Se รจ vero che diplomazia sta ad ars oratoria cosรฌ come esercito sta ad ars bellica, รจ ancor piรน vero che lโesattezza matematica di questa proporzione ora non vale piรน.
Da che mondo รจ mondo il grande cavallo di battaglia della diplomazia – nonchรฉ suo storico biglietto da visita – si rintraccia proprio nellโuso ponderato dellโeloquenza.
Ma sono altri โcavalliโ a sfidare adesso lโalfabeto diplomatico, primo fra tutti quello proveniente da un settore che, anche da un punto di vista semantico, pare il piรน sgradito: quello militare.
La razionale incisivitร connaturata alla pratica negoziale รจ messa sotto scacco da una progressiva interferenza del linguaggio armato. E non รจ un bene.
Nata come la declinazione piรน nobile del soft power statale, essa trova invece nellโhard power il suo alleato linguistico. Anche la diplomazia parla di guerra e nel farlo imbraccia le armi costruendo un proprio arsenale bellico-terminologico.
Il noto brocardo latino โNe impediatur legatioโ (letteralmente โnon si impedisca la funzione della missione diplomaticaโ) – che normalmente regola lโistituto dellโimmunitร dellโambasceria – perde ora il suo vigore ammonitorio, lasciando la diplomazia a impantanarsi.
Per uscire da questa impasse, questโultima dovrebbe rinunciare a fare la guerra.
Ma contro chi? O contro che cosa? Principalmente contro sรฉ stessa. Forse solo contro sรฉ stessa.
Un tale spirito di iniziativa non esiste neanche sul piano teorico, nonostante lโessere meno bellicosi non sia per forza sinonimo di debolezza. Tuttavia, il 2026 e soprattutto il 2025 rammentano lโesatto contrario.
De diplomatica โeloquentiaโ
Detonatore di dibattiti bizantini e zuffe teoriche che hanno congestionato sia la seconda metร dello scorso anno sia gli albori del 2026, il ReArm Europe – ufficializzato lโ11 marzo 2025 al Parlamento Europeo da un perentorio discorso di Ursula von der Leyen – rappresenta un caso plastico di potere duro e potere morbido lessicalmente fusi.
Oltre a un uso ricorrente dei generici termini quali โsicurezzaโ, โresponsabilitร โ e โdifesaโ, uniti a orpelli di tipo piรน tecnico, emblematica รจ la frase โThis is a moment for peace through strength” (Questo รจ un momento per la pace attraverso la forza), pronunciata proprio pochi secondi dopo lโinizio dellโorazione della Presidente della Commissione.ย
La funzione quasi inaugurale dellโespressione non รจ fortuita, anzi rappresenta una virata linguistica di tipo fortemente assertivo fin da subito. E il messaggio politico รจ chiaro.
Ben lontano dai gentili e raffinati sofismi, un tale sermone si colloca allโestremo opposto di ciรฒ che normalmente viene definito โdiplomaticoโ.
Un cambio di registro di questa portata sconfessa ciรฒ che, a suo tempo, il politologo americano Joseph Nye – artefice dellโaccezione โgentileโ del potere – affermava con convinzione, ovvero un hard e un soft power sempre e comunque distinti, complementari sรฌ, ma eccezionali se saputi usare in maniera lungimirante a tal punto da risolversi in un potere piรน smart.
Ma quanto รจ rimasto di smart negli attuali discorsi politici?

Hans Holbein il Giovane, Gli Ambasciatori, 1533, National Gallery, Londra
Gli esempi che seguono concernono una diplomazia tornata allo stato grezzo.ย
I tรชte-ร -tรชte Trump-Zelensky e Trump-Ramaphosa dello scorso anno nello Studio Ovale sono due casi limite, in quanto smascherano unโaudacia verbale tesa al parossismo.
Non rispettando i tradizionali crismi di cortesia diplomatica, la retorica impiegata appare ruvida e smodatamente esplicita. Nel primo caso, un alterco conclusosi in una vera e propria battaglia campale di parole; nel secondo, un agguato canzonatorio.
Questa coloritura infervorata collide non solo con la prassi e le consuetudini internazionali, ma in parte anche con lo spirito della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961.
Questโultima, pur non sanzionando espressamente sgarbi linguistici – tantomeno se intercorsi durante un bilaterale tra Capi di Stato – contiene articoli che indirettamente rimandano a una parvenza di savoir-faire anche nel parlato.
Lโart. 3, lettera e, sulle relazioni amichevoli fra Stato accreditante e Stato accreditatario, รจ esemplificativo.
Vanno a completare la carrellata, due episodi di recentissima fattura che consolidano, o โconsacranoโ, lโindigesta ricetta di aggressivitร diplomatica.
Da un lato un Emmanuel Macron severo, che durante la Conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco lo scorso febbraio, ricorda un generale che si rivolge al suo plotone.ย
Sempre nella stessa sede, dallโaltro lato un Friedrich Merz lapidario secondo cui lโordine internazionale ha cessato di esistere.
Ciรฒ che accomuna i due eloqui รจ lโuso della classica retorica del โnoi contro di loroโ, con lโindividuazione di un nemico comune da sconfiggere: la Russia.
In disparte da una differente concezione della postura europea, entrambi sposano la stessa incorruttibile fermezza nei confronti di โun soggetto altro e minacciosoโ che si trova proprio al di lร di questo confine ontologico.
Ma di quanta risolutezza si ha veramente bisogno adesso?
Si vis pacem…
Riaffermandosi sotto il vessillo del โSi vis pacem, para bellumโ- espressione solo ultimamente diventata unโattualizzazione passe-partout – la diplomazia sta ufficialmente serrando i ranghi per giungere sul campo di battaglia, mistificando (forse) ciรฒ che un tempo gli antichi romani pensavano delle relazioni internazionali.
Non รจ detto che sia per forza inconcludente procedere a un suo revisionismo linguistico, anzi maggior chiarezza e franchezza di questi tempi sono dโobbligo, a patto che comunque non vadano a smantellare lโintero modus operandi che forgia da secoli lโistituto diplomatico.
Eppure, pare sia la stessa diplomazia a volersi affrancare da un passato che sembra non appartenerle piรน.
Immagine in evidenza: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Congress_of_Paris#/media/File:Edouard_Dubufe_Congr%C3%A8s_de_Paris.jpg; immagine presente nell’articolo: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/42/Holbein-ambassadorsFXD.jpg
