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Quale transizione nella nuova globalizzazione?

Il mondo sulla via della ri-globalizzazione, largo all'onshoring (o meglio, nearshoring)

Foto di the blowup su Unsplash

Il 24 marzo, Larry Fink, CEO di Black Rock (il più grande hedge fund del mondo) ha scritto una lettera ai suoi investitori in cui riflette sinteticamente sulla traiettoria futura dell’economia globale segnata della pandemia e della guerra che si sta consumando in questi mesi in Ucraina.

Egli afferma che il conflitto si è abbattuto su un mondo che era già impegnato a ripensare la propria struttura economica a causa della pandemia e della lotta al cambiamento climatico, e inoltre, che la globalizzazione che ha contraddistinto gli ultimi trent’anni è destinata a scomparire lasciando spazio ad una maggiore polarizzazione.

Questa de-globalizzazione per Fink inciderà sulle scelte delle aziende per via dei costi crescenti e sulle politiche per la neutralità climatica, che per prevedevano una situazione geopolitica totalmente diversa da quell’attuale.

Come continuerà la transizione energetica?

L’Unione Europea negli scorsi mesi si era mostrata al mondo come il primo vero baluardo nella lotta al cambiamento climatico. Meno 55% di emissioni entro il 2030 e totale azzeramento entro il 2050. Ambizioso ma possibile secondo le istituzioni di Bruxelles.

Il Green Deal Europeo ha come colonne portanti l’efficientamento energetico, l’elettrificazione di quante più attività possibili, l’utilizzo di idrogeno verde come vettore di energia per tutti i settori hard-to-abate e l’installazione di fonti rinnovabili con cui coprire la maggior parte del fabbisogno energetico.

Per accompagnare tale transizione era stato previsto l’utilizzo progressivamente decrescente del gas metano, che è sì il secondo combustibile per quantità di emissioni, ma comunque molto lontano dal carbone a parità di energia prodotta.

Come le bollette dei mesi invernali ci hanno ricordato, il 45% del metano usato dall’UE proviene dalla Russia, e l’attuale situazione ha privato Bruxelles di questa carta dal proprio mazzo.

Questo perché se anche il conflitto terminasse domani, l’UE non potrà far altro che continuare a considerare Putin come un nemico e mantenere le sanzioni, la cui cancellazione (totale o parziale) sgretolerebbe la credibilità europea dimostrando l’ipocrisia di tutti i discorsi sulla solidarietà e sulla vicinanza verso l’Ucraina ed il suo diritto ad autodeterminarsi.

L’affidamento sul gas russo è sempre stato tale che i paesi europei non hanno mosso un dito di fronte a quanto accaduto in Cecenia, nel Donbass e con le ex spie sovietiche avvelenate in Inghilterra e in altri paesi europei.

La convenienza aveva non solo alimentato questa forma di omertà, ma anche una miopia di lungo periodo che non ha mai permesso lo sviluppo di un piano di indipendenza energetica da un paese guidato da un leader che aveva già dimostrato ben prima dell’Ucraina di non essere un partner affidabile, anzi.

Anche prima della guerra, probabilmente, l’UE sperava che la convenienza economica del rapporto potesse far desistere Putin dal suo intento bellicoso. Purtroppo, la massima di Frederic Bastiat “Dove non passano le merci, passeranno gli eserciti” questa volta è stata smentita.

Fonte: Sky Tg 24

Ora i paesi europei si trovano di fronte ad una situazione che non concede più la gradualità che si era preventivata e che nel breve impone di trovare alternative al metano russo. La Germania, per esempio, sta riflettendo se rimandare lo spegnimento delle centrali nucleari (negli ultimi anni ha bruciato più carbone degli altri paesi europei, alla faccia dei verdi 60 GW di pale eoliche).

L’Italia con un mix energetico diviso fra rinnovabili e gas, ora si trova a dover sostituire la quota di Mosca (circa il 40% del totale) con altri partner o con l’installazione di fonti rinnovabili. Per questo secondo intento è necessario che i ritmi di installazione di fonti rinnovabili si facciano molto più sostenuti e ciò implica che un paese come l’Italia, dove il 70% dei progetti di impianti green è bloccato dalla burocrazia, le procedure si snelliscano come mai prima d’ora.

Al livello internazionale questo shift massiccio e in breve tempo di più paesi contemporaneamente potrebbe alimentare ulteriori pressioni sul settore dell’energia green: maggior domanda, prezzi più alti.

Ma la situazione è tutt’altro che accomodante in termini di prezzi, soprattutto quelli delle materie prime. Infatti, il litio, essenziale per le batterie che in futuro avranno un ruolo per lo stoccaggio di grandi quantità di energia è aumentato del 496% nel 2021. Il neodimio, fondamentale per i magneti delle turbine eoliche, del 78%; gallio e germanio, necessari per i pannelli solari, di oltre il 31%.

Fonte: elements.visualcapitalist.com

Nello scenario geopolitico che si verrà a delineare diventeranno rilevanti ancor più di oggi anche le posizioni dei giacimenti di questi materiali. Delle quasi 116 milioni di tonnellate di riserve terre rare oggi conosciute, 12 milioni (10,3%) si trovano in Russia, e altre 44 milioni in Cina (37,9%). In particolare, quest’ultima totalizza il 58% della produzione mondiale con 148 mila tonnellate nel 2020. Gli Stati Uniti sono a 38 mila tonnellate, oltre tre volte in meno.

Fonte: elements.visualcapitalist.com

Dato altrettanto rilevante è quello che riguarda i luoghi di lavorazione. Sempre la Cina in media processa il 57% del totale delle materie prima per la green energy, con picchi di 85%, 65% e 58% per, rispettivamente, terre rare, cobalto e litio (presente per il 52% in Australia e il 22% in Cile).

Fonte: elements.visualcapitalist.com

L’incertezza sugli sviluppi del conflitto, supply chain e relazioni internazionali forse dovrebbe spingere i paesi europei ad una diversificazione che vada oltre le fonti rinnovabili, seguendo magari l’esempio francese sul nucleare, al fine di dotarsi di un mix energetico capace di garantire una stabilità ed un’autonomia da fattori esogeni (mercato delle terre rare) per non ripetere lo stesso errore commesso con Putin.  

Quale nuova globalizzazione?

Fink, nella sua lettera, ritiene che la rottura dei rapporti con la Russia spingerà governi e imprese a cercare nuovi partner e che questa ricerca potrebbe indurre fenomeni di onshore (ritorno in patria degli impianti) o nearshore (in un paese vicino al proprio) di cui potrebbero beneficiare paesi come il Messico, Brasile, Stati Uniti o poli industriali nel sud-est asiatico. E afferma anche che questa riprogettazione delle supply-chain non potrà che avere effetti inflazionistici.

Forse anche la Cina, in base agli sviluppi del conflitto e alle proprie scelte, potrebbe essere coinvolta da questo fenomeno globale di riposizionamento.

Il Dragone dall’inizio della guerra ha sempre cercato di stare con un piede in due scarpe. Sin dal primo giorno ha auspicato la fine del conflitto nel minor tempo possibile viste le ricadute economiche, anche se dalle dichiarazioni sembra che la colpa del perdurare dell’invasione sia dei paesi Nato, apparentemente non intenzionati a trovare una soluzione diplomatica perché inviano armi all’Ucraina e infliggono sanzioni (che si guardano bene dal violare) controproducenti e fonte di ulteriori tensioni.

Insomma, contro la guerra ma non contro i russi. Meglio rimproverare l’occidente che ignorare per quieto vivere commerciale, per preservare i rapporti con Putin nell’attesa di ulteriori sviluppi della situazione.

Al di là di questa tattica comunicativa, la Cina sa che Usa e Ue sono i suoi primi partner commerciali (€756 miliardi e €852 miliardi) e che Putin (€147 miliardi) non varrebbe il loro sacrificio. Xi Jinping ha dimostrato di dare al valore economico dei rapporti un’importanza primaria nelle sue scelte strategiche.

Bisognerà vedere per quanto tempo Pechino continuerà ad assumere questo atteggiamento prima di prendere una posizione netta (se mai la prenderà). Se ad un certo punto si vedesse costretta a decidere da che parte stare, la scelta economicamente meno dolorosa sarebbe scaricare la Russia accettando il sacrificio degli approvvigionamenti energetici.

Dal lato occidentale c’è quantomeno la certezza del nemico. Governi e aziende sicuramente sperano di mantenere delle relazioni stabili sia per gli scambi commerciali che per l’imprescindibilità cinese nella transizione energetica (e questa è una grande arma di ricatto per cui non è stata presa alcuna contromisura).

Alla luce di tutta questa complessità, l’unica cosa certa è che molte cose cambieranno radicalmente. Probabilmente non si assisterà ad una deglobalizzazione, ma ad una riglobalizzazione, ovvero una riconfigurazione dell’economia globale per gruppi integrati di paesi affini in competizione tra loro per l’egemonia economica, politica e culturale.

Enrico Ceci

Ciao, sono Enrico e sono capo redattore della sezione economia per Aliseo. Classe '95, laureato in economia e in studi europei. Nei miei articoli, legati principalmente a temi economici ed energetici, cerco di offrire un punto di vista diverso, sempre e solo attraverso il supporto dei dati.
Seguendo lo spirito di Aliseo, il mio intento è arricchire tutti coloro che dedicheranno un momento del loro tempo alla lettura dei miei contributi.

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