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Pmf: il volto armato dell’influenza iraniana in Iraq

Pmf: il volto armato dell’influenza iraniana in Iraq

Il rapporto tra Baghdad, Pmf e Iran rivela la fragilità della sovranità irachena e il crescente peso delle milizie negli apparati dello Stato.

Il 24 marzo scorso, il Consiglio ministeriale iracheno per la sicurezza nazionale, ha autorizzato tutte le proprie forze di sicurezza, incluse le unità sciite filo-iraniane delle Popular Mobilization Forces (Pmf), a prendere parte alle ostilità, recentemente sospese da un cessate il fuoco, che vedono contrapposti l’Iran, Israele e gli Stati Uniti.

La decisione di Baghdad si limitava a formalizzare una realtà caratterizzata già da sistematiche incursioni delle Pmf, tramite il lancio di missili e droni di fabbricazione iraniana, contro le installazioni militari e diplomatiche degli Stati Uniti.

Dalla fine di febbraio, secondo diverse stime, le Forze di mobilitazione popolare hanno condotto oltre 500 attacchi contro obiettivi americani all’interno dell’Iraq o lanciati dal territorio iracheno contro altri attori regionali, uno su tutti Israele.

Questa marcata, seppur (quasi) scontata, presa di posizione da parte del governo iracheno in favore di Teheran, certifica il forte peso delle Pmf all’interno del Paese e la notevole influenza che l’Iran esercita all’interno delle strutture di potere irachene.

Breve storia delle Forze di Mobilitazione Popolare

La creazione di questa organizzazione ombrello risale al 2014 e risponde alla necessità di decine di milizie sciite di coordinare uomini e risorse contro l’avanzata dello Stato Islamico, il quale aveva già occupato ampie porzioni della Siria orientale e del nord dell’Iraq.

Oltre all’urgenza militare, l’allora Primo ministro iracheno Nouri al-Maliki e l’Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa sciita del Paese, promossero attivamente la creazione delle milizie, temendo il collasso dello Stato iracheno.

Per le Forze di Mobilitazione Popolare, la discesa in campo contro lo Stato Islamico ha rappresentato una grande opportunità di legittimarsi davanti all’opinione pubblica, accreditandosi come unica forza credibile a difesa della sovranità irachena.

Le Pmf, nel corso di diversi scontri hanno ottenuto risultati decisamente positivi sul campo, uno su tutti la vittoria nella Battaglia di Tikrit nel 2015, distinguendosi dall’esercito regolare iracheno, più volte sconfitto dalle milizie jihadiste.

A seguito dei successi militari e al crescente peso politico delle milizie sciite il governo di Baghdad, nel 2016, approva una legge per integrare formalmente le Pmf nelle Forze armate irachene.

L’obiettivo è quello di inserire queste formazioni in un quadro giuridico definito volto a limitarne l’autonomia. Tuttavia il tentativo fallisce poiché, all’interno della legge nota come Popular Mobilization Commission Law, le Pmf disattendono sistematicamente diversi passaggi cardine.

Dal punto di vista politico un così ampio grado di indipendenza delle milizie sciite è dovuto alle solide relazioni che esse intrattengono, sin dalla loro nascita, all’interno della politica irachena.

Una figura centrale nell’asse tra politica e milizie è Hadi al-Amiri, in parlamento dal 2014 e leader dell’Alleanza Fatah, una delle formazioni sciite più importanti in Iraq.

Accanto a lui, Nouri al-Maliki, già Primo ministro tra il 2006 e il 2014 e Vicepresidente fino al 2018, guida oggi il partito filo-iraniano Dawa, mantenendo stretti legami con le Pmf e sostenendo una linea favorevole alla cooperazione con l’Iran.

Oggi, tuttavia, il ruolo e l’influenza politica delle Forze di Mobilitazione è meno identificabile in figure chiave e ben definite, ma piuttosto è diventata una penetrazione di tipo più capillare e diffusa all’interno degli apparati di potere iracheni.

Le Pmf entrano a Fallujah dopo la Terza Battaglia di Fallujah nel 2016

La lunga mano di Teheran

Le Forze di Mobilitazione non devono il loro potere solo al peso crescente sul piano politico e militare, ma alle strette relazioni operative e di coordinamento che esse mantengono con l’Iran.

Nonostante Teheran intrattenga da anni rapporti proficui con una parte delle milizie sciite irachene, i contatti tra i vertici delle Pmf e gli iraniani iniziano a partire dal 2014.

I principali artefici e coordinatori nello sviluppo delle Forze di Mobilitazione sono stati gli uomini della Forza Quds, unità d’élite dei Pasdaran, incaricata di condurre operazioni di supporto ad attori proxy e di proiettare l’influenza iraniana all’estero.

Il Maggiore Generale Qassem Soleimani, allora comandante della Forza Quds e considerato da molti analisti “l’architetto della politica estera di Teheran”, coordinò e promosse in larga misura l’opera della Forza Quds in Iraq.

Nello specifico quest’ultimo ha garantito alle Pmf un supporto costante nel tempo da parte dell’Iran in termini di intelligence, rifornimento di armi e munizioni, consulenza tecnica e addestramento sul campo.

Ciò ha permesso alle Forze di Mobilitazione, come già evidenziato precedentemente, di raggiunto un grado di coordinamento ed efficacia sul campo di battaglia talvolta superiore rispetto all’Esercito iracheno.

Infatti, oltre alla già citata vittoria di Tikrit, il ruolo invisibile della Forza Quds è rintracciabile nelle vittorie delle Forze di Mobilitazione nella Battaglia di Falluja del 2016 e nella Riconquista di Mosul nel 2017.

Un aspetto spesso trascurato è stata la capacità della Forza Quds di attrarre nuovi combattenti nelle Pmf attraverso incentivi economici. Dopo la legge del 2016, che ha formalmente uniformato i salari tra miliziani e soldati regolari, tali vantaggi si sono tradotti in bonus e migliori dotazioni forniti dall’unità di Soleimani, rendendo di fatto più appetibile l’ingresso nelle Forze di Mobilitazione.

Soleimani ha inoltre costruito una rete di relazioni solide con i vertici delle Pmf, in particolare con Abu Mahdi al-Muhandis, Comandante in capo delle Pmf e membro del Partito Dawa. Già leader della milizia Kata’ib Hezbollah, oggi componente centrale delle Forze di Mobilitazione, al-Muhandis ha consolidato con Soleimani un rapporto stabile tra Pmf e Forza Quds.

Tale legame è sopravvissuto anche alla loro uccisione, avvenuta in un raid statunitense il 3 gennaio 2020 a Baghdad, mentre si recavano a incontrare il Primo ministro Adil Abdul-Mahdi, anch’egli uomo vicino a Teheran.

Abu Mahdi al-Muhandis e Qasem Soleimani

Il futuro delle Pmf

All’interno di questo quadro emergono contraddizioni latenti e rivalità interne che, nel lungo periodo, possono logorare i rapporti tra Pmf e Iraq.

Il nodo principale è quello della lealtà: nate per difendere la sovranità irachena contro lo Stato Islamico, le Pmf risultano oggi stabilmente allineate alla strategia regionale di Teheran.

Dall’ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, la quasi totalità delle milizie ha partecipato attivamente ad attacchi contro forze statunitensi e israeliane, inserendosi pienamente in un più ampio schema guidato dall’Iran.

Ne deriva una situazione ambigua, in cui il governo iracheno si trova al contempo ospite e, indirettamente, partecipe di azioni che non controlla pienamente.

Il risultato è una progressiva erosione della sovranità: internamente viene meno il monopolio statale della forza, mentre esternamente la politica irachena si appiattisce sugli interessi di attori non statali legati a Teheran, che considera l’Iraq come spazio funzionale alla propria profondità strategica.

A ciò si aggiungono le tensioni interne, poiché alcune componenti governative considerano le operazioni delle Pmf contro Stati Uniti e Israele un rischio concreto di ritorsioni.

Una risposta militare potrebbe infatti colpire non solo le milizie, ma anche strutture e asset statali, spingendo Baghdad a limitare un’autonomia finora molto ampia in capo alle Forze di Mobilitazione.

Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalla possibile frammentazione interna. Le Pmf riuniscono circa settanta milizie, in larga parte arabo-sciite, ma attraversate da differenze politiche.

La componente filo-iraniana resta dominante, includendo realtà come il partito Dawa, l’Alleanza Fatah, Kata’ib Hezbollah e la Brigata Badr, mentre la corrente legata all’Ayatollah Sistani mantiene un’impostazione più nazionalista e svincolata dai rapporti con Teheran.

Sulla stessa linea si posizionano anche le Brigate della Pace guidate da Muqtada al-Sadr, che tuttavia oggi risultano in larga parte non operative e solo formalmente parte delle Pmf.

Sebbene la maggioranza delle milizie resti allineata su posizioni filo-iraniane, un prolungato coinvolgimento militare e un possibile calo di consenso potrebbero favorire dinamiche di frammentazione o scontri interni, anche di bassa intensità.

Nel medio periodo, la tenuta interna delle Pmf e il loro rapporto con Teheran rappresenteranno un’ulteriore variabile decisiva per la stabilità irachena e una nuova sfida per il regime degli Ayatollah.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ec/Iraqi_tanks_during_the_parade.jpg; immagini presenti nell’articolo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Raising_flag_of_Iraq_and_Popular_Mobilization_Forces_after_defeating_DAESH.jpg, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Abu_Mahdi_al-Muhandes_%26_Qasem_Soleimani01.jpg

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Marco Benedetti

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