamica.
A seconda dei casi la religione puรฒ rappresentare la liberazione, lโoppio o il tritolo dei popoli: in Iran si tratta di un maglio o una pressa che si avvita sempre piรน sulla societร civile, utile per tenere in vita il regime. Teologicamente, ma anche politicamente parlando, il credo sciita rappresenta un elemento di distinzione allโinterno del mondo islamico, restituendo una peculiaritร religiosa che pur con diverse sfumature facilita le relazioni verso Iraq e Azerbaijan, le cui maggioranze appartengono alla stessa corrente.
Anche in virtรน di ciรฒ nel suo intrinseco lโIran continua ad immaginarsi come Persia imperiale ed il regime cerca di far presa sullโorgoglio nazionale: lungo i verdi spartitraffico centrali allโingresso delle cittร campeggiano file di foto o gigantografie dei militari deceduti durante la guerra (di difesa in quellโoccasione) con lโIraq fra il 1980 e il 1988, costata la vita ad 800.000 persone. Anche nei villaggi piรน piccoli i martiri vengono ricordati allo stesso modo.
Nella sua storia lโIran รจ stato invaso tre volte e sempre da imperi che hanno lasciato il segno nei libri di storia: da Alessandro Magno in epoca Achemenide, dagli arabi successivamente allโintroduzione dellโislam e la terza dai Mongoli di Gengis Khan; la conquista di Tamerlano viene considerata come unโappendice di questi ultimi, in quanto il condottiero uzbeco giungeva al seguito dei mongoli, inoltre lโUzbekistan allโepoca veniva visto come parte della Persia. Il nome Iran deriva da Paese degli Ariani ed ha sostituito la storica dizione Persia solo con lโavvento dellโultima dinastia nel secolo scorso: sentendosi gli epigoni di un mondo evoluto giร nellโantichitร , gli abitanti di oggi ne vanno fieri e rimarcano le differenze con i loro vicini, in particolare gli arabi considerati gente di cultura rozza.
Le attuali politiche assertive nel quadrante mediorientale ne fanno una potenza quasi nucleare nella regione ed anche oltre; tendendo a guardare allโesterno si finisce per sviare lโattenzione dai problemi interni, dove i rischi implosivi provocati da unโanarchia istituzionale legata allโeterogeneitร etnica sono sempre latenti. La cementificazione teocratica della societร potrebbe presentare delle crepe, la situazione รจ piรน complessa di quanto dica la retorica o i preconcetti, che vanno opportunamente filtrati per far emergere la realtร .
Gli iraniani (intesi come persiani doc) non sono critici verso la loro nazione in quanto tale, i giovani desiderano emigrare per approfondire gli studi e trovare un lavoro, ma sarebbero disposti a tornare a fronte di maggiori aperture libertarie. Non per nulla il sito archeologico di Pasargade dove si trova la tomba di Ciro il Grande รจ diventato il simbolo ispiratore dei manifestanti nelle recenti occasioni; in unโenfasi non sciovinista quanto di orgoglio nazionale che vuole attingere alle sue radici piรน profonde, come se gli italiani vedessero nellโImpero Romano la fonte di coesione, peraltro piรน recente di almeno 500 anni.
La multietnicitร puรฒ fungere da detonatore: i persiani veri sono circa il 60%, mentre il resto della popolazione รจ suddiviso in etnie anche molto diverse fra loro: basti citare i curdi (discendenti della civiltร dei Medi e di orientamento in maggioranza sunnita), oltre agli azeri nel nord (sciiti anche loro) o i baluci del sud-est, che vivono in regioni dove i ritmi dellโeconomia sono scanditi dal contrabbando e traffici illeciti favoriti dalla contiguitร con i porosi confini di Afghanistan e Pakistan. Da qui passano droga, armi e bevande alcooliche; queste ultime proibite in pubblico ma di cui si fa frequente uso fra le mura domestiche, in una sorta di tacito accordo ipocrita in base al quale ciรฒ che non si vede non esiste.
Pur considerando che il traffico di droga viene punito con la pena capitale va detto che esistono zone franche dove le autoritร non รจ riescono mantenere il controllo. Inoltre, gli abitanti del Balucistan si sentono da sempre maltrattati dal governo centrale e trattati come cittadini di seconda categoria. La balcanizzazione del Paese non รจ pertanto un unโipotesi remota e gli interessi affinchรฉ ciรฒ accada sono forti tanto allโinterno che allโesterno della Repubblica Islamica. Finora Ali Khamenei (peraltro di etnia azera) รจ riuscito con il pugno duro ad impedire derive autonomiste.
La SEPA, ovvero i Pasdaran, rappresenta una sorta di lobby volta a difendere interessi reciproci degli ayatollah e dello Stato profondo, dispone di potenti ha tentacoli da tutte le parti e al momento si presenta fedele nella sua missione. Il tutto si muove sopra un filo sul quale il triplice potere rappresentato da politici, militari e religiosi deve camminare con equilibrio e prudenza, e dove risulta troppo rischioso assecondare i pur comprensibili richiami della piazza.
Dal punto di vista internazionale il momento non sembra particolarmente ostico. Se finora le relazioni con i Paesi Arabi nella migliore delle ipotesi sono state improntate alla non ostilitร ed hanno obbligato ad una guardia permanentemente alta, la normalizzazione dei rapporti con lโArabia Saudita pur con i suoi limiti ha significato una tregua allo status di tensione: le divisioni sono ataviche (oltre ad essere sunniti i sauditi appartengono alla corrente wahabita) e non basterร uno scambio di ambasciatori per sanare interessi confliggenti.
Tuttavia, il solo fatto di non avere una simile spina nel fianco, che a sua volta portava con sรฉ lโostilitร degli Emirati e del Bahrein, rappresenta un principio di rottura dellโisolamento. La fornitura dei droni HESA Shahed 136 (detti Geran) alla Russia significherร non solo riconoscenza ma anche delle contropartite. Dialoghi per ora a distanza con la Turchia sulla questione siriana sono sul tavolo.
La Cina infine resta il principale partner economico e strategico lungo le rotte di una Via della Seta rinnovata, che proprio qui trovava in origine il suo sviluppo occidentale e di cui rimangono numerosi caravanserragli quale testimonianza storica. Sistemando ove possibile le relazioni esterne, Raisi riesce ad affrontare con maggiore serenitร le difficoltร interne perpetuando uno status quo non ideale ma col quale lโIran ha imparato a convivere da tempo: dal parziale aggiramento delle sanzioni ai pagamenti triangolari conseguenti allโesclusione dal sistema SWIFT.
La pacificazione sociale forzata puรฒ ormai considerarsi un dato di fatto e a poco serve invocare (o implorare) una forma democratica di stile occidentale. La tradizione culturale non va in tal senso ed anche i giovani manifestanti in nessuna occasione hanno espresso lโaspirazione di un aggancio ai valori euroamericani. Nel medio termine i rischi sembrano maggiormente legati alla tenuta di un sistema tanto monolitico quanto passibile di sgretolamento a causa di divergenze interne politiche ed etniche, il secondo punto in particolare rappresenta un pericolo non risolvibile proprio perchรฉ intrinseco.
Per il momento la cortina del rigore morale e civile che unisce idealmente le cittร sante da Qom a Mashhad regge e tiene su lโimpalcatura statale con le sue regole ferree, veli sul capo e proibizioni.
Una satrapia illuminata potrebbe rappresentare il comune denominatore risolutivo di fronte ad intrecci ed incertezze che si stagliano allโorizzonte, non fosse che i due termini ai giorni nostri confliggono a tal punto da diventare incompatibili fra loro. Lโesempio dellโOman che si affaccia sullโaltro versante del Golfo appare come una soluzione inapplicabile.
Foto in evidenza: By Brett Morrison from Los Angeles, CA, USA – Santa Barbara Freedom for Iran Protest 2022, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=123690905, “Ayatollah Ali Khamenei” by Khamenei.ir is licensed under CC BY 4.0.

