Ci ha già pensato il noto giornalista, nonché storico direttore di uno dei massimi quotidiani dello schieramento progressista “La Repubblica”, Ezio Mauro a definirla come “una dannazione”; e d’altronde, forse, non si potrebbe applicare termine diverso al crollo, ormai secolare e strutturale, della sinistra, quella istituzionale, italiana.
Lo storico excursus novecentesco insegna che laddove un fronte comune alle destre abbia le parvenze, già in partenza, di una disgregazione interna che rende tutto meno solido, l’argine preventivato non restituisce gli esiti sperati. In particolare, sono almeno tre i passaggi fondanti che confermano un certo andamento decadente negli intenti dell’area progressista o comunque di sinistra: tre momenti diversi (1921-1948-2022) che caratterizzano la mancata unità reale dello schieramento e l’inevitabile disfatta che riporta tutto alla ripartenza da zero, ad una ricerca di valori e progetti, in barba a una sana continuità politica.
Così fu all’alba del Fascismo, quando sulla base della “Direttiva Lenin” l’allora Partito socialista italiano perse l’ala a sinistra dei massimalisti e nel 21 gennaio 1921 nacque il Partito comunista d’Italia, direttamente dislocato ideologicamente dalla Repubblica dei Soviet e impiantato come sezione italiana dell’Internazionale comunista.
Così fu nel panorama post seconda guerra mondiale, quando nel 1948 il Fronte democratico popolare, costituitosi sull’antifascismo militante che aveva caratterizzato il movimento ciellenistico durante la Resistenza, non riuscì a sfondare il solido muro elettorale democristiano. Quel Fronte, uno dei cosiddetti argini alle destre, non tenne e si disgregò subito dopo l’esito del voto.
E così è stato nell’ultima tornata elettorale del 25 settembre, con il Partito democratico, in parte erede di una tradizione se non propriamente comunista ma sicuramente socialdemocratica e progressista, che ha certo raggiunto una percentuale di consensi maggiore rispetto al 2018, ma che comunque, dal punto di vista numerico, ha perso consensi pari a circa settecento mila voti. Questo risultato, figlio di una annosa tradizione nell’arco politico a sinistra del plenum italiano, muove determinate considerazioni, che si articolano su tre conseguenze più o meno dirette dei tre scismi che qui si elencano: il Fascismo, la continuità governista della Dc durante la Prima Repubblica e la vittoria inevitabile della coalizione di destra oggi.
Non meno importanti della mancata unità d’azione delle sinistre italiane – il solo Partito democratico dall’anno della sua fondazione ad oggi ha prodotto almeno sei diaspore di fuoriusciti dalle file del partito – sono gli scontri, storici e contemporanei, con l’ala extraparlamentare dell’harem.
Questo ulteriore “nemico”, interno ma defilato, trovò origine già al termine della lotta di Liberazione nel 1945 in alcune azioni di militanti partigiani che per l’Italia avevano previsto un futuro diverso rispetto a quel Paese liberale, e in un certo senso americanista, che si andava formando. Ben note alle cronache sono gli interventi di tipo sovversivo e militare di Giulio Paggio e della Volante rossa, per cui la Resistenza era stata tradita anche dallo stesso Pci dell’allora segretario Palmiro Togliatti. Il punto principale di questa ostinazione politica si muoveva per la formazione di un’Italia socialista che guardava a Mosca e non a Washington.
In parte, su tale base ideologica – che vedeva nel Partito comunista uno dei principali fautori della mancata attuazione rivoluzionaria postbellica in Italia – e su alcune istanze presenti anche nel movimento del ’68 si organizzarono alcune frange armate degli Anni di piombo. Furono espressione diretta di tale linea politica formazioni come le Brigate rosse, Prima linea, i Nuclei armati proletari e altre sigle, che nella terminologia di una parte della base dei partiti di sinistra costituzionalizzati del tempo prendevano il nome di “compagni che sbagliano”.
Si trattava di una sorta di riconoscimento limitato nell’area comunista di base ma, allo stesso tempo, di un allontanamento diretto dalle azioni terroristiche intraprese in chiave rivoluzionaria e anti-democratica.
Oggi i tempi sono difficili. Diversamente difficili dagli anni Settanta. Il Partito democratico di Letta non ha arginato le destre, non ha unito in maniera granitica un possibile fronte progressista e di certo non ha recuperato i consensi che storicamente appartenevano al Pci: quelli degli operai. Anzi, in fabbrica stravince la destra. Quella stessa destra che, politicamente furba, non ha interesse al modo “proletario” di parlare e all’uso errato di congiuntivi ma costruisce il suo discorso elettorale sulla “pancia” dei votanti, sul sensazionalismo e sul leader unico.
Gran parte degli operai oggi riconosce nel Pd il principale partito che ha smantellato i diritti dei lavoratori, diritti sociali, economici e politici, con misure come il Jobs Act, l’abolizione dello storico articolo 18 dello Statuto del 1970 e l’attuale legge elettorale, conosciuta come il Rosatellum.
E a nulla valgono, lo confermano gli esiti, le narrazioni sull’antifascismo e sulla Resistenza che non trovano più terreno fertile nelle città industriali. Si guardi l’esempio di Sesto San Giovanni, dove a Emanuele Fiano, candidato dei dem all’uninominale con una storia legata a doppio filo alla deportazione degli ebrei durante il Fascismo, il popolo ha preferito Isabella Rauti, figlia di quel Rauti fondatore del Centro studi ordine nuovo, da cui prese vita l’organizzazione terroristica neofascista Ordine Nuovo.
E si analizzi anche l’esempio di Bologna, dove il Partito democratico ha ancora una roccaforte politica ereditata dal Partito comunista, rappresentata però da uno dei più democristiani tra i democristiani: Pierferdinando Casini.
Il Pd, con tutte le sue contraddizioni, incarna oggi il mutamento ultimo, almeno per il momento, di quel Pci che dal crollo del Muro di Berlino ha prodotto, per alcuni, varie svolte; per altri tragici cambiamenti. Mutamenti, dall’organismo originale e originario, che hanno per forza di cose rimestato antichi valori con la modernità galoppante. Ricambi politici (Pci-Pds-Ds-Pd) che hanno generato in una parte della base una continuità storica nel voto per appartenenza indubbia e ideologica e in un altro pezzo un allontanamento definitivo frutto di miscelazioni incoerenti con la tradizione comunista del Paese.
La nuova fine del principale partito di centro-sinistra, che produrrà sicuramente un nuovo inizio politico, riconferma il trend storico. E in tal senso ci ha pensato il funzionamento dell’attuale legge elettorale che tende a premiare le coalizioni. Un sistema misto, tutto italiano, voluto dal Pd e odiato da Giorgia Meloni nell’approvazione in Parlamento, che ha colpito maggiormente il fronte progressista, ancora una volta disunito e palesemente troppo contraddittorio.
La sinistra italiana, a cento anni da quella storica scissione di Livorno, si trova, oggi come allora, in preda a una dannazione.
Foto di evidenza: Credits to: https://www.nuovairpinia.it/2018/10/11/con-vignola-in-irpinia-il-pd-riparte-dalla-coalizione/
