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Perché il Pakistan “sopravvive“ sull’orlo del default

Nonostante le crisi interne il paese ha degli "amici potenti" in grado di mantenere la stabilità nel paese

La crisi ambientale che sta colpendo il Pakistan è, secondo gli esperti, la conseguenza disastrosa di piogge monsoniche di portata record e dello scioglimento dei ghiacciai nella regione montuosa a nord del paese. Le inondazioni non stanno risparmiando nulla e, come rivelano i satelliti dell’ESA che stanno monitorando la situazione, circa 1/3 del paese è sommerso dall’acqua.

A farne le spese maggiori sono le regioni del Balochistan e del Sindh, regioni meridionali del Pakistan, che da giugno lottano contro questa catastrofe climatica. È proprio dal 14 giugno che il contatore delle vittime si è attivato: ad oggi sono oltre 1200 le persone che hanno perso la vita, 1/3 delle quali sono bambini.

Sia il PM Shebaz Sharif che il suo principale oppositore politico Imran Khan hanno sfruttato la propria posizione per chiedere aiuto alla comunità internazionale aprendo fondi nei quali raccogliere le donazioni e gli stanziamenti necessari alla ripresa. I danni stimati dal governo pakistano sono enormi: si parla di circa 10 miliardi di dollari per la ricostruzione di infrastrutture, case e fattorie.

Infatti, circa 1 milione di case sono andate distrutte e circa 5000 km di strade sono stati danneggiati. Per non contare i gravissimi, e in alcuni casi irreversibili, danni che hanno coinvolto siti archeologici di importanza inestimabile per ricostruire la storia della civilizzazione umana, come quello di Mohenjo-Daro.

I cittadini pakistani, come se non bastasse, sono da anni anche di fronte ad una crisi economica senza precedenti.  Il debito straniero, specialmente quello contratto con la Cina, e l’inflazione record stanno mettendo a dura prova il sistema finanziario del paese. Nonostante le rassicurazioni del premier Sharif, è ben noto come negli ultimi decenni la classe politica pakistana non abbia dato prova della propria trasparenza, preferendo un sistema di fatto basato sulla corruzione.

Molti analisti temono dunque che la crisi economica e quella umanitaria possano fomentare l’instabilità e concedere opportunità sovversive ai movimenti antisistema nel paese. Sempre più popolare è infatti la figura di Imran Khan, ex Primo Ministro e ad oggi leader di un’opposizione molto meno marginale nella politica pakistana.

L’opportunità per Khan di una nuova ascesa nel caos politico

Le tensioni politiche che fanno da scenario costante alla situazione pakistana non si sono allentate nemmeno di fronte ad una tale emergenza umanitaria. Nel mese di aprile il governo di Imran Khan, leader del PTI, il Movimento per la Giustizia del Pakistan, è stato sfiduciato dalla maggioranza poiché accusato di non aver fatto gli interessi nazionali e di aver, nel corso del mandato, contribuito al crollo dell’economia pakistana.

Nella versione di Khan queste accuse sono ovviamente infondate ed egli fa notare come le ingerenze straniere nella politica pakistana siano state fondamentali per la caduta del proprio governo, in primis quelle degli USA, paese che rimane il principale avversario ideologico di Khan in questa nuova fase di campagna elettorale.

Molti analisti sostengono che la deposizione di Khan è stata utile a tutelare la democrazia e la costituzione del Pakistan: si teme infatti la presa che l’ex PM può vantare di esercitare sulla popolazione e la sua vicinanza con l’influente l’esercito pakistano. A seguito di alcuni comizi in cui Khan ha messo in dubbio l’integrità di polizia e giudici, le autorità governative hanno deciso di mettere il leader del PTI in stato di fermo con l’accusa di sedizione. Un’accusa dunque gravissima che, secondo il governo Sharif, avrebbe causato instabilità nel paese, nelle forze armate e tra la popolazione civile. Lo scenario previsto da Sharif è presto diventato realtà.

Nel mese di agosto, a seguito del fermo imposto a Khan, decine di migliaia di civili hanno dato luogo a proteste violente nelle strade di tutto il paese contestando al governo di non fare abbastanza per tutelare gli interessi nazionali e sentendosi all’improvviso private del proprio leader politico. La mobilitazione nazionale e internazionale a supporto di Khan è stata senza precedenti e ha aperto la strada a scenari ai limiti della guerra civile.

Una crisi che coinvolge la classe politica, un sistema finanziario al collasso, giochi di potere, corruzione dilagante e adesso – ma già annunciata mesi fa dagli esperti – anche l’emergenza climatica. Nessun respiro quindi per il Pakistan, ma da cosa deriva la resilienza ad un vero e proprio default generale?

Gli “amici potenti” che tengono a galla il Pakistan

La crisi pakistana ha tutti i presupposti per sfociare, in tempi relativamente brevi, in qualcosa di simile al default dello Sri Lanka che tutt’ora vive una situazione tragica dalla quale sembra impossibile uscire. Nonostante le previsioni di alcuni analisti che vedono nel Pakistan il secondo paese – dopo lo Sri Lanka appunto – che collasserà nell’area del Pacifico, molti esperti ritengono che le similitudini tra le due crisi non siano abbastanza per giustificare una tale previsione. Questi ultimi infatti credono che l’isolamento diplomatico singalese e la posizione meno strategica rispetto a quella pakistana, abbiano contribuito ad aggravare la crisi economica.

Sono molte le potenze straniere, in ottica realista e senza dar adito ai complottismi di Khan, che hanno interesse nel mantenere la stabilità offerta dagli Sharif in Pakistan. In primis c’è la Cina, partner strategico sia perché principale referente economico sia in quanto portatore nel paese di grossi investimenti – porti, basi militari e commerciali tra tutti – utili alla Cina per creare un ponte diretto con l’Africa e per rafforzare la “strategia della collana di perle”, grazie alla quale con una serie di basi sotto il controllo cinese nel Pacifico la Cina tiene sotto scacco un nemico storico, l’India. È fin troppo palese come, se si pensa che il debito straniero pakistano attuale è contratto principalmente con la Cina, il Dragone stia affondando gli artigli della propria “trappola del debito” anche sul Pakistan.

La posizione strategica non è l’unica cosa ad attirare verso un’economia al collasso alcuni “benefattori” stranieri. La centralità della religione islamica offerta da un Pakistan stabile nell’area del subcontinente indiano garantisce l’appoggio di una nazione particolarmente attenta all’influenza dell’Islam nel Pacifico: l’Arabia Saudita. Il Pakistan riceverà infatti finanziamenti per circa 4 miliardi di dollari da vari paesi del golfo, tra cui Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, formalmente per la costruzione di moschee e luoghi di culto, ma il cui utilizzo effettivo sarà difficile da inquadrare nelle varie spese del paese.

Se gli aiuti economici cinesi, per quanto poco trasparenti, e quelli delle nazioni musulmane risultano piuttosto prevedibili per affinità ideologiche o religiose, non deve altrettanto stupire la presenza degli USA nelle questioni finanziarie pakistane. L’ingerenza statunitense, come già sottolineato tanto millantata da Khan, è difficile dire se si applichi alle questioni politiche, ma è certo che sia in qualche modo presente nei conti della spesa militare pakistana.

Pur di mantenere costante la propria presenza nel subcontinente, gli USA hanno ribadito il sostegno economico per “rafforzare la sicurezza” di 45 milioni di dollari per la manutenzione dei caccia F-16 pakistani. Una mossa che ha sollevato le perplessità di alcuni esponenti del governo indiano, preoccupati dalla corsa alle armi dei propri vicini.

Gli USA puntano sui rapporti con l’esercito pakistano, le nazioni musulmane sulla presa della religione islamica nel territorio e la Cina su eventuali ricatti economici per tenere in pugno il paese. Intanto il Pakistan si adagia tra questi “amici potenti” senza un piano di ripresa solido, nell’incertezza politica più totale e imboccando la direzione dello sviluppo militare come priorità assoluta. In tutto ciò i cittadini, sfiniti dalle catastrofi naturali e da quelle in cui c’è la mano degli uomini, risultano vittime senza voce in capitolo ma consapevoli di vivere in un sistema che sembra impossibile da cambiare.

Immagine in evidenza: “The Saviour” by Musti Mohsin is licensed under CC BY-ND 2.0.

Matteo Borgese

Nato a Roma nel 1996. Ho frequentato il Liceo Classico per poi proseguire in un percorso di crescita e studio delle discipline umanistiche che mi ha avvicinato sempre più alla filosofia orientale. Mi occupo del subcontinente indiano e di tutto quello che riguarda la cultura e la storia antica e contemporanea dell'India. Appassionato di storia delle religioni, di mistica e del rapporto tra l'uomo e il divino nella sua totalità, cerco di scorgere nella politica contemporanea gli echi delle dottrine filosofiche antiche.

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