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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

Perché le monarchie del Golfo devono ripensare la propria strategia dopo la guerra con l’Iran

Perché le monarchie del Golfo devono ripensare la propria strategia dopo la guerra con l’Iran

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha aperto una nuova fase per le monarchie del Golfo, costrette a ripensare sicurezza, alleanze e modello politico

A seguito dell’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio contro l’Iran, l’immediata risposta della Repubblica Islamica è stata l’attacco alle basi militari americane ospitate dalle Monarchie arabe del Golfo.

Sebbene colpire gli asset bellici statunitensi in Medio Oriente sia legittimato dal diritto di rispondere all’aggressione e motivato dalla distruzione delle stesse rampe di lancio da cui partono gli attacchi, l’ostilità iraniana non si limita agli obiettivi americani, ma anche agli stessi Paesi che le ospitano.

Il fatto che la Repubblica Islamica abbia mirato e colpito edifici civili come il Burj Al-Arab a Dubai e abbia minacciato di colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua presenti nei vari Stati della regione, evidenzia il desiderio di minare interamente il sistema sociopolitico delle Monarchie del Golfo per minarne la stabilità e la sopravvivenza.

Le Monarchie arabe nel contesto del Golfo Persico

I vari Stati del Golfo hanno ottenuto l’indipendenza dall’Impero britannico tra gli anni Sessanta e Settanta, mantenendo anche in seguito la forma istituzionale monarchica.

Questi, diversificati nella propria proiezione geopolitica, hanno in comune la caratteristica di essere degli “Stati di rendita”, ovvero Paesi le cui entrate derivano in buona parte dalla vendita di petrolio all’estero e dalle rendite finanziarie, piuttosto che dal lavoro ad alto valore aggiunto e dalla tassazione dei cittadini.

La mancanza di libertà e la repressione della popolazione da parte delle autorità monarchiche è sopportata dai cittadini proprio in ottica di questo scambio. Il popolo non si ribella e rimane escluso dalla partecipazione politica, mentre lo Stato garantisce benessere e servizi.

Tale sistema si regge sulle risorse petrolifere per il Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti e sui servizi finanziari del Bahrain.

Un altro elemento da considerare è l’enorme squilibrio tra la popolazione reale e i cittadini effettivi degli Stati. Nel caso degli Emirati Arabi Uniti la cittadinanza rappresenta circa il 10-12% della popolazione totale, il cui resto è composto da lavoratori stranieri, tra professionisti specializzati e forza lavoro manuale composta da immigrati. 

La stabilità del sistema monarchico è garantita anche da una certa limitazione nell’espansione delle Forze armate nazionali, spesso di numero e qualità ridotta e con ampio utilizzo di mercenari stranieri, che negli anni ha impedito lo sviluppo di una forza militare troppo influente che potesse richiedere fette di potere come accaduto in Iraq o in Egitto.

Altro elemento fondamentale della sicurezza è l’appoggio militare degli Stati Uniti, iniziato con l’istituzione del Petrodollaro, un sistema che prevede la vendita di idrocarburi in dollari e il conseguente reinvestimento dei proventi nell’acquisto di materiale bellico e titoli del debito pubblico statunitense.

Unito al supporto diretto militare e di intelligence, tale sistema inserisce di fatto le monarchie del Golfo nella sfera di influenza americana, che in Medio Oriente si struttura nella catena di contenimento della Repubblica Islamica.

La quinta flotta di stanza in Bahrain è l’emblema di questo schema atto a garantire il libero passaggio per lo Stretto di Hormuz, obiettivo per ora disatteso.

Le monarchie del Golfo collaborano giuridicamente all’interno del Gulf Cooperation Council (Gcc), un’area di libero scambio, ma soprattutto un’organizzazione che ha lo scopo di contrapporsi all’influenza della Repubblica Islamica. 

Basi statunitensi in Medio Oriente

L’ostilità iraniana

È proprio la presenza militare statunitense dirimpetto al Golfo Persico a destare l’ostilità iraniana nei confronti delle monarchie arabe.

Queste, preoccupate della carica rivoluzionaria della Repubblica Islamica e memori del carattere imperiale dell’Iran, hanno trovato nell’ombrello militare statunitense la miglior garanzia di difesa.

L’inserimento di Bahrain ed Emirati Arabi Uniti negli Accordi di Abramo nel 2020 segna il tentativo americano di delegare la difesa degli arabi del Golfo allo Stato ebraico.

Calcolo risultato errato dopo aver subito la rappresaglia iraniana a seguito dell’attacco israelo-americano del 28 febbraio, che ha portato guerra e paura in Paesi che facevano della sicurezza e della stabilità il proprio vanto.

Di fatto, il loro coinvolgimento nel conflitto con l’Iran segna il fallimento del proprio modello di sviluppo, che pretendeva attraverso alleanze, petrolio, finanza e rendita, di mantenere un’immagine di Paesi sicuri e poli di stabilità in una regione attraversata da molti conflitti. 

Gli attacchi iraniani alle basi americane nel Golfo possono essere interpretati sia come l’intenzione di colpire le aree da cui si coordinano e partono i bombardamenti, sia come un tentativo di punire e destabilizzare gli stessi Paesi che le ospitano.

Inoltre, il blocco di Hormuz chiude ogni via di rifornimento per quei Paesi che fanno dell’esportazione di petrolio e dell’importazione di beni il centro della propria economia.

L’Iran sta tentando di svelare la fragilità dei regimi arabi agli occhi delle loro popolazioni. Smentita la credenza che basti bombardare un Paese per provocare un cambio di regime, nel caso delle monarchie arabe la provocazione iraniana vuole incrinarne la sicurezza e il benessere economico dei cittadini, i quali non si sentirebbero più legati alla classe dirigente che li proteggeva. 

Sebbene la legittimità del sovrano sia garantita dal prestigio storico della sua tribù, questa reputazione può sempre essere messa in discussione da altri pretendenti al potere locale.

Le varie monarchie si sono messe sulla difensiva, dagli Emirati Arabi Uniti che hanno portato attacchi diretti sul suolo iraniano e ricevuto aiuto militare diretto da Israele, al Bahrain e Kuwait che hanno iniziato una dura repressione contro la popolazione sciita accusata di spiare per conto dei Pasdaran.

Nel caso dell’arcipelago bahreinita, sono numerosi i video che mostrano cittadini esultare all’arrivo dei missili iraniani, cosa che ha causato duri scontri con la polizia. Inoltre, il 6 giugno una stazione di polizia di Manama è stata attaccata e incendiata da un gruppo chiamato “Bahraini Resistance”.

La morte di Sayyed Mohammed al-Mousawi, un attivista sciita torturato e ucciso dalle autorità bahreinite tra il 19 e il 27 marzo, rappresenta un ulteriore esempio dell’oppressione nei Paesi arabi.

La tensione interna alle Monarchie arabe è alta, e lo stato di guerra giustifica ulteriore repressione, di fatto incrementando l’autoritarismo che in tempo di pace si percepisce di meno.

A questo va aggiunto che l’elemento patriottico, che caratterizza l’Iran, è parzialmente assente nelle popolazioni dei vari Stati del Golfo facenti parte di ex colonie dai confini tracciati dagli inglesi e dalla popolazione piuttosto eterogenea.

È quindi difficile immaginarsi una risposta d’orgoglio da parte dei cittadini contro l’aggressore iraniano. Finiti i privilegi, il re è nudo di fronte ai suoi sudditi.

Tra i Paesi coinvolti, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait risultano i più ostili nei confronti della Repubblica Islamica mentre il Qatar, nonostante i colpi subiti, rimane nella sua storica posizione neutrale, inserendosi nelle trattative per lo sblocco dei fondi iraniani congelati dalle sanzioni.

Al contrario, l’Oman pare ricoprire un ruolo di interlocutore privilegiato dell’Iran. Dopo aver ospitato e mediato le precedenti trattative sul nucleare, oggi è considerato dalla Repubblica Islamica come un Paese amico, al punto da essere incluso come partner nella nuova gestione dello Stretto di Hormuz tramite il Persian Gulf Straith Authority.

Futuri sviluppi

Difficile immaginare futuri sviluppi, ma certamente il sistema socioeconomico e geopolitico delle monarchie arabe del Golfo è entrato in crisi e gli stessi regimi dovranno regolarsi di conseguenza.

Una nuova postura internazionale è fondamentale per la propria sopravvivenza, ma allo stesso tempo dovranno essere capaci di negoziare un nuovo contratto sociale con la propria popolazione, venuto meno quello descritto sopra.

Questo può avvenire in più modalità. I regimi, chiusi tra la minaccia iraniana e la rivolta interna, applicano una stretta autoritaria sulla società, come già accaduto in Bahrain, dove colpire le minoranze considerate ostili al potere costituito, come gli sciiti, è ormai pratica comune.

Al momento, non sembrano esserci segnali di un cambio di politica, gli Eau hanno approfondito la propria collaborazione con Israele e si mostrano sempre più ostili all’Iran, mentre Bahrain e Kuwait rimangono in balia degli eventi.

Per questi ultimi sarà decisivo il futuro della presenza americana nel Golfo. Se gli Stati Uniti dovessero perdere i propri asset militari nei suddetti Paesi, questi avrebbero maggiore margine di manovra decisionale e potrebbero optare per una maggiore neutralità in ambito geopolitico.

A causa del vuoto di potere che si sta creando a seguito dell’indebolimento dell’asse sciita e della presenza americana, i principali attori regionali stanno cercando di costruire nuovi spazi di cooperazione. 

L’Arabia Saudita spinge per la creazione del “Patto di Maometto”, un’alleanza militare ed economica con Turchia, Pakistan ed Egitto, mentre l’Iran sta cercando di costruire un nuovo ordine regionale marittimo attraverso il Persian Gulf Straith Authority.

Di fatto, il quadro geopolitico mediorientale è in forte mutamento, il caos genera opportunità e di conseguenza aumenta la competizione tra gli attori, spingendoli alla costruzione di nuove alleanze.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e6/Dubai_Marina_Skyline.jpg; https://en.wikipedia.org/wiki/Gulf_Cooperation_Council#/media/File:Flag_of_the_Cooperation_Council_for_the_Arab_States_of_the_Gulf.svg; immagine nell’articolo: 1) https://it.wikipedia.org/wiki/File:Middle_East_bases_of_the_US_map_2.png

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Lorenzo Timitilli

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