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L’Unione europea vara un altro ban sul petrolio russo. Ma le sanzioni funzionano?

Putin resiste grazie a triangolazioni e rilocazioni. Il motivo delle misure però non è solo economico

Ieri è entrato in vigore il ban europeo ai prodotti petroliferi raffinati russi. Annunciata da tempo, la misura è pensata per mettere ulteriormente sotto pressione economica Mosca. Il Cremlino però, grazie a triangolazioni e rilocazione dei propri prodotti, sta resistendo alle sanzioni meglio delle aspettative occidentali. 

Le triangolazioni che salvano Putin

Sono molte le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato come la Russia riesca da una parte ad approvvigionarsi di quei prodotti tecnologici che non può importare dall’Occidente, dall’altra a vendere le materie prime che sono la base della sua economia. Il principio è quello classico delle triangolazioni.

Solo per fare degli esempi, il New York Times ha svelato come l’Armenia abbia aumentato di 10 volte le importazioni di smartphone, perché poi li rivende alla Russia. Bloomberg ha spiegato come il petrolio russo venga rimescolato a Singapore e poi esportato, nel tentativo di aggirare le sanzioni, mentre Reuters ha raccontato di come la componentistica tecnologica arrivi a Mosca dall’Europa tramite la Turchia

Questi sono solo alcuni dei casi che hanno avuto più risalto, ma ce ne sono molti altri. Uno dei più impressionanti è quello del Kazakistan, che nel prossimo futuro potrebbe vendere petrolio alla Germania attraverso gli oleodotti russi, per poi importarne da Mosca la stessa quantità: il tutto rispettando le sanzioni europee. 

I dati dimostrano come la Russia stia reggendo tutto sommato bene alle pesanti sanzioni occidentali. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto per Mosca una crescita del Pil dello 0,3% per il 2023 e del 2,1% per il 2024. Previsioni peggiori di quelle anteguerra, intendiamoci, ma certamente non quelle di un’economia al collasso. 

La Russia guarda a est

Prima dell’invasione dell’Ucraina, Mosca vendeva la grande maggioranza dei suoi idrocarburi in Europa. L’export di materie prime è ciò che tiene in vita un’economia che ha dimensioni nettamente inferiori a quella dell’Italia: non esattamente una stazza da potenza mondiale.

Per questa ragione, c’era la speranza che con i vari round di sanzioni varati dall’Unione europea, la macchina da guerra del Cremlino andasse in grossa difficoltà. La Russia è riuscita però abbastanza velocemente a rilocare le proprie esportazioni verso est: India e Cina in particolare hanno di molto aumentato le proprie importazioni di greggio siberiano. 

Con l’occasione, Vladimir Putin ha anche l’ambizione di superare il benchmark basato sul dollaro e sul Brent, facendo accordi per vendere il proprio petrolio Urals a prezzi ribassati direttamente con i Paesi acquirenti. La scelta ha senz’altro diminuito di molto l’impatto delle sanzioni occidentali sulla sua economia, ma non è comunque priva di problematiche. I Paesi orientali hanno infatti una maggiore leva negoziale nei confronti di Mosca, che è costretta a vendere il proprio greggio a prezzi scontati. Inoltre, il trasporto via mare per esempio per l’India ha costi decisamente maggiori rispetto a quelli per l’Europa.  

Il ban entrato in vigore ieri però potrebbe creare poi un’ulteriore problema a Putin. Da sempre infatti, India e Cina preferiscono acquistare petrolio greggio, per poi raffinarlo nei loro Paesi. Questo significa che su questo prodotto i russi non potranno sostituire, come hanno fatto in larga parte con il greggio, l’Europa con i due giganti asiatici. I prodotti raffinati potranno andare per in Turchia o in Nordafrica, ma si tratta di economie con domande nettamente più ridotte. Questo vorrà anche dire che Mosca dovrà ridurre la quantità di greggio estratto, dal momento che diminuiranno gli acquirenti dei suoi prodotti raffinati, con potenziali ripercussioni sul prezzo della materia prima. 

A cosa servono le sanzioni?

Gli effetti del ban sui prodotti petroliferi raffinati russi sono ovviamente ancora tutti da scoprire. Resta però da chiedersi quale sia il senso per gli europei di costose sanzioni che sicuramente stanno creando qualche grattacapo a Putin, ma certamente non stanno distruggendo la sua economia. 

Posto che queste scelte vengono prese maggiormente a Washington che a Bruxelles, ci sono almeno due risposte. La prima, economica, è che servirebbe più tempo perché le sanzioni facciano davvero effetto. É difficile dire se sia vero o meno, certo storicamente (vedi alla voce Iran, non a caso sempre più vicino alla Russia) queste misure non sono mai state risolutive.

La seconda è invece politica. Putin ha sconvolto decenni di pace in Europa, probabilmente anche contando su divisioni in campo occidentale che, al netto di piccole scaramucce, non ci sono state, oltre a considerare che è difficile pensare di commerciare come nulla fosse successo con una potenza ormai dichiaratamente ostile ai propri confini. Il segnale è indubbiamente forte e importante, ma va considerato che non è a costo zero, in un momento di difficoltà economica per il Vecchio continente. 

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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