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La Scozia non può organizzare un referendum sull’indipendenza. Che succede ora?

La premier Sturgeon vuole trasformare le prossime elezioni generali in una consultazione per affrancarsi da Londra

Le bandiere di Regno Unito, Scozia e Unione europea - Wikimedia Commons

«Il parlamento scozzese non ha il potere di legiferare su un referendum per l’indipendenza di Edimburgo». Con la consueta asciuttezza, la Corte Suprema del Regno Unito ha stabilito all’unanimità che senza il consenso del governo di Londra, la Scozia non può organizzare nemmeno un referendum consultivo sulla propria autodeterminazione. Una decisione attesa, ma che complica i piani della primo ministro indipendentista Nicola Sturgeon. La questione scozzese, comunque, non si chiude qui.  

Un voto «once in a generation»

Il ricorso del governo di Edimburgo alla Corte Suprema era parte di una strategia per uscire dallo stallo in cui è precipitato l’indipendentismo scozzese. Lo Scottish National Party (SNP), che si batte per l’affrancamento da Londra, guida l’esecutivo di Edimburgo ininterrottamente dal 2007. Nel 2014, l’allora primo ministro Alex Salmond ottenne da David Cameron la possibilità di tenere un referendum sull’indipendenza, che venne vinto dagli unionisti 55% contro 45%. 

In quel caso, tanto gli unionisti quanto gli indipendentisti affermarono che la consultazione era «once in a generation», dunque che non ce ne sarebbe stata un’altra per molti anni. A questo si sono appellati tutti i premier conservatori che si sono succeduti in questi anni al numero 10 di Downing Street, negando regolarmente a Edimburgo la possibilità di tenere un secondo referendum

Gli indipendentisti rispondono però che Brexit ha cambiato le carte in tavola: la Scozia ha votato per il 63% per rimanere nell’Unione europea e uno degli argomenti degli unionisti nel 2014 era proprio che Edimburgo indipendente avrebbe rischiato di non entrare nell’Ue. Essendo mutate così tanto le condizioni, un secondo referendum sarebbe dunque necessario. 

Il “piano B” per l’indipendenza scozzese  

Otto anni fa Cameron aveva attivato l’Ordine Sezione 30 dello Scotland Act, cedendo temporaneamente a Edimburgo il potere di organizzare una consultazione che normalmente è nelle mani di Londra, come ribadito dalla sentenza della Corte. Sturgeon ha dichiarato di accettare la decisione, ma ha aggiunto che «una legge che non permette alla Scozia di scegliere il proprio futuro senza il consenso di Westminster dimostra come sia un mito l’idea di Regno Unito come unione volontaria». 

A questo punto la premier scozzese farà scattare il “piano B” per l’indipendenza scozzese, dopo il fallimento del “piano A”, che era appunto quello del referendum, anche se non vincolante. Il “piano B” consiste nel trasformare le elezioni britanniche del 2024 in un referendum de facto: lo Scottish National Party correrà con una single-issue campaign, puntando dunque esclusivamente sull’indipendenza. Se il partito prenderà più del 50%, il governo di Edimburgo lo considererà come una maggioranza per affrancarsi da Londra e chiunque sieda a Downing Street dovrà comportarsi di conseguenza, è il ragionamento di Sturgeon. 

Il piano della premier scozzese è rischioso per varie ragioni. Innanzitutto l’SNP non ha mai preso più del 49% alle elezioni generali, dunque sarebbe il miglior risultato della storia. Poi non è affatto probabile che gli altri partiti accettino di trasformare il voto per Westminster in un referendum di fatto, rischiando di svuotare di senso l’iniziativa di Sturgeon. La premier però spera che il suo atteggiamento deciso ma mai oltre i confini della legge, insieme all’intransigenza di Londra, porti gli elettori indecisi dalla sua parte. Oggi i sondaggi danno un testa a testa tra indipendentisti e unionisti. 

L’indipendenza scozzese è più difficile della riunificazione irlandese 

Non è un segreto poi che a Edimburgo preferirebbero trattare con un governo laburista che con uno conservatore, e il Labour è certamente favorito per le prossime elezioni. Tuttavia anche i socialisti sono unionisti e non possono mostrarsi deboli: nel 2015 alcune parole di apertura verso l’indipendentismo scozzese dell’allora leader Ed Milliband scoprirono il fianco agli attacchi dei Tories, che condussero una campagna sullo spauracchio di un governo di coalizione tra SNP e laburisti, facendo incetta di voti in Inghilterra. 

Il percorso verso l’indipendenza scozzese è insomma complicato, nonostante le speranze dei ferventi europeisti del Continente. Peraltro anche l’eventuale ingresso di una Scozia indipendente nell’Ue è tutt’altro che certo: per l’allargamento serve l’unanimità dei Paesi, ed è possibile che la Spagna voti contro per evitare un precedente con la Catalogna oppure che Londra riesca a fare pressione su un piccolo Paese per fare uno sgambetto a Edimburgo. 

La Scozia è vitale per interesse geopolitico ed energetico per l’Inghilterra, che dunque non intende lasciarla facilmente. La situazione è molto diversa da quella dell’Irlanda del Nord, in cui Londra si è impegnata in un trattato internazionale garantito dagli Stati Uniti a lasciare l’Ulster nel caso in cui la maggioranza della popolazione fosse favorevole a un’unificazione con l’Irlanda. Irlanda che è Paese membro dell’Ue e dell’Eurozona, per cui non ci sarebbe bisogno di passaggi intermedi per unirsi a Bruxelles. Una situazione insomma difficile, ma in politica mai dire mai.

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Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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