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L’ennesima sfida tra Viktor Orbán e l’Unione europea

Il premier ungherese ricatta Bruxelles su Ucraina e multinazionali, ma non può rischiare di perdere i fondi europei

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán - Flickr

É in corso un altro capitolo del braccio di ferro tra Ungheria e Commissione Europea. Dopo vari tira e molla, l’esecutivo comunitario guidato da Ursula von der Leyen ha chiesto al Consiglio di bloccare il pagamento della rata da 7,5 miliardi di euro che spetterebbe all’Ungheria per il Next Generation Eu. La decisione finale dovrebbe esserci dopo il Consiglio europeo della prossima settimana.

La Commissione accusa Budapest di non rispettare lo stato di diritto e sa bene quanto il Paese magiaro sia dipendente da Bruxelles per la sua debole economia. Ma il primo ministro Viktor Orbán ha dalla sua un’arma altrettanto formidabile: il diritto di veto

Orbán sfrutta il sistema dell’Unione europea

Lo storico presidente della Commissione Jacques Delors amava descrivere l’Unione europea come «oggetto politico non identificato». Il sistema comunitario è infatti un unicum al mondo: è qualcosa di più di un’organizzazione sovranazionale ma qualcosa di meno di uno Stato federale. Questo è frutto della sua travagliata storia e della sua “Costituzione”, i trattati, che sono stati stilati dopo interminabili compromessi tra gli Stati membri, sempre timorosi di perdere troppa sovranità. 

Ad oggi, l’Unione ha competenze esclusive in poche materie, come il commercio con Paesi terzi e la concorrenza nel proprio mercato interno. Sulla maggior parte delle tematiche vi è un sostanziale bicameralismo perfetto tra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione, che rappresenta gli Stati membri. All’interno di quest’ultimo si decide a maggioranza qualificata, in un complicato meccanismo (qui si possono vedere le combinazioni di Paesi possibili) per cui una decisione si considera passata se il 55% degli Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione  votano a favore. 

Esistono però delle materie in cui l’Unione europea decide ancora all’unanimità: principalmente politica estera e tassazione. Qui ogni singolo Paese può bloccare tutto, dando alle capitali grandissimo potere. Quest’anno in particolare, Orbán ha utilizzato molto questa leva negoziale: ogni singola tranche di sanzioni alla Russia ha dovuto superare la sua opposizione, in cambio di vantaggi anche sostanziosi per l’Ungheria, come l’esclusione dal ban dell’importo di petrolio russo del greggio che arriva a Budapest tramite l’oleodotto di Druzhba

Oggi il premier magiaro sta bloccando la tassa minima del 15% per le grandi imprese e un pacchetto di aiuti all’Ucraina per 18 miliardi. Orbán non dice esplicitamente di ricattare Bruxelles per il proprio tornaconto e per l’interesse nazionale ungherese, ma adduce motivazioni come il fatto che l’aiuto a Kiev debba avvenire «tramite accordi bilaterali» oppure che la tassa alle multinazionali «farebbe perdere decine di migliaia di posti di lavoro». 

Le armi in mano a Bruxelles

L’Unione europea insomma non può approvare misure anche urgenti per la sola opposizione dell’Ungheria. Tuttavia questo non significa che Orbán possa fare tutto quello che vuole. Budapest è 22esima nell’Unione per Pil pro-capite, ha un’economia non certo florida ed è fortemente dipendente dai fondi di coesione erogati da Bruxelles. I 7,5 miliardi del Next Generation Eu rappresentano quasi il 5% del Pil magiaro: un’opportunità che l’Ungheria non può permettersi di perdere. 

La Commissione ha congelato i fondi per via dell’erosione dello Stato di diritto in Ungheria, con un’informazione sempre più controllata dal governo e un sistema di potere che lo stesso primo ministro ha definito «democrazia illiberale». Von der Leyen aveva imposto come condizione per avere i fondi l’implementazione da parte del governo di Orbán di 27 riforme: 21 legate alla corruzione, 4 alla giustizia e 2 all’utilizzo dei fondi europei. Gli sforzi di Budapest sono stati ritenuti insufficienti e la Commissione ha chiesto al Consiglio di votare per congelare i fondi magiari. 

La palla passa dunque agli Stati membri. Secondo le indiscrezioni, Germania, Francia e Italia sarebbero orientate a dare un’altra chance all’Ungheria, chiedendo alla Commissione un nuovo report sull’implementazione delle riforme e nel frattempo di sbloccare i fondi. Ma altri, tra cui il Parlamento europeo, la Spagna, l’Austria e il Belgio sono più severi e preferirebbero bloccare i soldi, quantomeno finché Budapest non vota a favore degli aiuti all’Ucraina e della tassa sulle multinazionali. 

È probabile che anche questa volta l’Ungheria otterrà quello che vuole. Orbán è un abilissimo calcolatore e sa fino a dove può tirare la corda. Implementerà qualche riforma, mantenendo a casa la consueta retorica anti-Ue, fino al prossimo ricatto per ottenere ciò che vuole. Del resto le sue scelte sono tutte legali e permesse dal sistema: il premier ungherese è semplicemente un giocatore più spregiudicato degli altri. 


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Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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