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Evgenij Primakov e il risveglio dell’Orso russo: l’altro Kissinger?

Evgenij Primakov e il risveglio dell’Orso russo: l’altro Kissinger?

Tra neo-euroasismo e pragmatismo politico: come Evgenij Primakov ha provato a riportare la Russia al centro delle vicende mondiali

Diplomatico, accademico, ministro degli Esteri, capo dei servizi segreti, primo Ministro, giornalista, eternamente russo, Evgenij Maksimovic Primakov è stato tante cose. Figura tanto gettonata in terra russa ed estremamente eclettica, ci lascia in eredità un’impalcatura intellettuale di ragguardevole spessore.

Originariamente anonimo sia nei corridoi di potere che presso i cenacoli letterari occidentali, è stato definito il “Kissinger russo” secondo un’interpretazione superficiale e anche di comodo.

Al di là del curriculum vitae simile, con il collega americano Primakov condivide solo una discreta dose di pragmatismo politico, e in merito alle questioni internazionali più problematiche i due non avrebbero potuto essere più diversi.

Nato a Kiev nel 1929 e deceduto a Mosca nel 2015, Evgenij vive due Russie: quella sovietica – immersa nel gioco polarizzante della Guerra Fredda – e quella del post ‘91, che goffamente tenta di ritagliarsi un proprio spazio geopolitico, ma con scarso successo.

I due momenti storici lo inducono a maturare una cifra stilistica e una destrezza di analisi assolutamente uniche. A lui si deve non solo l’immane sforzo di aver “raddrizzato” quest’ultima Russia allo sfacelo, ma anche, e soprattutto, l’assiduo lavoro di penetrazione conoscitiva in quelle porzioni di globo in cui la visuale russa veniva sdegnata.

Primakov e il puzzle Eurasia

Da un punto di vista strettamente geopolitico, è considerato uno degli alfieri del neo-eurasismo, corrente filosofica nata dalle ceneri sovietiche, che si pone come naturale prosecuzione, in chiave più radicale, dell’eurasismo degli anni ‘20.

La pluralità di vedute e sensibilità autoriali con cui il fenomeno viene filtrato non consente una sua definizione univoca, ma se si volesse catturarne l’essenza, il neo-eurasismo potrebbe essere descritto nel modo seguente: il progetto supremo di una Russia ristrutturata geopoliticamente e il suo contestuale ritorno imperiale ai fasti della grande potenza, sfidando così il globalismo occidentale, specie quello a firma degli Stati Uniti.                         

Due sono gli elementi che pesano come macigni: il primo – squisitamente geografico – è rintracciabile nella natura bicontinentale della Federazione; il secondo, di carattere socio-culturale, fa di quest’ultima un mosaico di civiltà.

Quando si parla di Eurasia si ha ben poca contezza del concetto. Oltretutto l’impossibilità di mapparne adeguatamente i confini induce a un utilizzo imprudente del termine. In questa sede è sufficiente comprendere che la coabitazione di più nuclei identitari, ancorati al suolo della grande massa continentale eurasiatica, suggerisce la frammentazione di uno spazio geografico che conserva la memoria storica di un popolo.                                                    

Ma Primakov fa un passo avanti. Il suo genio, come è stato osservato dallo storico Aldo Ferrari, sta tutto nell’aver traslato la realtà poliedrica della Russia su scala globale, ammettendo quindi l’esistenza di un mondo multipolare. E il seme di quella che sarà poi conosciuta come “Dottrina Primakov” comincia a germogliare.

Evgenij PRimakov con William Cohen, segretario della difesa durante la presidenza Clinton

I guardiani dell’ordine globale

Velleitarie e viziate dal fanatismo, le teorie neo-eurasiste più conservatrici narravano, e narrano, la frenesia di un ritorno russo in grande stile, mal adattandosi però alla realtà dei fatti. Ed Evgenij ne prende le distanze.

Nel suo libro “Un mondo senza la Russia? Le conseguenze della miopia politica”, pubblicato nel 2009, si deduce che l’emancipazione del Paese, dopo l’atrofia economica del post Guerra Fredda, sarebbe stata raggiunta solo con una gestione più lungimirante delle sue risorse naturali e intellettuali, e con meno predizioni fantasiose, in una realtà internazionale che vedeva altri centri di potere maturare rapidamente.

Nel capitolo I del libro si legge: “Il mondo attuale è plasmato attraverso la dialettica tra la multipolarità in via di assestamento e l’interconnessione tra i centri del sistema mondiale.Tale interconnessione è ulteriormente rafforzata per la necessità di coinvolgere tutti i poli nel contrasto alle nuove minacce e sfide.” Ecco in poche righe tutto il senso della sua dottrina.

La lontananza dal crudo realismo della metafora sulle palle da biliardo è lampante.                   
I nuovi attori in ascesa, alla stregua di quelli già consolidati, per Primakov, sono dei balancer con un compito: vestire i panni dei guardiani dell’equilibrio di potenza.

E fra queste sentinelle la Russia è, e sarà sempre, fondamentale. “Sono convinto” – prosegue Primakov – “che la Russia sia lungi dall’idea di affermare il proprio ruolo nel mondo attraverso lo scontro con tutti e sbagliano quei politici occidentali che agiscono sulla base di tale visione.”

I destinatari primari di questo monito sono gli americani che, isolati nella loro turris eburnea, hanno confezionato un’immagine completamente distorta dell’antagonista russo, eliminandolo dall’elenco delle grandi potenze.

Ma l’unipolarismo è veramente esistito? A questa domanda Primakov risponde sempre negativamente, ribadendo più volte che solo la configurazione multivettoriale può essere effettivamente stabile e che la credenza del traino del singolo sia solo un abbaglio.

L’uomo che sussurrava a Putin

Sulle speculazioni in merito a chi sia stato il “Richelieu” di Putin si potrebbero scrivere molte pagine. E’ circolato a lungo il nome di Aleksandr Dugin, filosofo controverso, che vede ancora oggi Mosca come una terza Roma destinata a un indiscutibile dominio eurasiatico.

Ma in realtà è stato solo Primakov ad aggiudicarsi questo ambito titolo. Con lui, la geopolitica si spoglia definitivamente dei sofismi teorici e vanagloriosi, divenendo applicazione pratica, pura azione strategica. Ragion per cui essa è stata integralmente assorbita dal capo del Cremlino che da tempo la mette in atto.

Il passaggio dalla formulazione dei dogmi primakoviani alla loro messa in pratica si è svolto agendo su alcune direttrici in particolare. Il primo nodo da sciogliere è stato rappresentato dallo sforzo russo di un’integrazione – tuttora ancora di tipo prevalentemente economico, giacché una di tipo politico è prematura – con le ex Repubbliche sovietiche, “recuperando” quelle più restie a riavvicinarsi al nucleo originario.

Alcuni tentativi in merito sono risultati fruttuosi: ne è una testimonianza, nel 2002, la nascita della Csto (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva), ovvero l’alleanza militare che ad oggi conta solo sei firmatari, e nel 2011 l’Unione Doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.

Ma la strada risulta in salita, se si pensa che una porzione dello spazio post-sovietico è stata risucchiata nell’orbita americana. Ed è l’”intruso” statunitense a essere sempre stato il secondo nodo, forse più una matassa da sbrogliare.

Evgenij Primakov e Vladimir Putin

Un aneddoto da manuale, esemplificativo della personalità di Evgenij, riporta che il 24 marzo 1999, giuntagli notizia del bombardamento Nato della Jugoslavia, sorvolando l’Oceano Atlantico per recarsi a Washington, annullò la visita per far ritorno immediato a Mosca.

La posizione del diplomatico rispetto al Patto Atlantico era perentoria: “Quando ero ministro degli Esteri della Russia” – scrive Primakov nel suo libro poc’anzi citato – “ho ripetutamente detto sia a Madeleine Albright che a Strobe Talbott, e anche ad altri miei colleghi americani, che l’ingresso nella Nato di repubbliche ex sovietiche significava per noi il superamento della “linea rossa.”   

Nel 1997 nulla impedì il raggiungimento di un Patto Nato-Russia, l’Atto Fondatore, con tutti i limiti del caso, che tracciò le linee guida di una cooperazione in ambito securitario più solida fra le parti.                                                

Ma il capolavoro operativo di Primakov, testimonianza della dottrina al suo zenit, è stato ciò che viene definito il “triangolo strategico”, ossia una Triplice Alleanza tra Mosca, Pechino e Nuova Delhi.

Questa corsa al riparo a est, da parte dell’Orso, si connotava come il perfetto contraltare ai tentativi egemonici statunitensi, oltre che un’assicurazione ai propri interessi eurasiatici. Il 1998 è stato l’anno in cui Evgenij ha partorito l’idea di una sintonia con gli altri due colossi, auspicando che, in questa geometria dialogica, si normalizzassero prima di tutto le relazioni fra Cina e India, al tempo fortemente compromesse.                                                    

E se su un eventuale potenziamento a lungo termine di questo trittico si nutrono dubbi, con giusta ragione, i tre partner attualmente “si tollerano” così come il buon nome del realismo politico comanda.

Indiscutibilmente il diplomatico di Kiev ha instradato la Russia verso la via più percorribile, mostrando uno scorcio di un Paese che per anni ha lottato contro la propria crisi di identità perché dipinto dall’Occidente come l’anti-eroe della storia. Ma soprattutto ha chiarito il significato dell’essere russi e ciò che questo popolo vuole e ha sempre voluto.

In fin dei conti può esistere un mondo senza la Russia?

Immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Evgenij_Maksimovi%C4%8D_Primakov#/media/File:E_Primakov_03.jpg; immagini presenti nell’articolo: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Vladimir_Putin_with_Yevgeny_Primakov-2.jpg

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Ilaria Valle

Ilaria Valle

Nata a Sassari nel 2001, nel 2020 decido di addentrarmi nel mondo diplomatico, laureandomi tre anni dopo in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università Alma Mater di Bologna. Dopo il conseguimento della Laurea Magistrale in Relazioni internazionali e Istituzioni Sovranazionali Cum Laude alla Sapienza di Roma, proseguo i miei studi, ancora in corso, con un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale presso lo stesso ateneo. Sono una grande appassionata di Geopolitica e di Diplomazia: la prima è una chiave di lettura del mondo che scava ben oltre la superficie; la seconda rende la parola uno strumento estremamente potente di conciliazione. Attraverso la scrittura, cerco di nobilitare due discipline ancora oggi vittime di pregiudizi.

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