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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

Perché il petrolio resta ancora al centro della politica globale

Perché il petrolio resta ancora al centro della politica globale

L’intervento statunitense a Caracas conferma che l’“oro nero” continua a orientare scelte militari, dinamiche di mercato e rapporti di forza internazionali.

Il petrolio costituisce ormai da lungo tempo croce e delizia per nazioni e imperi. Il cosiddetto “oro nero” è una ricchezza naturale il cui sfruttamento risale ai tempi antichi, quando veniva impiegato per l’illuminazione, per scopi medicinali e nelle costruzioni.

Oggi il suo ruolo ha trasceso la mera utilità pratica, oltre ad alimentare centrali energetiche e produrre carburanti, esso diviene spesso oggetto di corruzione e merce di scambio nella compravendita di armi, dinamiche che finiscono per rafforzare regimi autoritari.

La guerra per il controllo di tale risorsa non è certo una novità di questo secolo. Già nel 1916, durante il primo conflitto mondiale, si combatteva aspramente nel deserto arabo: un mare di sabbia, totalmente arido e con scarsissime riserve d’acqua.

Chi mai avrebbe potuto volere un territorio apparentemente così povero? In realtà, a nessuno interessava il deserto in sé, bensì ciò che si celava nel sottosuolo. Un tesoro inestimabile: il petrolio, divenuto – dopo il carbone – la “vita” delle moderne macchine belliche e dell’industria del XX secolo.

Oggi l’attenzione si sposta sul Venezuela, il cui destino appare indissolubilmente legato alla vischiosità dell’oro nero. L’azione militare americana — per alcuni una semplice operazione di polizia — del 3 gennaio 2026 rappresenta l’ennesima conferma del grande e intramontabile interesse per le commodities energetiche.

In verità, queste risorse si legano fin troppo spesso a regimi autoritari, democrature, scenari di instabilità et similia, come dimostrano i casi della vicina Libia, dell’Iran, della Russia di Putin, della Nigeria e di gran parte dei Paesi produttori dotati di enormi riserve.

Tuttavia, per sedere al tavolo dei grandi produttori non è strettamente necessario avere governi opachi o irrispettosi dei diritti umani; l’eccezione è rappresentata dalla Norvegia. Stando ai benchmark internazionali per reddito, parità di genere, scolarizzazione e aspettativa di vita, il Paese scandinavo risulta essere il più ricco al mondo, un primato raggiunto proprio grazie allo sfruttamento coscienzioso di petrolio e gas, le due fonti che coprono ancora il 55% dei consumi mondiali di energia.

Oslo ha saputo valorizzare al meglio le proprie abbondanti risorse naturali, operando in modo antitetico rispetto a molte compagnie petrolifere, in primis quelle americane, rappresentanti storiche di un colonialismo capitalista di stampo predatorio. Il pensiero corre alle “sette sorelle”, come le definì Enrico Mattei: quelle grandi compagnie private anglo-americane che dominarono incontrastate il mercato mondiale dal dopoguerra fino agli anni Settanta.

Squilibri di mercato e ruolo americano

Nell’odierno scenario, assistiamo a un revival di colonialismo a stelle e strisce. Il Presidente Donald Trump interviene in Venezuela per riprendersi quello che definisce il “suo petrolio”. Tale approccio, tuttavia, ottiene l’effetto contrario, rinvigorendo il nazionalismo locale, come emerge chiaramente dalle prime dichiarazioni del successore di Maduro, la Presidente Delcy Rodríguez.

Di conseguenza la Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima (Pdvsa) — società di Stato nata dalle nazionalizzazioni del 1973 e oggi saldamente in mano ai militari — ha richiesto alle compagnie straniere, che di fatto gestiscono le operazioni sui campi, di ridurre le attività, dato che le sanzioni americane non sono state revocate e il blocco navale persiste.

Le stime indicano che la produzione a gennaio 2026 scenderà a 700mila barili al giorno (Mbg), in calo rispetto al milione di dicembre; per tornare ai fasti degli anni Novanta, quando l’output superava i 3 mbg, ci vorranno anni e investimenti stimati nell’ordine di 100 miliardi di dollari.

Paradossalmente, il mercato petrolifero necessita oggi di rimuovere greggio dalla circolazione piuttosto che aggiungerne. Ci troviamo di fronte a un eccesso di offerta nell’ordine di 3 milioni di barili al giorno per il primo trimestre del 2026. In assenza di nuove crisi o di un ulteriore taglio alla produzione da parte dell’Opec — e in particolare dell’Arabia Saudita — la soglia psicologica dei 50 dollari al barile verrà presto infranta al ribasso, contro i 60 della quotazione odierna.

In questo contesto di debolezza dei prezzi, risuona ancor più inquietante uno dei passaggi chiave della conferenza stampa in cui Trump ha ricordato che «non siamo più ai tempi di Carter».

Il riferimento è al fallito tentativo dell’aprile 1980 di liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran; un’umiliazione che la memoria collettiva americana non ha mai cancellato e su cui l’attuale amministrazione fa leva politicamente. Azzardando una previsione, il prossimo obiettivo potrebbe essere proprio l’Iran, specialmente se dovesse perdurare la nuova ondata di proteste interne.

Una simile disinvoltura militare da parte di un Presidente nei confronti dei petro-Stati è un fatto reso possibile unicamente dalla recente indipendenza energetica raggiunta dagli Stati Uniti. Grazie alla rivoluzione della fratturazione idraulica (fracking), Washington ha quasi triplicato la propria produzione di greggio, passando dai 5 mbg del 2005 agli attuali 13,8, assumendo così il ruolo di primo produttore mondiale. 

Nel 2006, mentre Hugo Chávez nazionalizzava gli asset petroliferi per ottenere facile consenso, gli Stati Uniti importavano dal Venezuela 1 mbg; oggi tale quota è crollata ad appena 0,14 mbg. Tuttavia, questa supremazia cela una fragilità. Se in Venezuela il costo di estrazione dai giacimenti che affiorano nel bacino dell’Orinoco si attesta tra i 3 e i 5 dollari, negli Stati Uniti anche un prezzo di di 50 dollari al barile rende arduo il recupero dei costi del fracking

A ciò si sommano le crescenti proteste ambientali legate all’inquinamento delle falde acquifere. La produzione statunitense sta inevitabilmente rallentando e, per la prima volta in vent’anni, le previsioni per il 2026 indicano un leggero calo.

Il dominio energetico ostentato da Trump – esercitato con vigore anche sull’Europa lo scorso agosto, obbligandoci ad acquistare maggiori quote di gas naturale liquefatto (Gnl) – con quotazioni in calo non sarà sostenibile nel medio-lungo periodo; prima o poi, occorrerà tornare a trattare con i petrostati con toni decisamente più concilianti.

La posizione strategica e i crediti di Eni

In questo palcoscenico, in verità molto confuso, un ruolo di rilievo spetta anche a uno dei nostri campioni nazionali: l’Eni. Per il Cane a sei zampe la fine dell’era Maduro potrebbe dischiudere nuovi scenari, potenzialmente promettenti. Al tempo di chi scrive, non risulta che il recente colpo di mano americano abbia avuto impatti sull’operatività in loco.

L’azienda, guidata da Claudio Descalzi, opera in una vasta area del Paese sudamericano fin dal 1998, con attività nell’offshore del Golfo del Venezuela e del Golfo di Paria, nonché nell’onshore dell’Orinoco.

Attualmente, la produzione di Eni in Venezuela si concentra sul gas, interamente destinato all’approvvigionamento nazionale e alla generazione di energia elettrica; la produzione petrolifera, il cui output è minimo rispetto ai volumi del gas, è legata alla partecipazione del gruppo in due joint venture con la compagnia di Stato, con la quale tuttavia non sussistono nuovi progetti di sviluppo.

Il focus dell’azienda italiana è infatti prioritariamente puntato sul recupero dei crediti maturati nei confronti di Pdvsa (oggi circa 3 miliardi di dollari), che Eni è riuscita ad assicurarsi negli ultimi anni attraverso la fornitura di carichi di greggio destinati all’esportazione. Tutte le operazioni si sono sempre svolte con licenza e costante dialogo con le autorità statunitensi.

Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Refiner%C3%ADa_de_Amuay.jpg

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Alessandro Gorgoni

Alessandro Gorgoni

Sono un giurista con una forte competenza in economia e finanza, che mi consente di fare analisi con una visione ampia e articolata. Lavoro negli affari istituzionali e faccio ricerca sulle politiche pubbliche e nell'analisi dell'impatto della regolamentazione.

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