Prima dello scoppio della guerra tra Israele e Iran sembrava che molte commodities, su tutte lโoro nero, potessero scivolare in una fase di mercato ribassista, con prezzi tendenzialmente bassi per molto tempo. Nel caso del petrolio, un prezzo lower for longer ci aveva accompagnati tra il 2014 e il 2016, in conseguenza della shale revolution, quando gli Stati Uniti attraverso lo sviluppo, dal 2010, dellโestrazione di petrolio e gas di scisto tornarono a essere un grande esportatore oltre che consumatore.
La nuova offerta di petrolio statunitense, assieme a una domanda debole a seguito delle crisi economico-finanziarie degli anni dieci, portรฒ a una condizione diย oversupplyย sul mercato. Lo scenario, fino a giugno 2025, languiva in consumi deboli, con la domanda cinese non piรน allโaltezza delle aspettative, viziata da una crescita sotto tono e la confusaย e violenta politica commerciale ed economica americana.
Un ruolo di primo piano nella debolezza del prezzo dellโoro nero lโha avuto ancheย lโOpec, che ha visto un consistente aumento della produzione. I contrasti di natura geopolitica erano momentaneamente sullo sfondo, tenuti a bada da fondamentali reali che riuscivano a preservare lโequilibrio nel mercato.
Un 2025 che sembrava in linea
Nei primi sei mesi del 2025, il mercato del greggio ha registrato una significativa contrazione dei prezzi, anche superiore al 25%. Le quotazioni sono scese da quasi 80 $/bbl a un minimo di $60/bbl, un calo paragonabile a quello osservato nel 2020 durante la pandemia di Covid-19.
La flessione delle quotazioni ha subito un’accelerazione a partire da marzo, per via dei timori legati ai dazi dell’amministrazione Trump sulle importazioni statunitensi, e successivamente con la decisione dell’Opec+, presa nella riunione del 3 marzo, di attuare un rientro graduale e flessibile dei tagli all’offerta di 2,2 milioni di barili al giorno (mil. bbl/g) tramite aumenti mensili di 0,14 mil. bbl/g a partire da aprile 2025.ย
Proprio il mese di aprile รจ stato segnato da ย marcati movimenti ribassisti del mercato, con i prezzi che, per la prima volta dal 2021, si sono mantenuti prevalentemente nella fascia 65-70$/bbl. Le aspettative degli investitori sono state frustrate da quanto avvenutoย il 2 aprile durante il “Liberation Day” con l’annuncio di nuove e severe tariffe sulle importazioni statunitensi. Anche il cartello dei Paesi produttori ha fatto la sua parte, l’Opec+ ha infatti accelerato gli aumenti produttivi, portando l’incremento di maggio a 0,4 mil. bbl/g, oltre il triplo rispetto a quanto inizialmente previsto.
Questa revisione strategica รจ proseguita con un ulteriore aumento di 0,4 mil. bbl/g per giugno, risultando in un incremento complessivo dell’offerta di 0,96 mil. bbl/g in soli tre mesi, il 44% dell’aumento totale pianificato. Ufficialmente, i Paesi produttori hanno giustificato questi incrementi con l’aspettativa di una ripresa dei consumi a partire dall’estate e con la progressiva risoluzione delle questioni relative ai dazi commerciali; tuttavia, questa versione dei fatti pare difficilmente supportabile dai fatti.
Piรน realisticamente, assistiamo a una crescente divergenza tra alcuni Paesi membri dellโOpec+, con Arabia Saudita e Russia che hanno rilanciato la propria produzione per rispondere agli aumenti produttivi da parte di Kazakistan e Iraq. Spinti da queste dinamiche, i prezzi del greggio si sono attestati nella fascia 60-65$/bbl. Sintomi di un mercato orso, specie perchรฉ nel 2024 il Brent aveva chiuso in media a quota 81$/bbl.
Iran e Israele hanno invertito la tendenza
A metร giugno, le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno riacquistato un ruolo predominante sui mercati energetici. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno, una serie di eventi ha innescato una forte volatilitร , a cominciare da un’operazione militare israeliana contro infrastrutture strategiche in Iran. La pronta e decisa risposta di Teheran, con il lancio di missili, ha segnato un’intensificazione del confronto diretto tra i due Paesi.
Questa escalation ha immediatamente agitato i mercati, riflettendosi sulle quotazioni del petrolio. Il prezzo del greggio ha registrato un significativo rialzo, alimentato dalle crescenti aspettative di rischio degli operatori finanziari. Il timore principale era il concretizzarsi del cosiddetto worst-case scenario: lo scoppio di un conflitto su vasta scala in Medio Oriente.
Un’eventualitร simile avrebbe potuto coinvolgere numerosi attori regionali e internazionali, con il rischio di interruzione delle forniture attraverso i choke point strategici, primo fra tutti lo Stretto di Hormuz, cruciale per il transito globale di petrolio e gas naturale liquefatto. Il successivo coinvolgimento degli Stati Uniti, che hanno condotto attacchi mirati contro i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, ha ulteriormente esacerbato i timori di un’estensione incontrollata del conflitto.
In questa fase, la pressione sui mercati ha spinto le quotazioni del barile fino alla soglia degli 80 dollari. Tuttavia, proprio il timore di una degenerazione irreversibile della crisi, nonchรฉ un sostegno debole da parte degli storici alleati dellโIran, Cina in primis, ha spinto tutte le parti coinvolte a intraprendere iniziative per allentare la tensione. Il conseguente avvio di un processo di de-escalation ha permesso ai prezzi del petrolio di rientrare rapidamente su livelli piรน contenuti, intorno ai 65 dollari.
I barili in guerra
In un’epoca caratterizzata da una percepita digitalizzazione onnicomprensiva e dalla gestione algoritmica dei mercati, emerge con chiarezza il valore intrinseco di fattori estremamente fisici come la geografia. Lo Stretto di Hormuz, in virtรน della sua posizione strategica, si conferma un crocevia nevralgico per il commercio globale di idrocarburi. Attraverso questo passaggio transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di greggio, equivalenti a circa il 20% del petrolio mondiale.
Le rotte marittime che attraversano lo Stretto di Hormuz sono cruciali, poichรฉ convogliano prevalentemente gli idrocarburi verso i mercati energetici asiatici. Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono da queste vie per il 60-80% del loro fabbisogno petrolifero. Di conseguenza, la sua chiusura โ anche se solo minacciata โ si tradurrebbe in un’immediata crisi sui mercati e genererebbe tensione nelle sale operative di Tokyo, Nuova Delhi, Seul e Pechino.
Questo conferisce a Teheran una leva di deterrenza indiretta che l’Iran impiega con crescente efficacia, senza la necessitร di ricorrere a un conflitto armato diretto. L’area costituisce quindi un punto critico di intersezione tra finanza, geopolitica ed economia reale.
Sebbene storicamente l’Iran abbia spesso avanzato minacce di chiusura di questo strategico passaggio senza poi darvi seguito, il crescente “disordine globale” rende lo studio di possibili scenari futuri assolutamente cruciale per la comprensione delle dinamiche energetiche mondiali.
Un mercato resiliente
Sui prezzi del petrolio possiamo azzardare varie previsioni, in base all’entitร di eventuali interruzioni dell’offerta: qualora una nuova escalation dovesse tagliare le esportazioni iraniane, si prevede un ritorno dei prezzi del petrolio a circa 80 $/bbl, un incremento significativo rispetto alla tendenza prevalente nel primo semestre del 2025; nello scenario piรน severo, che vedrebbe l’azzeramento delle esportazioni di greggio iraniano, i prezzi potrebbero superare la soglia dei 100 $/bbl.
Dalla nostra, abbiamo che il mercato ha sempre dimostrato una certa resilienza agli eventi “traumatici”. Nel 2019 gli iraniani attaccarono con i droni gli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais, ma nonostante l’entitร dell’evento, i prezzi del Brent registrarono una fiammata di breve durata. Analogamente, l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 vide il Brent superare i 100 $/bbl per poi sgonfiarsi progressivamente ai livelli pre-bellici.
Questi precedenti suggeriscono che il mercato oggi stia operando con l’aspettativa di assenza di gravi distruzioni dell’offerta o di chiusura dello Stretto di Hormuz. ร tuttavia evidente che un’eventualitร come la chiusura dello Stretto comporterebbe un totale stravolgimento del mercato, sovvertendo l’equilibrio tra domanda e offerta e potenzialmente scatenando una crisi globale di portata ben oltre la sola componente economica.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/84/US_Navy_050505-N-4309A-110_Master-at-Arms_Seaman_Matthew_Ramer_assigned_to_Mobile_Security_Detachment_Two_Four_%28MSD-24%29_stands_watch.jpg
