Era il 1992 quando Francis Fukuyama poteva annunciare, senza timore di smentita, «la fine della storia». L’Unione Sovietica era collassata su se stessa e, dopo quasi mezzo secolo di Guerra Fredda, l’Oriente, tanto minaccioso, era finalmente battuto. Il sole calava straordinariamente ad est e sull’est. Rivoluzione copernicana concepibile solo in politologia, alla quale gli astri si sono riservati il diritto di non aderire, imitati dalla storia.
Eppure fu espressione del suo tempo, il cui straordinario successo riconferma una volta di più la tendenza occidentale a concepirsi come fine ultimo dell’umanità, specie oltreoceano.
Oggi, gli eventi ci costringono a rinnegare tali convinzioni. Rimangiando molte dichiarazioni e proclami degli ultimi decenni, ne scopriamo l’amarissimo sapore, mentre l’Occidente, profondamente post-storico, sospeso in bilico sul tetto del mondo e immerso nel benessere, si vede costretto controvoglia e non senza spaesamento a cercare un nuovo modo di (ri)pensare se stesso.
Ripensare l’Occidente significa ripensare gli individui e il loro modo di vivere insieme, una riflessione che affonda in precetti e teorie lontane nel tempo fino a risalire all’antica Grecia. «L’uomo è un animale che per natura deve vivere in una città», affermava Aristotele, concludendo: «Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma una belva o un dio».
Uomo politico, dunque. Polìtes, per dirlo nella lingua di appartenenza. Massima espressione dell’essere umano in quanto parte di una collettività e contrapposto, nella cultura greca, all’idiòtes, l’uomo privato.
Se si accetta la natura umana come politica, la conseguenza più evidente è che il luogo nel quale espletare al meglio le proprie virtù sia quello pubblico, utile alla propria collettività e riconoscibile dagli altri, in un mondo in cui apparenza e sostanza, che oggi si vorrebbero scisse, invece si compenetrano realizzandosi l’una nell’altra.
Mentre chi rimane intento a curare esclusivamente i propri affari privati, i propri ìdia, senza contribuire in maniera diretta alla vita pubblica, non può vedersi riconosciute grandi capacità. Da qui l’accezione di “idiota” come incapace, perdurata fino ad oggi. La felicità del singolo è destinata a concretizzarsi in tale dimensione e l’unico possibile viatico è l’azione: «la felicità è attività e l’attività di uomini giusti e temperanti dà compimento a molte belle cose».
La favola di Fedro e l’ira di Achille
L’Occidente nasce come collettività di uomini capaci di agire tracciando la propria traiettoria. Lezione ripresa dai romani e illustrata con magistrale semplicità da Fedro, che già nel I secolo d. C. evidenzia la differenza tra “storicismo” e “post-storicismo” in una delle sue favole dal carattere pedagogico.
Un lupo macilento, prostrato dalla dura vita selvaggia, incontra un cane pasciuto e gli chiede come faccia a essere così curato. Quando il cane gli risponde che basta servire un padrone per avere cibo e benessere garantiti e che anche lui può fare altrettanto, il lupo è tentato, ma rifiuta quando scopre che questo comporterebbe rinunciare alla propria libertà: «non voglio essere re a condizione di non poter disporre liberamente di me stesso».
Una scelta non troppo dissimile da quella compiuta a suo tempo da Achille, quando l’eroe omerico preferì una vita breve ma gloriosa, capace di farlo giganteggiare nei secoli, ad una lunga, più comoda e piena di affetti, ma che l’avrebbe condannato all’oblio. Così il lupo, che rifiuta comodità e ricchezza, preferendo sopportare le privazioni piuttosto che perdere la facoltà di determinare da sé il proprio destino.
Lezione dimenticata a queste latitudini, dove una storia siffatta può essere intesa solo se rapportata al singolo, all’uomo libero, al cittadino. Considerare invece i due animali come metafore delle collettività, potrebbe aiutarci a meglio comprendere il modo di ragionare del cosiddetto Sud globale, fu Terzo mondo, con il quale ci troviamo a confrontarci e ad evitare di cadere in errori macroscopici come avvenuto più volte.
In Occidente, o in parte di esso, le collettività hanno dovuto cedere il passo all’individuo grazie a un processo graduale principiato con la rivoluzione francese. La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino pone il singolo al centro della storia, ma il passaggio non è immediato né definitivo.
Tanto più che ad affiancare la celebre dichiarazione vi è l’altro grande prodotto partorito dalla feconda fucina del pensiero illuminista e dalle istanze collettive che lo plasmarono: la nazione. Il soggetto è cittadino in quanto parte della nazione, aspirazione dei popoli che ambivano a concretizzarsi giuridicamente e politicamente in collettività omogenee, senza più prevaricazioni straniere.
A riprova che la narrazione non plasma necessariamente la realtà, la Francia si fece naturalmente alfiere delle nuove istanze e le proiettò al di fuori di sé sulla punta delle proprie baionette. Diritti del cittadino e libertà nazionale come narrazione imperiale della Francia cosiddetta napoleonica, nodo gordiano e centro nevralgico di tutte le contraddizioni e le ambivalenze di quel periodo.
Nei territori conquistati e sottomessi per alcuni, liberati per altri, l’acquisizione di molti diritti giuridici si accompagnava all’umiliante frustrazione dei sogni nazionali. Per informazioni, si chieda a Ugo Foscolo.
Da Mazzini a Manzoni: la necessità di riscoprire la comunità
Come coniugare tra loro le nuove forme di associazione e individualità? Tra i tanti che si confrontarono con il tema, di importanza capitale, anche Giuseppe Mazzini, pater patriae che oggi sta lentamente sbiadendo dalla nostra memoria collettiva.
«Dio v’ha fatto esseri essenzialmente sociali. Ogni essere al di sotto di voi può vivere da per sé, senz’altra comunione che colla natura, cogli elementi del mondo fisico: voi nol potete» scriveva Mazzini più di duemila anni dopo Aristotele, sottolineando come «La parola della fede avvenire è l’associazione».
Per quanto in Mazzini fossero radicati anche ideali quali l’individuo e l’umanità, coniugava con essi la nazionalità in modo del tutto naturale, affatto contrapposto. A differenza di oggi, dove ci spendiamo a immaginare improbabili cittadinanze globali maldestramente affiancate a un marcato individualismo, Mazzini pone un tema inaggirabile per la vita in comunità: «quest’opera comune voi, divisi di lingua, di tendenze, d’abitudini, di facoltà, non potete tentarla.
L’individuo è troppo debole e l’Umanità troppo vasta», occorre «un mezzo di moltiplicare indefinitamente le vostre forze, la vostra potenza d’azione. Questo mezzo, Dio lo trovava per voi, quando vi dava una Patria, quando […] ripartiva in gruppi, in nuclei distinti, l’Umanità sulla faccia del nostro globo e cacciava il germe delle Nazioni».
Il pensatore e patriota inanellava le dimensioni di singolo, collettivo e universale in una catena che oggi pare essersi spezzata, privata dell’anello centrale. Questo è il nodo cruciale che l’Occidente si trova a dover sciogliere, la dimensione di comunità s’è perduta, nonostante il termine venga utilizzato per organi economici continentali il cui scopo è principalmente quello di tenerci il più possibile ancorati al di fuori della storia.
Non vi è traccia, in Europa, di quel sentimento e quella sostanza che compongono le nazioni indicate a suo tempo non solo da Mazzini ma anche da un suo grande contemporaneo, Alessandro Manzoni.
«Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», scandiva in celebri versi il poeta e scrittore milanese nel 1821, sognando l’Italia unita. Non uno di questi elementi è estendibile a livello europeo, dove sentimenti, fedi e lingue si differenziano non meno degli interessi nazionali. Per quanto, questi ultimi, spesso misconosciuti per colpevole disabitudine a curarsene.
L’Occidente nel suo insieme si affaccia sulle crisi contemporanee invecchiato e stanco. Nonostante conservi ancora l’enorme vantaggio tecnologico di stampo statunitense, il margine potrebbe non bastare. I destini del mondo che verrà si giocheranno anche attorno alla contrapposizione greca tra uomo politico e privato e a quella tra lupo e cane di Fedro, sulla nostra volontà e capacità di essere polìtaio idiòtai.
Se le collettività del Sud globale si troveranno di fronte un agglomerato disarticolato di individui intenti a curare esclusivamente i propri interessi privati, sempre più vecchi e scarsi di numero, incapaci di soffrire e di riscoprirsi collettività, l’esito del confronto nel lungo periodo sembra inevitabile.
Un conflitto diretto potrebbe non rendersi nemmeno necessario. Se si mantiene su questa traiettoria, nella quale il capitale umano delle collettività, la ricchezza più grande che possano possedere, continuerà a non venir più concepito come tale, l’Occidente potrebbe semplicemente consumarsi in silenzio, sparendo senza rumore, non sconfitto ma ugualmente battuto per abbandono del campo.
Immagine in evidenza: https://en.wikipedia.org/wiki/Infantry#/media/File:CJEF_joint_training_Exercise_Wessex_Storm_2020_MOD_45167425.jpg; foto presenti nell’articolo 1) https://it.wikipedia.org/wiki/Fedro#/media/File:Phaedrus_Fabulist_1745_engraving.jpg; 2) https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Monumento_a_Giuseppe_Mazzini_a_Milano.jpg
