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Nasce la “Nato sunnita”: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano il Patto della Mecca

Nasce la “Nato sunnita”: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano il Patto della Mecca

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan uniscono le forze con un nuovo patto di difesa. Un’alleanza che punta a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente

Una nuova alleanza è sorta in Medio Oriente. Venerdì 7 agosto, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo di difesa che dà avvio a un asse strategico nella regione.

A rappresentare le rispettive nazioni a La Mecca vi erano il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

A seguito di questa intesa, sui principali monumenti di Riad, Islamabad e Istanbul sono state proiettate le bandiere dei tre Stati, celebrando così la firma dell’accordo.

Non è ancora stato pubblicato integralmente il testo del trattato, dunque non risulta ancora possibile conoscere i vincoli e le clausole operative. Tuttavia, i tre governi hanno rilasciato dichiarazioni riguardo alla natura generale del patto. 

La clausola principale è quella secondo cui un attacco armato contro uno dei suddetti Paesi sarà considerato come un attacco contro tutti. Oltre a ciò, l’accordo dovrebbe prevedere esercitazioni militari congiunte, cooperazioni nella produzione di sistemi d’arma e condivisione di dati d’intelligence

Il percorso verso la firma: dall’accordo saudita-pakistano all’aggiunta della Turchia

L’accordo consiste nell’estensione di un patto già siglato nel settembre dell’anno scorso da Arabia Saudita e Pakistan. Esso stabiliva una clausola di difesa reciproca, in base alla quale qualunque aggressione nei confronti di uno dei due Paesi sarebbe stata trattata come un’aggressione a entrambi. 

L’intesa nasceva dal timore saudita verso la crescente destabilizzazione della regione, a seguito della “guerra dei dodici giorni” fra l’asse Israele-Stati Uniti e l’Iran e, probabilmente, dei raid compiuti da Tel Aviv contro il Qatar il 9 settembre 2025 contro il team negoziale di Hamas.

Riad aveva previsto il rischio di una possibile estensione della crisi regionale, quindi aveva ricercato un nuovo livello di cooperazione con il Pakistan per un accordo di difesa reciproca.

Già a quel tempo, diversi attori regionali avevano dimostrato il loro interessamento verso tale alleanza – soprattutto per lo scudo atomico pakistano – fra cui la Turchia. Così Ankara, sfruttando i profondi rapporti sia con Islamabad che con Riad, ha dato avvio alle trattative.

Un possibile ingresso turco era già stato fatto trapelare a gennaio, mentre tra marzo e giugno nasceva un nuovo formato di cooperazione regionale (noto come R4), comprendente Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto.

In seguito, la guerra israelo-americana contro l’Iran aveva dato inizio a una nuova, grave destabilizzazione dell’intera regione.

Gli attacchi di Teheran contro l’Arabia Saudita e il rischio di un conflitto prolungato hanno reso evidente a Riad la necessità di rafforzare la propria deterrenza.

Proprio in questo contesto, le trattative sono proseguite fino a raggiungere il nuovo patto, conosciuto come “Accordo Congiunto di Difesa della Mecca”.

La convergenza degli interessi dei tre Paesi

Il patto – battezzato da alcuni osservatori come la “Nato sunnita” dato che l’Islam sunnita è il principale credo all’interno degli Stati firmatari – è il frutto della convergenza di diversi interessi tattici e strategici. Ciascuno dei Paesi dispone infatti di capacità di particolare valore per gli altri membri. 

La Turchia dispone del secondo esercito più grande della Nato, possiede un’industria della Difesa avanzata e in netta espansione e ha una posizione consolidata in tutta la regione.

Tuttavia, da anni soffre di una crisi economica ed inflattiva che limita la sua capacità d’azione, mentre aumentano le tensioni con Israele, che vede proprio in Ankara il suo prossimo rivale strategico. 

Per questo motivo, Erdoğan mira a sfruttare questa alleanza per attrarre i capitali sauditi, in modo da rilanciare l’economia turca tramite la vendita dei sistemi d’arma nazionali.

Inoltre, spera che la clausola di difesa reciproca possa indurre Tel Aviv a evitare eventuali escalation o minacce, soprattutto attraverso la deterrenza nucleare pakistana.

A sua volta, il Pakistan offre delle Forze armate di provate capacità, nonché un arsenale atomico atto a garantire la sicurezza dei nuovi alleati.

Tuttavia, la situazione economica del Paese rimane assai precaria, perciò Islamabad vuole attrarre i capitali sauditi e facilitare le sue vie di approvvigionamento energetico tramite i rapporti con Riad.

Infine, l’Arabia Saudita primeggia come il massimo beneficiario dell’accordo: il Regno possiede enormi capitali, oltre a ospitare i due principali centri della fede musulmana – non è un caso che la firma sia avvenuta alla Mecca.

Nonostante ciò, deve affrontare la crescente minaccia iraniana e non dispone né dei mezzi né delle capacità operative per difendersi.

Così, Riad vuole assicurare la propria difesa attraverso le due sopracitate potenze militari, anche tramite l’acquisto di sistemi d’arma. 

L’Arabia Saudita in particolare e – in parte minore – la Turchia temono una possibile futura strategia più assertiva da parte dell’Iran, spingendole dunque a ricercare la cooperazione con una potenza militare quale il Pakistan.

Le risposte di Israele e dell’Iran: cautela e timore

È difficile prevedere quale forma prenderà l’alleanza, in coesistenza o in opposizione alle potenze israeliana e iraniana.

In più occasioni, i tre leader hanno sottolineato il carattere unicamente difensivo dell’accordo, ed Erdoğan ha esplicitato che il patto non prende di mira alcuno Stato, ma incentiva i membri a cooperare per la pace e la prosperità del Medio Oriente. 

Malgrado la retorica, le risposte di Tel Aviv e Teheran non si sono fatte attendere. Israele non ha reagito ufficialmente, ma un funzionario di alto rango ha ammesso al Times of Israel di nutrire dei timori riguardo all’alleanza e di temere che ciò possa complicare le trattative per l’adesione dei sauditi agli accordi di Abramo. 

Da parte sua, l’Iran ha dimostrato una posizione piuttosto prudente. Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera, ha scritto su X: «I sauditi dovrebbero sapere che un accordo cartaceo con Turchia e Pakistan non porta loro sicurezza, così come anni di sfruttamento unilaterale degli americani non hanno portato loro sicurezza».

Con tale dichiarazione, Teheran ha inteso sottolineare le proprie capacità offensive, mettendo al contempo in dubbio l’effettiva capacità di deterrenza della nuova alleanza. 

Il futuro impatto dell’accordo: una nuova architettura di sicurezza regionale?

L’accordo, però, ha anche altri obiettivi: i tre Stati firmatari intendono cooperare per influenzare i futuri equilibri di potere in Medio Oriente.

Gli eventi succedutisi all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno dimostrato che la regione sta attraversando una fase di profonda trasformazione nei rapporti di potere tra i vari attori. 

Inoltre, la guerra in Iran ha attestato l’incapacità statunitense di proteggere i propri alleati locali. L’Arabia Saudita ha sperimentato più di tutti i rischi di una dipendenza dalla sicurezza garantita da Washington. La vicinanza agli Stati Uniti ha infatti reso il Regno uno dei principali obiettivi degli attacchi iraniani. 

È chiaro pertanto che, in futuro, Riad non potrà nutrire eccessive speranze nell’ombrello difensivo americano. Si rende quindi necessario per il Regno sviluppare propri sistemi di difesa e di deterrenza, riducendo significativamente la dipendenza militare dagli Stati Uniti.

L’intento è anche utilizzare la deterrenza militare pakistana e turca per controbilanciare la potenza di Teheran e di Tel Aviv e indurli verso una politica estera meno aggressiva.

In questa visione, l’Iran sembra già aver aperto una possibilità di compromesso: Mohsen Rezaei, nuovo capo del Consiglio di Sicurezza iraniano, in un incontro con il ministro dell’Interno pakistano ha elogiato gli sforzi di Islamabad per la pace e ha invitato le maggiori nazioni musulmane a cooperare per una maggiore unità all’interno del mondo islamico.

Le conseguenze del Patto della Mecca sugli equilibri mediorientali restano ancora difficili da determinare. Diversi attori regionali come Kuwait, Bahrain e Qatar si sono dimostrati interessati all’accordo e lo hanno accolto favorevolmente. 

Non sono mancate però le critiche. La Grecia ha sottolineato il rischio che la Turchia rafforzi il proprio ruolo nella difesa di Riad a danno di Atene e ha cambiato posizione sul mantenimento della batteria Patriot ellenica stanziata a protezione dell’Arabia Saudita.

Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno accusato indirettamente Riad di costruire un’istituzione alternativa al Consiglio di Cooperazione del Golfo, dando avvio a un acceso dibattito su X fra il principe saudita Abdulrahaman bin Musaid e l’ex consigliere presidenziale emiratino Abdulkhaleq Abdulla.

Le reali potenzialità della nuova intesa saranno stabilite prettamente dai vincoli operativi sanciti nel testo e dall’impegno che i tre Stati firmatari dimostreranno nel rispettarli e nell’attuarli.

Al momento, la clausola di difesa reciproca rimane molto vaga su come i Paesi aderenti dovrebbero reagire all’attacco a uno dei membri.

Si tratterà di un supporto logistico e militare, o di un vero e proprio ingresso in guerra? Questa genericità appare voluta, forse per adattare la risposta a ciascun caso.

Per esempio, due giorni dopo la firma, gli Houthi hanno attaccato una raffineria petrolifera di Aramco a Jizan, in Arabia Saudita, ma né la Turchia né il Pakistan hanno reagito.

Alcuni analisti del Jerusalem Post hanno visto l’attacco come una prima messa alla prova della nuova architettura difensiva.

Già ai tempi dell’accordo pakistano-saudita, Islamabad non aveva reagito agli attacchi missilistici iraniani contro i sauditi.

L’impatto che l’accordo della Mecca avrà sul breve e lungo termine è ancora ignoto, ma resta probabile che la nuova intesa possa diventare fondamentale all’interno delle dinamiche future del Medio Oriente.

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Matteo Faini

Matteo Faini

Appassionato da anni di geopolitica, futuro studente di Scienze Internazionali presso l'Università Statale di Milano. Utilizzo un approccio di analisi basato sul realismo e sulla complessità degli scenari e degli attori, partendo sia dalla politica estera che da quella interna. Le mie analisi si concentrano sulle aree mediterranea e mediorientale, con un focus particolare sulla Turchia.

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