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L’origine della diplomazia atomica: dall’Uranprojekt alla Guerra Fredda

Nell’era nucleare il vero nemico è la guerra stessa.

Ron Hunter, Allarme Rosso

La bomba atomica ha rivoluzionato la storia del genere umano. Non è esagerato dire che esiste un «prima» e un «dopo» il Progetto Manhattan. Lo sviluppo dell’arma «illogica assoluta» (Edward Luttwak) ha influenzato il modo di condurre la politica internazionale e gli scontri militari. L’avvento della diplomazia atomica, e successivamente della M.A.D (Mutual assured destruction), ha costretto le fazioni in campo a cambiare le forme della guerra: insurrezioni e contro-insurrezioni combattute nel Terzo Mondo, e in Europa, ne sono un esempio pratico.

Il trauma collettivo di Hiroshima e Nagasaki fu elaborato in una quantità incommensurabile di opere culturali, influenzando pesantemente la pop culture odierna. Basti pensare al Il dottor Stranamore di Kubrik o alle opere meno sconosciute come Quell’ultimo giorno di Konstantin Lopušanskij e Threads di Barry Hines. Tuttora il genere riscuote successo nel mondo videoludico, Fallout e Metro hanno formato un’intera generazione di appassionati.

Purtroppo, l’ombra lunga della M.A.D e della diplomazia atomica si è risvegliata con il conflitto russo-ucraino, la minaccia di guerra nucleare generalizzata non è più un’esclusiva delle opere di finzione. Hiroshima e Nagasaki hanno iniziato un processo storico, tuttora in corso, che continua a mettere in pericolo l’umanità.

L’Uranprojekt della Germania nazista

L’origine della diplomazia atomica non ha una data precisa, ma per semplicità possiamo identificare la sua radice nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale.

È il 1944, le armate del Reich battono in ritirata ovunque. Il 6 giugno del ’44 era iniziata l’operazione Overlord in Normandia, l’apertura di un nuovo fronte e la liberazione della Francia. Nel frattempo, in Bielorussia, l’Armata Rossa porta a compimento la distruzione delle Armate di Centro con l’operazione Bagration. La guerra, per la Germania nazista, è ormai persa. Però, non è della stessa opinione Hitler, e di seguito i generali dell’Okw (Oberkommando der Wehrmacht) e i vari “satrapi” come Martin Bormann e Goebbels.

Nella visione del comando nazista la storia darà ragione a Hitler, prima o poi: alleati e sovietici, a causa delle divergenze ideologiche e geopolitiche, inizieranno a combattersi tra di loro; ci sarà un secondo «Miracolo della casa di Brandeburgo», una serie di fortunati eventi che spaccherà l’alleanza anglo-sovietica. Gli Alleati dovranno scendere a patti con il Reich per contrastare il bolscevismo. L’Okw, nella speranza di ottenere il “miracolo”, tentò un ultimo colpo di coda a ovest con le operazioni Nebbia autunnale e Nordwind, ma l’offensiva fallisce. Le ultime riserve di uomini e mezzi sono esaurite.

La fiducia, in mancanza di alternative, venne riposta nelle Wunderwaffen, le armi miracolose. Nella realtà dei fatti, le Wunderwaffen erano materiali di propaganda di Goebbels, ossessionato dalla Totaler KriegKürtzerer Krieg (guerra totale-guerra rapida). Sulla carta erano armi formidabili, nella pratica, mezzi costosi e con problemi tecnici gravi, troppo pochi per ribaltare la situazione.

L’ultima speranza di queste “armi miracolose” risiedeva nel Uranprojekt, il progetto nazista per l’energia atomica. Originato da due “club dell’uranio” (Uranverein), il progetto fu avviato attorno alla fine del ’39, diretto dal Reichsforschungsrat (Consiglio di ricerca del Reich). Il gruppo era guidato da Carl Friedrich von Weizsäcker, ma de facto, era Werner Heisenberg a detenere il comando.

Il progetto, parallelamente al più famoso progetto Manhattan, nasce con una lettera: il 24 aprile 1939, il chimico fisico Paul Harteck e il suo assistente Wilhelm Harteck scrissero a Erich Schumann, capo dell’ufficio di ricerca sulle armi dell’esercito tedesco.

La lettera illustrava le possibili applicazioni della fissione nucleare (scoperta poco prima) per l’uso militare: «Ci prendiamo la libertà di richiamare la vostra attenzione sui più recenti sviluppi della fisica nucleare[…] renderanno probabilmente possibile la produzione di un esplosivo […] più potente di quelli convenzionali. Il Paese che per primo ne farà uso avrà un vantaggio insuperabile sugli altri».

L’Uranprojekt partiva con diversi vantaggi: la Cecoslovacchia aveva le più grandi riserve di uranio anteguerra; con la conquista della Norvegia nel ’40, i nazisti avevano il controllo della centrale di Telemark, necessaria per la produzione delle acque pensati; infine, nel gruppo di ricerca c’era uno dei due scienziati che avevano scoperto (casualmente) la fissione atomica, Otto Hahn.

Fino al 1943, il principale centro di ricerca era l’istituto Kaiser-Wilhelm-Institut für Physik di Berlino, successivamente, il gruppo fu disperso nelle diversi regioni del Reich a causa dei bombardamenti. Il progetto era ripartito in tre rami: produzione di uranio e acque pensanti, separazione degli isotopi e, infine, il gruppo della “macchina dell’uranio”.

Smantellamento della pila nucleare sperimentale tedesca, aprile 1945 | da Wikimedia Commons

Negli Stati Uniti, il 16 luglio ‘39, Leo Szilard, insieme ad Albert Einstein, mandò una lettera al presidente Roosevelt. Szilard fece presente della possibilità di usare la fissione atomica per sprigionare una energia devastante, in poche parole, un nuovo tipo di bomba. La Germania, secondo le stime dei due scienziati, era in netto vantaggio.

Il 13 agosto 1942, gli Stati Uniti, in collaborazione con Regno Unito e Canada, vararono il Progetto Manhattan, tra le più grandi imprese tecnico-industriali della razza umana. Il progetto fu posto sotto il comando del generale Leslie R. Groves, mentre gli scienziati erano “guidati” da Robert Oppenheimer.

Il Progetto era top secret, solo pochi componenti del governo americano erano informati sui fatti (Truman, vice di Roosevelt, seppe della bomba solo dopo il giuramento), come i vari alleati, soprattutto l’Unione Sovietica (contrariamente a quello che voleva Churchill).  

Non fu il primo progetto nucleare degli Alleati, nel ‘40 gli inglesi avevano istituito un comitato, nome in codice M.A.U.D., per studiare la possibilità di sviluppare un’arma nucleare.

Per velocizzare i tempi, e per sfruttare al massimo la colossale economia americana, il gruppo di ricerca fu suddiviso in tre gruppi: Centro X (Tennessee), Centro Y (Los Alamos) e Centro W (Stato di Washington, presso la Du Pont). Fu fondamentale l’apporto delle maggiori aziende private americane per completare la bomba: Du Pont, Kellex, Westinghouse, Monsanto Chemical, General Electric Corporation. L’uranio fu estratto dalle miniere del Katanga (Congo), all’epoca sotto il dominio coloniale del Belgio.

Parafrasando Neil Bohr, gli americani riuscirono a completare il Progetto Manhattan (costato due miliardi di dollari dell’epoca) perché trasformarono l’emisfero nordoccidentale in un unico organo industriale ben coordinato, mentre armavano e finanziavano metà del globo.

Visto in tale prospettiva, l’Uranprojekt era una chimera. I nazisti non sarebbero mai riusciti a sviluppare una bomba atomica in tempo. L’industria tedesca, a cui mancavano materiali e manodopera, non era in grado di sostenere lo sviluppo di un’arma nucleare. Inoltre, nel 1943, un commando inglese riuscì a sabotare la centrale di Telemark, privando la Germania dell’unica sede per la produzione di acque pesanti.

Infine, i tedeschi non avevano idea di come produrre un ordigno nucleare: avevano i mezzi (limitati) e le conoscenze, ma non sapevano come metterli insieme. Questo senza contare che gli scienziati del  Uranverein, tra cui lo stesso Heisenberg, erano scettici nel dare la bomba atomica a Hitler.

Edward Teller, un ex studente di Heisenberg, notò che parte dei calcoli fatti dallo scienziato contenevano «errori da principiante», concludendo che: «[…] Heisenberg non si è impegnato a fondo nello sviluppo della bomba atomica.»

Nonostante queste problematiche, secondo lo storico Rainer Karlsch, il gruppo di Heisenberg, nel marzo ‘45, riuscì a far detonare un ordigno simile al modello Mk.1 (Little boy) nella regione della Turingia. Questa teoria, però, fu ampiamente criticata, a causa della carenza di prove (quasi tutta la ricerca si basava su una testimonianza oculare degli anni ’60) e dalle smentite degli stessi scienziati nazisti, tramite le intercettazioni della Farm Hall. Il progetto della bomba nazista era fallito già agli albori.

Nel 1943, gli angloamericani erano già a conoscenza del fallimento prematuro dell’Uranproject grazie ad Alsos, un progetto, che coinvolgeva servizi inglesi (SOE, Special Operations Executive) e americani (Oss, Office of Strategic Services), per cercare, studiare e recuperare i progressi scientifici del Terzo Reich. Tra i principali ufficiali che gestivano Alsos c’erano il generale Leslie Groves e Boris Pash, capo del controspionaggio del progetto Manhattan.

Samuel Goudsmit, capo scientifico di Alsos, scrisse nel 1947: «[…] È vero che gli scienziati tedeschi stavano lavorando a una macchina per l’uranio e non alla bomba, ma è vero solo perché non hanno capito la differenza tra la macchina e la bomba. La bomba è ciò che cercavano. E ciò che tutto il mondo sa sul plutonio, gli scienziati tedeschi non lo sapevano, finché non glielo hanno detto dopo Hiroshima.»

Paul Rosbaud, editore del giornale scientifico Die Naturwissenschaften, nella recensione del ‘59 di  Brighter Than a Thousand Suns (Robert Jungk) concluse che: «I tedeschi sapevano che in linea di principio si poteva costruire una bomba, ma non avevano idea di come».

L’obiettivo precedente, cioè, vincere la corsa atomica contro i nazisti, era decaduto nel ‘43. Ma ben presto venne sostituito da un altro obiettivo: sconfiggere il Giappone e imporre a livello globale la pax americana.


L’ascesa del Giappone imperiale

Nel maggio 1945 la guerra in Europa era finita. L’attenzione degli americani si spostò su due fronti: il futuro delle relazioni con l’Unione Sovietica al vertice di Postdam (17 luglio 1945) e l’oceano Pacifico, dove si stavano svolgendo gli ultimi combattimenti contro il Giappone Imperiale. È in questo teatro che ci fu il primo “successo” della diplomazia atomica. Per capire i motivi di Hiroshima e Nagasaki bisogna fare un passo indietro per comprendere il contesto del Pacifico.

Il Giappone Showa aveva iniziato, dal 1931, un’impresa imperiale per unificare l’Asia, sotto il nome di «Sfera di co-prosperità della Grande Asia dell’Est» (Dai-to-a kyoeiken), per cacciare i gaijin (persona esterna) occidentali. Come riporta lo storico Jean-Louis Margolin: «Il Giappone è la fonte della razza di Yamato, il Manchukuo il suo serbatoio e l’Asia orientale il suo campo di riso».

Questa campagna di conquista, con caratteri genocidari, xenofobi e brutali, avevano reso il Pacifico un enorme mattatoio. Le efferatezze nipponiche furono incalcolabili, basti pensare agli episodi del massacro di Nanchino o gli “esperimenti” della famigerata Unità 731.

La condotta del Giappone, spietata e disumana, fu il prodotto finale di due ere interconnesse e complementari: l’età Meiji, dove il Giappone, tramite lo “sviluppo diseguale”, raggiunse le nazioni “civilizzate”, e l’Heinan Jidai, l’epoca di caos politico che vide l’ascesa della classe militare, i samurai.

Questi due fenomeni resero il Giappone, tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900, un complesso militare-industriale estremamente efficiente, guidato da una classe politica ansiosa di raggiungere, e superare, le potenze occidentali rivali.

Questa “ingegnerizzazione di disumanità”, sempre come riporta Margolin, trovò il suo culmine con la culture de guerre nipponica: al soldato giapponese, e al civile, veniva insegnato il totale disprezzo per la vita, nichilismo attivo per l’esistenza, amore per la morte, odio per il nemico, spesso dipinto come un sub-umano. Il pensiero è un ostacolo per il compimento del proprio dovere, citando un detto: «Se vedi il Buddha, uccidilo».

L’onore conta più della vita, come disse Hideki Tojo: «Non sopravvivere nella vergogna come un prigioniero. Muori, per assicurarti di non lasciare l’ignominia dietro di te».

La battaglia di Saipan (giugno-luglio ‘44) fu l’apogeo di questo conflitto brutale: solo un migliaio di soldati della guarnigione nipponica si arrese agli americani, i civili, spinti dalla propaganda antiamericana, si suicidavano in massa o venivano usati come scudi umani o, peggio, come bombe mobili.

La strategia americana, fino all’estate del ’45, si basava su due semplici direttive: distruggere la flotta imperiale, per isolare il Giappone, e conquistare il maggior numero di isole da usare come basi per bombardare l’arcipelago, in modo da distruggere il sistema industriale e logistico. Il passo successivo era l’occupazione del Giappone.

Dopo la battaglia di Okinawa (giugno ‘45), gli americani ripresero a pianificare l’operazione Olympic, l’invasione del Kyushu, piano già ideato nel ‘44. Una volta conquistato il Kyushu, nel marzo ’46, gli americani avrebbero attaccato l’Honshū (Operazione Cornet). L’invasione presentava due problemi: il primo, era l’esercito del Manciukuò, che contava circa un milione di uomini ed era militarmente in grado di offrire una resistenza valida. Il problema fu risolto grazie al supporto, strappato a fatica, dei sovietici.

Il secondo stava nella resistenza dei militari giapponesi: il Pentagono prevedeva una guerriglia a oltranza, i militari nipponici non si sarebbero mai arresi senza un esplicito ordine dell’imperatore. Quest’ultimo, a differenza della narrativa “dell’Imperatore burattino”, era molto ambiguo in politica e aveva sostenuto, implicitamente ed esplicitamente, i militari, coprendo e giustificando i loro misfatti.

Tokyo emanò diverse circolari per eliminare le bocche inutili, incoraggiò la dieta a base d’erba per risparmiare il riso e, dietro consiglio di Ishii Shiro (capo dell’Unità 731), si pianificò un possibile attacco batteriologico contro gli Stati Uniti. Le stime parlavano di 100mila morti americani per Olympic, per Cornet 250mila; questo senza contare gli alleati e la popolazione civile.

In questo contesto, gli scienziati di Los Alamos furono spronati a completare la bomba entro la conferenza di Postdam (17 luglio), sia per “confermare” il supporto sovietico sia per trovare una via veloce per la concludere il conflitto nel Pacifico.

Il 16 luglio 1945, alle 5:29:45 del mattino, ad Alamogordo (New Mexico), la prima esplosione atomica (Trinty test) ebbe successo. Un telegramma in codice viene inviato a Truman: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». Era iniziata l’era della diplomazia atomica e gli Stati Uniti erano gli unici che disponevano del monopolio atomico per realizzare la pax mondiale.

Oppenheimer e il generale Groves al ground zero di Trinty | da Wikimedia Commons

Nel frattempo, in Europa, era iniziato il vertice di Postdam. Stalin, all’inizio della conferenza, mostrò a Truman un messaggio di Fumimaro Konoye, ex primo ministro di Tokyo: «Sua Maestà Imperiale è profondamente colpita dal numero di vittime[…] Il suo cuore desidera la conclusione rapida di questa guerra». In parole semplici, il Giappone chiese la resa (a patto di salvaguardare l’imperatore), ma Truman negò la possibilità di trattare. Gli americani avevano già ricevuto una richiesta di resa, tramite l’ambasciata portoghese, nel giugno del ’45, ma avevano preferito ignorare.

Come riporta il giornalista Filippo Gaja, le ragioni di questo rifiuto erano multiple. Il 21 luglio, Truman ricevette dal ministro della difesa Henry Stimson i risultati del Trinty test,  gli esisti furono usati come peso diplomatico contro l’Urss.

Truman raccontò nelle sue memorie: «Il 24 menzionai con aria noncurante a Stalin che noi avevamo un’arma nuova di potenza distruttiva inusitata […] non manifestò alcun interesse particolare. Tutto ciò che disse fu che era contento di saperlo e che si augurava che ne avremmo fatto buon uso contro i Giapponesi».

Il disinteresse di Stalin celava le sue reali conoscenze, dato che le spie di Berija erano già infiltrare a Los Alamos dal 1942. “Koba” colse subito la minaccia celata di Truman: il monopolio nucleare metteva gli Stati Uniti un gradino sopra l’Urss, una mossa sbagliata e l’Unione Sovietica sarebbe stata distrutta. Poco dopo Yalta, si dice, Stalin convocò Zhukov e gli ordinò: «Bisogna accelerare».

Il 24 luglio, Truman ordinò la «Missione di bombardamento speciale n. 13», la distruzione di Hiroshima. L’8 agosto l’Urss dichiarò guerra al Giappone. Poco dopo, il 9 agosto, fu il turno di Nagasaki. E qui possiamo identificare la seconda ragione del rifiuto di Truman di una resa prematura dei giapponesi. Senza entrare nelle questioni etico-politiche, il bombardamento sulle due città consegui un obiettivo ben diverso da quello militare.

Riproduzione di Little boy | da Wikimedia Commons

Come viene scritto nel Report on the Pacific War del United States Strategic Bombing Survey (1946), i giapponesi: «[…] si sarebbero arresi anche se la bomba atomica non fosse stata usata e anche se nessuna invasione fosse stata contemplata». Il fronte interno nipponico, a differenza della facciata e della propaganda, era in procinto di crollare. La popolazione, nonostante la fanatica chiamata alla «battaglia decisiva», era indifferente o terrorizzata.

Molti preferivano scappare in campagna che continuare una lotta infernale. La popolazione di Tokyo era scesa del 65% circa, molti di quelli che erano fuggiti erano operai delle fabbriche di armi. Ovviamente, i danni del regime erano ancora evidenti: fino al 15 agosto, la popolazione di Hiroshima e Nagasaki erano convinte della vittoria finale.

Il fisico Patrick Blackett, in Military and Political Consecuences of Atomic Energy (1948), affermò che il valore strategico e militare del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki era praticamente nullo. Ma queste due tragedie raggiunsero diversi obiettivi geopolitici.  

In primo luogo, il Giappone, a differenza della Germania, si arrese esclusivamente agli americani, senza coinvolgere i sovietici (evitando una ipotetica bipartizione dell’arcipelago a seguito di un possibile aiuto sovietico per l’operazione Hornet). Questo resa era vista con favore dagli stessi gerarchi nipponici, che temevano una insurrezione comunista, fomentata dai sovietici, nel caso ci fosse stata l’invasione.

In secondo luogo, gli americani occuparono pacificamente una “portaerei” naturale proiettata verso l’Asia, risparmiandosi una guerriglia fanatica dei militari. Infine, gli Stati Uniti consolidarono la loro immagine di vincitori indiscussi del nuovo sistema internazionale che si stava formando. Questa prima dimostrazione di forza nucleare intimidì i sovietici, evitando possibili avventure fuori dalla sfera d’influenza russa.

Filippo Gaja, maliziosamente, affermò che gli uomini di Washington colsero l’occasione per raggiungere un ulteriore obiettivo, inconfessabile e cinico: testare sugli umani la potenza distruttiva della bomba.

Le origini della diplomazia atomica: gli antesignani del Contaiment e del Roll Back

A metà del ’45, il confronto tra Stati Uniti e Urss era in via di sviluppo accelerato. La bomba atomica rappresentò il culmine di una rivalità che si era consolidata durante la guerra. Le relazioni tra angloamericani e sovietici erano già molto tese alla conclusione del vertice di Mosca (1943), quando ci fu la spartizione dell’Europa (confermata a Yalta). I politici di Londra e Washington, nonostante la lotta comune, vedevano l’Urss di Stalin come la diretta emanazione dei bolscevichi di Lenin.

Questo pensiero era consolidato nelle menti dell’establishment americano, che aveva visto, negli anni ’30, il compattarsi di una trait d’union tra generali del Pentagono, politici di Washington e uomini di Wall Street.

I generali e i politici temevano un blocco euroasiatico sotto l’Urss, che avrebbe messo gli americani in una situazione di svantaggio in caso di un nuovo conflitto globale e avrebbe reso gli Stati Uniti “periferia” del mondo. Gli uomini di Wall Street temevano di perdere le enormi fette di capitali nei decrepiti imperi coloniali europei in Asia e Medio Oriente. I sovietici, con la loro ideologia “diabolica”, stavano traviando, a velocità disarmante, la giusta lotta anticoloniale nel nuovo sistema internazionale.

Douglas MacArthur diede nelle Filippine un esempio pratico di questo sentimento “ansiogeno”. Durante l’occupazione nipponica si era venuta a creare una guerriglia di ispirazione comunista: l’Hukbalahap (Esercito Popolare Antigiapponese, Huk). La liberazione dal Giappone da parte degli americani non si tradusse in una indipendenza nazionale e gli Huk, prima alleati, diventarono un avversario da eradicare. L’ascesa del comunismo nelle Filippine avrebbe provocato un effetto a catena: oggi le Filippine, domani il Vietnam, dopodomani il Giappone e l’Australia.

Lo zelo di MacArthur aveva una motivazione personale: era il maggior azionista della maggiori aziende minerarie che operavano nelle Filippine.

Per contrastare la guerriglia Huk gli americani usarono ex collaborazionisti ed ex militari giapponesi. Questo schema si era ripetuto in Corea del Sud, sotto Syngman Rhee, e in Vietnam del Sud, con l’imperatore Bao Dai e Ngo Dihn Diem. Inoltre, nella fase finale della guerra tra Viet Mihn e Francia, gli americani ipotizzarono di usare tre testate nucleari contro la guerriglia vietnamita per salvare i francesi dal disastro di Dien Bien Phu (Operazione Vulture).

Il generale  Douglas MacArthur durante la guerra di Corea, 1950 | da Wikimedia Commons

In questo nuovo “mondo di nemici”, Washington, e in particolar modo i militari, vedeva l’atomica come lo strumento definitivo per contrastare i sovietici, troppo forti sul piano convenzionale. La possibilità di uno scontro tra sovietici e angloamericani non era una semplice fantasia, ma era un’idea ben consolidata.

Il generale Štemenko riferì al figlio di Berija che, nel 1944, la Stavka ricevette dal Politburo l’ordine di pianificare l’invasione di Francia e Italia con l’obiettivo di cacciare gli angloamericani. Nel ’45, Churchill chiese al Joint Planning Staff la fattibilità di combattere i sovietici (Operazione Unthinkable); il piano non fu mai preso sul serio, ma una fonte di Berjia riferì a Stalin della pianificazione di Unthinkable, mettendo in allarme le forze sovietiche.

Ma l’esempio più emblematico è quello del generale George Patton. Il diplomatico americano Robert Murphy raccontò che Patton presentò al generale McNarney, governatore militare della Germania, un piano per riarmare due divisioni di Waffen SS, da incorporarle nella III Armata, per «scagliarle contro i rossi».

McNarney si oppose al piano di Patton, ma quest’ultimo gli rispose: «Che cosa ve ne importa di quel che dicono i dannati bolscevichi […] presto o tardi bisognerà battersi contro di loro. E perché non adesso che […] possiamo respingerli fino in Russia? Con i miei tedeschi possiamo farlo. Loro detestano questi bastardi rossi». Il 2 ottobre Eisenhower, per evitare altri incidenti, lo sollevò dal comando.

Joseph Rotblatt, fisico polacco coinvolto nel progetto Manhattan, nel 1984 riferì che lo stesso Groves, in un momento di confidenza, gli disse laconico: «Voi capite benissimo, ovviamente, che l’obiettivo reale della fabbricazione della bomba è quello di soggiogare i nostri nemici principali, i Russi».

Questa testimonianza potrebbe essere viziata dal contesto della Guerra Fredda, però, ci fa comprendere il contesto, e le strutture mentali, in cui si formarono i primi piani di guerra nucleare, che fecero da antesignani dei concetti di Roll back (ricacciare) e Conteiment (contenere).  

L’idea dei russi come “nemici numero uno” diventò ufficiale a Postdam: lo storico americano Michael Sherry riferisce che il generale Henry Arnold, consigliere di Truman a Postdam: «riteneva che il nostro primo nemico dovesse essere la Russia». Gli americani, eredi diretti della «prima guerra fredda» del 1917 (Alexander Werth), avevano intenzione di estirpare il bolscevismo per stabilizzare il nuovo ordine mondiale, usando le atomiche per ridurre “chirurgicamente” i gendarmi del mondo libero.

Numerosi generali americani chiedevano una prova di forza contro i sovietici. Nel documento Jcs 149/3 viene dichiarato che: «Nel passato, gli Usa hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo»; nel documento Minute Joint Staff Planner’s 2l6th Meeting:«[…] questo è un nuovo concetto di politica, che differisce dall’atteggiamento americano del passato rispetto alla guerra».

I servizi americani ipotizzavano che i sovietici, con una economia disastrata e decine di milioni di perdite umane, avrebbero avuto la bomba atomica entro dieci anni. Truman, fideisticamente, credeva che nessun altro al mondo sarebbe stato capace di svilupparla.

Il momento di mettere in pratica la diplomazia atomica era adesso, bisogna “spianare” ogni resistenza al progetto di «unico Mondo». In una versione aggiornata del JCS 149/3 (settembre 1946): «Non ci si può permettere[…]di lasciare che un primo colpo possa venire sferrato contro di noi».

Il generale Groves, nel ’46, arrivò ad affermare che: «Se fossimo veramente realisti […] non dovremmo permettere a nessuna potenza straniera […] di fabbricare o di possedere armi nucleari. Dovremmo distruggere la sua capacità di realizzarle prima che sia progredita abbastanza da minacciarci […] Noi e i nostri alleati fidati dovremo avere la supremazia esclusiva in questo campo […] nessuna altra nazione può essere permesso di avere armi atomiche».

La sorpresa è un concetto fondamentale, come si legge nel JIC 329/1 (Strategie Vulnerability of the Ussr to a Limited Air Attack) e nel JCS 1477: «L’avvento della bomba atomica esalta […] l’importanza della sorpresa […] Cosa che mette in rilievo l’importanza non soltanto della preparazione per la difesa immediata, ma anche di colpire per primi, se necessario, contro la fonte del minacciato attacco […] In futuro il fattore sorpresa sarà […] la sola garanzia di successo».

Lo Stato Maggiore Americano iniziò a sviluppare una serie di piani. La “madre” era Totality, piano sviluppato dal generale Dwight “Ike” Eisenhower (agosto ’45). Come dice il nome, si pianificava la distruzione di venti città sovietiche usando il modello Mark-III (Fat Boy, Nagasaki) in caso di crisi contro l’Urss tra il ’45 e il ‘46. Ma fu il piano Pincher (Morsa) a ricoprire il ruolo di piano “definitivo” per distruggere l’Unione Sovietica.

Il piano presupponeva che l’Urss fosse ancora in una fase di netta inferiorità («Il potenziale economico[…]non è adeguatamente sviluppato in Urss»), cosa confermata dai servizi («L’Unione Sovietica non è in grado di attaccare il territorio continentale degli Stati Uniti nel prossimo futuro. Senza una marina militare […] e con una marina commerciale di seconda categoria, operazioni sovietiche al di là degli oceani sono da escludere») e da John KennanTo speak of possibility of intervention against Ussr today, […], is sheerest nonsense.»), e che il first strike fosse attuato in caso di «errore di calcolo» da parte del Cremlino in una crisi non meglio specificata.

La discrezionalità per iniziare le ostilità spettava al presidente e ai militari, il Congresso e il Senato non erano tenuti in considerazione. Ogni possibile crisi con il blocco Orientale doveva essere sfruttata per giustificare un possibile attacco, come nel caso della crisi dell’Iran del nord occupato dai sovietici (1946).

Gli obiettivi erano i medesimi (le bombe erano aumentate a cinquanta) e le basi di partenza erano Inghilterra, Italia, Africa settentrionale, India e Cina occidentale. Si prevedevano anche combattimenti terrestri, perché era improbabile una resa immediata dei sovietici: «L’Armata Rossa potrebbe avere ben poche difficoltà a sommergere completamente Germania, Danimarca, Belgio, Olanda, Francia e Italia. […]Con battaglie campali gli Usa potrebbero probabilmente fermare i Sovietici in Spagna e in Palestina».

Gli obiettivi di Pincher erano essenzialmente tre: impedire a Mosca di ottenere le armi nucleari, distruggere l’Urss in quanto avversario geopolitico e distruggere il bolscevismo tramite l’occupazione militare. Nel piano Bushwacker (Franco tiratore), versione riveduta di Pincher del 1948, si teorizzava di invadere l’Unione Sovietica, dopo un first strike nucleare, e occupare i centri nevralgici. Dopo di che, come preventivava il  NSC-20/1 (US Objectives With Respect to Russia, agosto ‘48), l’esercito di occupazione avrebbe proceduto a una «de-communization».

Mutua distruzione assicurata

La diplomazia atomica americana di stampo offensivo si concluse il 9 agosto 1949, quando l’Unione Sovietica testò con successo la propria bomba atomica. La diplomazia atomica cambiò vesti, transitando a una dottrina che enfatizzava il no first strike e la massive retaliation a un primo attacco. Ma l’acquisizione della bomba dei sovietici non è l’unica ragione di questo cambiamento repentino.

La prima era il livello tecnologico: alla fine degli anni ’40 e inizi ’50, gli Stati Uniti, pur avendo il monopolio nucleare, aveva un numero esiguo di B-29 argentati adibiti al trasporto di testate. I primi modelli di bombe atomiche avevano una scadenza molto breve, di circa novanta giorni, il che rendeva complicato gestire una rapida escalation. Infine, vi erano poche basi aeree dotate delle infrastrutture per contenere le atomiche.

Infatti, gran parte delle minacce americane di ritorsioni nucleari contro i sovietici nei tardi anni ’40 erano bluff ben orchestrati.

La seconda era militare: pur portando a termine con un successo un first strike, l’Armata Rossa difficilmente si sarebbe arrestata (secondo l’Harmon report, 133 atomiche non erano sufficienti a piegare l’Unione Sovietica).

La terza, che si combinava al fattore militare, era politica: Washington come avrebbe giustificato un attacco nucleare preventivo contro l’Unione Sovietica? Il Cremlino si sarebbe arreso (come preventivava il piano Broiler) per l’enorme impatto psicologico o avrebbe continuato la lotta con più determinazione? Come avrebbero reagito l’opinione pubblica, i militari e gli alleati europei?

Già poco dopo Hiroshima e Nagasaki si era diffusi i primi rapporti sugli effetti delle radiazioni causate dalle bombe. Le immagini avevano scioccato tutti, anche gli stessi militari che avevano bollato l’articolo del giornalista Wilfred Burchett (The Atomic Plague) come “propaganda nipponica”. Un uso spropositato delle armi atomiche avrebbe avvantaggiato Mosca a livello politico.

Queste evidenze non impedirono agli Stati Maggiori di sviluppare ulteriori piani per la guerra nucleare: «Dai 20 obiettivi da colpire con 50 bombe del 1946, si passerà all’assurdo dei 3.261 obiettivi da colpire con 5.450 atomiche del 1957.» Con lo sviluppo della M.A.D diventò però evidente che il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica doveva essere sublimato in altre forme di “guerra”.

Oltretutto, la diplomazia atomica americana ebbe un risultato controintuitivo: l’accentuazione della paranoia e del militarismo del Politburo sovietico. Questo trovo il suo compimento nella dottrina (semiufficiale) del maresciallo Vasilij Sokolovskij: escludere ogni possibilità di uso graduato delle armi nucleari in caso di crisi, ma lanciare un attacco totale appena si supera la soglia della minaccia.

Missile balistico sovietico R-12 in una parata nella Piazza Rossa, Mosca | Wikimedia Commons

Con il conflitto in Ucraina, e il ritorno di fiamma dei conflitti congelati, la diplomazia atomica ha fatto il suo apparente ritorno. Le grandi potenze, come Russia, Cina e Stati Uniti, hanno ricominciato a espandere (apertamente) i siti per i test nucleari e a testare nuovi tipi di missili, violando, o ignorando, i tratti internazionali (firmati, ma non ratificati dai governi).

Alla luce della esperienza americana bisogna porsi un quesito: le armi atomiche sono state necessarie per mantenere l’equilibrio e la pace mondiale? Ci sono svariati motivi per cui si può dubitare. Secondo una ricerca di Joey Bertschler, pubblicata su Medium, l’umanità ha il 93,16% di probabilità di scatenare una guerra nucleare. Le occasioni per far scattare il trigger sono state numerose, alcune di queste rasentano la tragicommedia. In un certo senso, l’umanità ha avuto più fortuna che intelligenza, se non in rari casi, nel gestire l’equilibrio atomico.


Edward Luttwak considera l’arma nucleare come un mezzo militare irrazionale, perché elimina le logiche della «guerra reale». Un conflitto per Clausewitz (e per Sun Tzu) è limitato perché basato sulla razionalità delle decisioni, sulla comunicazione (implicita) tra contendenti e sulla superiorità della difesa rispetto all’attacco. Questo può valere per un conflitto nucleare? Non esiste difesa certa e le forze nucleari possono dissuadere (una scommessa irrazionale sulla possibilità dell’impossibile) o attaccare (provocare un disastro globale).

Tutta la sovrastruttura della diplomazia atomica, dai sistemi di sicurezza alle dottrine, è razionalità politica apparente. O meglio, è razionale pochi istanti prima del blast atomico.

Bibliografia

  • Antony Beevor, La Seconda Guerra Mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia, Milano, Rizzoli, 2013.
  • Filippo Gaja, Il secolo corto. La filosofia del bombardamento. Una storia da riscrivere, Milano, Maquis, 1994.
  • Jean-Louis Margolin, L’esercito dell’imperatore. Storia dei crimini di guerra giapponesi 1937-1945, Torino, Lindau, 2009.
  • Jeremy Bernstein, Hitler’s Uranium Club. The secret recordings at Farm Hall, New York, Copernicus, 2001.
  • Aldo Giannuli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte, 2018.
  • Beyza Unal, Yasmin Afina, Patricia Lewis, Perspectives on Nuclear Deterrence in the 21st Century, The Royal Institute of International Affairs, 2020.
  • Horst Kant, Werner Heisenberg and the German Uranium Project. Otto Hahn and the Declarations of Mainau and Göttingen, 2002.

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