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Sudafrica contro Israele: come leggere le accuse per genocidio

Le implicazioni politiche, legali e geopolitiche delle accuse sudafricane contro Israele all'Aja

I primi giorni del 2024 hanno visto le accuse mosse dal Sudafrica ad Israele dominare la scena mediatica nella sezione “esteri”. “Genocidio” è l’addebito formulato dal Paese africano contro lo Stato ebraico per la guerra attualmente in corso nella Striscia di Gaza, scatenata a seguito del massacro di Hamas del 7 ottobre che, finora, ha portato alla morte di oltre 23mila palestinesi.

Israele, indignato, rigetta tutte le accuse. Per poter comprendere le conseguenze sul conflitto in corso, è necessario ripercorrere sinteticamente i passaggi giuridici della vicenda.

Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica ha presentato presso la cancelleria della Corte internazionale di Giustizia (Cig), massima autorità giurisdizionale nell’ambito della complessa architettura delle Nazioni Unite, una domanda volta ad avviare un procedimento giudiziario contro Israele.

Con la stessa, il Sudafrica ha richiesto alla Corte l’applicazione di misure provvisorie che siano idonee a paralizzare le operazioni belliche all’interno della Striscia di Gaza. Spetterà alla Corte valutare se sia effettivamente necessaria l’adozione di misure provvisorie e, eventualmente, quali adottare. Valutazione che non richiede il previo accertamento della responsabilità dello Stato israeliano rispetto alle accuse che gli vengono mosse. 

Le basi giuridiche dell’accusa di genocidio

Il sistema di giustizia basato sull’adesione dei singoli Stati alle Nazioni Unite consente agli stessi di adire la Corte citando in giudizio altri Stati, tramite il meccanismo giurisdizionale dell’art. 36 dello Statuto della Corte, per accertare la violazione di trattati e convenzioni in vigore. Israele è stato citato in giudizio all’interno del processo per genocidio avviato dal Sudafrica dinanzi alla Corte, in altre parole, è stato trascinato in tribunale.

L’ulteriore base giuridica di cui si è servito il team legale sudafricano per fondare la controversia dinanzi alla Cig è individuata nella IX disposizione della Un Genocide Convention, norma che attribuisce a ciascun contraente la facoltà di adire la Corte per risolvere le controversie tra le parti relative all’interpretazione, all’applicazione o all’esecuzione della Convenzione. 

La Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio del 1948, di cui sono parte 146 Stati, tra cui il Sudafrica e Israele, fu un chiaro tentativo di mettere al riparo la Comunità internazionale dall’eventualità che gli orrori della seconda guerra mondiale, di cui il popolo ebraico è stato vittima, si ripetessero in futuro.

75 anni dopo, nelle aule della corte dell’Aja si discute della violazione di quella stessa Convenzione, però al banco degli imputati siede un rappresentante del popolo ebraico. Qualcuno direbbe “da vittima a carnefice”, anche se lo Stato israeliano carnefice non è, non ad oggi, non fino a quando un tribunale non lo avrà giudicato colpevole dei crimini a lui ascritti.

A seguito dell’istanza proposta dal Sudafrica il 29 dicembre scorso, il 3 gennaio 2024 la Corte ha fissato due udienze per sentire le parti, che si sono tenute l’11 e il 12 gennaio. L’11 gennaio il Sudafrica ha argomentato le accuse mosse a Israele e le richieste avanzate alla Corte, mentre ad Israele, convocato per il 12 gennaio, è stato concesso il diritto all’ultima parola, al fine di potervi controbattere.

Tuttavia, il processo non è ancora entrato in una fase di merito, e anzi si trova in uno stato preliminare. In questa sede alla Corte spettava esclusivamente il compito di decidere in merito alla richiesta di adottare misure d’emergenza che ordinino a Israele di sospendere le azioni militari a Gaza, e non anche sulla colpevolezza di Israele rispetto alla violazione della UN Genocide Convention. Infatti l’esame sul merito, cioè l’accertamento di una sua eventuale responsabilità per l’accusa di genocidio, potrebbe durare anni.

Le accuse del Sudafrica e la difesa di Israele

Il principale ostacolo all’elaborazione di una solida strategia giuridica per il Sudafrica è rappresentato dall’art. II della Convenzione che fornisce la definizione di genocidio. “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso […]”. Dunque, condicio sine qua non affinché si configuri un genocidio è rappresentata dalla voluntas – l’intento di distruggere un gruppo particolare. Probatio diabolicacome si dimostra l’elemento psicologico? L’intenzione? 

È questo il messaggio che ha voluto trasmettere durante il suo intervento Adila Hassim, avvocata del team sudafricano, affermando che “I genocidi non vengono mai dichiarati in anticipo. Tuttavia questa Corte ha il vantaggio delle ultime 13 settimane di prove che mostrano in modo incontrovertibile un modello di condotta e le relative intenzioni tali da giustificare una plausibile denuncia per atti di genocidio”. 

genocidi non sono mai annunciati in anticipo, fa notare l’avvocata alla Corte. Israele, seppur avesse quest’intenzione, non si dichiarerebbe mai uno “Stato genocida”. Razionalmente e logicamente corretto, ma in un tribunale l’argomentazione di Hassim può reggere solo fino a un certo punto. Le parole hanno un peso, soprattutto nel contesto politico e nelle aule di giustizia, ragion per cui occorrono evidenze.

Mr Tembeka Ngcukaitobi, Senior Counsel del team legale sudafricano, incaricato proprio di dimostrare il presunto intento genocida di Israele durante l’udienza, argomenta “[l’intento] è evidente dal modo in cui viene condotto l’attacco militare […]. È sistematico nel suo carattere e nella sua forma: lo spostamento di massa della popolazione di Gaza, ammassata in aree dove continua ad essere uccisa, la deliberata creazione di condizioni che conducono a una morte lenta”. 

A sostegno della sua tesi Mr Ngcukaitobi analizza, in un’apposita porzione del suo speech, alcuni discorsi che sono stati tenuti dai leader e dagli ufficiali militari dell’esercito israeliano, traendone la seguente conclusione: “Il particolare intento genocida di Israele è radicato nella convinzione che in realtà il nemico non sia solo l’ala militare di Hamas, o addirittura Hamas in generale, ma che sia incorporato nel tessuto della vita palestinese a Gaza”.

Israele ha risposto alle accuse la mattina del 12 gennaio. Nelle aule del Palais de la Paix dell’Aja, in rappresentanza del popolo israeliano, Tal Becker, consulente legale del ministero degli esteri israeliano, ha aperto così la propria arringa difensiva “Impresso nella nostra memoria collettiva è l’assassinio sistematico di sei milioni di ebrei, come parte di un programma pre-meditato ed efferato per il loro totale annientamento. […] Per alcuni, la promessa “Mai più per nessun popolo” è uno slogan; per Israele, è il più alto obbligo morale”. 

Durante la sua difesa Israele ha definito “completamente distorto” il quadro fattuale e giuridico presentato alla Corte dalla sua controparte “[…] imperniato su una deliberata, accurata, decontestualizzata e manipolativa descrizione della realtà”. Il conflitto in corso a Gaza non potrebbe in alcun modo essere inquadrato come parte di una condotta genocidaria, trattandosi di un caso di legittima difesa. È questa infatti la principale tesi difensiva sulla quale poggia la strategia legale del governo israeliano: le vittime civili sono una tanto spiacevole, quanto comune, conseguenza dello stato di guerra. Queste le parole di Becker: “[…] la sofferenza civile in guerra non si verifica solo a Gaza […]”.

Se si tratti o meno di una condotta esclusivamente difensiva saranno i giudici dell’Aja a stabilirlo, e nel farlo, dovranno valutare la sussistenza di vari requisiti, molti dei quali presentano dei contorni sfumati. Sfortunatamente infatti, l’unico dato certo e cristallizzato all’interno di quella che viene talvolta definita “la costituzione della Comunità internazionale” è il dettato dell’art. 51 della Carta Onu, che stabilisce “Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale […] nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite […]”. La nozione di «attacco armato» non è tuttavia definita nell’art. 51 o altrove nella Carta. 

Il problema dei requisiti

Ma i maggiori problemi applicativi derivano dai requisiti, previsti dal cd. diritto consuetudinario, di necessarietà e di proporzionalità in virtù dei quali l’uso della forza, impiegato dallo Stato che invoca la legittima difesa, deve rappresentare l’unica alternativa possibile per respingere l’attacco armato e non deve essere sproporzionato rispetto all’attacco subito. Soltanto qualora tutti i requisiti siano soddisfatti sorge in capo allo Stato vittima di un «attacco armato» un pieno diritto alla self-defense

Ad ogni modo, si è già detto che l’accertamento nel merito potrebbe richiedere anni di valutazione e per ora il collegio ha il solo scopo di decidere in merito al petitum del richiedente: l’adozione di misure provvisorie che impongano l’interruzione di tutte le operazioni militari dell’esercito israeliano, quanto prima. Si tratterebbe, in sostanza, di un ceasefire imposto ad Israele

Il fatto che la Corte abbia tempestivamente fissato le udienze per stabilire se esistono gli estremi per imporre tali misure non implica una sua inclinazione ad accogliere l’istanza. Nel tentativo di “proteggere, contro ulteriori, gravi e irreparabili danni, i diritti del popolo palestinese”, il Sudafrica ha richiesto l’adozione di un provvedimento urgente che, ai sensi dell’articolo 74 del regolamento della Corte, “ha priorità su tutti gli altri casi“. Con un comunicato la Corte ha fatto sapere che venerdì 26 gennaio 2024 si terrà una seduta pubblica durante la quale leggerà l’ordinanza decisiva.

Rispetto all’emanazione di tali misure, Israele si è aspramente opposto in tribunale dichiarando che un simile esito della procedura giudiziaria in corso condurrebbe ad una “situazione perversa”. Una misura provvisoria che gli imponga di sospendere le operazioni militari equivarrebbe ad un cessate il fuoco unilaterale che, venendo imposto esclusivamente ad Israele, consentirebbe ad Hamas di proseguire con le proprie operazioni di guerriglia senza subire ripercussioni.

Becker in aula ha affermato che “Il ricorrente [Sudafrica], con la sua richiesta, cerca di ostacolare l’intrinseco diritto di Israele all’autodifesa per permettere ad Hamas non solo di farla franca, ma di rendere Israele indifeso mentre Hamas continua a combattere”.

In altre parole, il ricorso sudafricano rappresenterebbe per Israele un tentativo di agevolare l’organizzazione terroristica nella realizzazione dei suoi scopi, nonché un tentativo di negare a Israele la sua capacità di “adempiere ai propri obblighi di difesa nei confronti dei propri cittadini”. Queste le parole di Mr Gilad Noam, procuratore generale aggiunto per il diritto internazionale del ministero della Giustizia israeliano.

Inoltre il governo israeliano aveva, già in attesa dell’udienza, rilasciato dichiarazioni con le quali accusava il Sudafrica di essere il braccio giuridico di Hamas. Becker lo ha ribadito anche in aula “È di dominio pubblico che il Sudafrica gode di strette relazioni con Hamas

A seguito della citazione in giudizio, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva risposto: “non siamo noi a commettere un genocidio, ma Hamas. Continueremo la nostra guerra di autodifesa, la cui legittimità è fuori discussione”, facendo così riferimento all’articolazione della struttura organizzativo-logistica di Hamas che, secondo quanto riferisce la leadership dell’Idf, deliberatamente si annida in edifici civili protetti dal diritto umanitario quali scuole, ospedali, centri di accoglienza e di sostegno.

Al rispetto, il Sudafrica prende le distanze rispetto alle insinuazioni di collusione con Hamas, dichiarando in apertura del proprio intervento “Il Sudafrica condanna inequivocabilmente la presa di mira di civili da parte di Hamas […].”

Le misure possono essere incisive?

Un discorso a parte va fatto per quanto riguarda l’enforcement delle eventuali misure adottate dalla Corte: infatti le decisioni della Corte sono obbligatorie e vincolanti, ma non esecutive, cioè non enforceable. In altre parole, non possono essere imposte coattivamente agli Stati. La corte può erogarle, ma non dispone dei mezzi per farle rispettare. 

Dunque, quali sarebbero le conseguenze concrete dell’imposizione di misure cautelari? La risposta è: dipende dalla condotta che Israele sceglierebbe di adottare. Se scegliesse di dare seguito alla decisione della Corte e di conformarsi alle misure si perverrebbe ad un sostanziale cessate il fuoco che, si auspica, venga rispettato anche da Hamas e sfruttato dai due belligeranti per instaurare dei negoziati

Se, invece, scegliesse di non conformarsi alla decisione della Corte, Israele starebbe di fatto venendo meno ai suoi obblighi giuridici che derivano dall’adesione allo Statuto della Corte e alla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, finendo di fatto per porre sé stesso in una condizione di “criminalità”. 

Al netto del piano giuridico, su quello concreto le cose funzionano diversamente e lo scenario attuale vede la Comunità internazionale divisa tra chi non ritiene che Israele stia commettendo un genocidio e chi, battendo i tribunali sul tempo, lo ha già condannato. La causa intentata dal Sudafrica ha trovato il sostegno compatto di diversi Paesi a maggioranza musulmana e di numerose organizzazioni di Stati arabi.

La citazione in giudizio da parte del Sudafrica ha assunto i connotati di un gesto estremamente politico. Ben 146 Stati aderenti alla Convenzione sul genocidio avrebbero potuto assumere l’iniziativa giudiziaria, ma così non è stato.

Perché proprio il Sudafrica?  Il Paese africano, e più specificamente l’African National Congress (ANC), il partito al potere in Sudafrica, si è sempre professato un acceso sostenitore della causa palestinese, sulla scia di quanto sostenuto dall’ex presidente sudafricano ed eroe della lotta contro l’apartheid Nelson Mandela.

Questi si espose personalmente dichiarando che “la libertà del Sudafrica sarebbe stata incompleta senza quella della Palestina”. Alcune sue parole vengono riprese anche durante l’udienza del’11 gennaio da Mr Ronald LamolaMinistro della Giustizia sudafricano.

Se già prima del 7 ottobre le relazioni tra i due Paesi erano assai tese, a seguito dello scoppio delle ostilità il governo sudafricano si è schierato apertamente a sostegno della popolazione palestinese: il 21 novembre 2023 il Sudafrica ha interrotto le relazioni diplomatiche con il Paese mediorientale, rischiando così anche una possibile ritorsione da parte degli Stati Uniti, che potrebbe tradursi nella fine della collaborazione economica e commerciale promossa dall’African Growth and Opportunity Act (Agoa).

Inoltre, Pretoria aveva già assunto una posizione molto chiara in merito al conflitto in corso il 17 novembre scorso quando, assieme al Bangladesh, alla Bolivia, al Comore e a Gibuti aveva presentato un’altra istanza, questa volta alla Corte Penale Internazionale (CPI), affinché aprisse un’indagine. 

Il messaggio politico del Sudafrica

Mentre il Sudafrica lancia un importante segnale all’Occidente, molti Paesi europei, tra cui l’Italia, si ciondolano in seno all’Assemblea Generale senza realmente assumere una posizione netta rispetto al conflitto. In più occasioni il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutierres, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a fare pressione per evitare il protrarsi della catastrofe umanitaria, ammonendo la Comunità internazionale: “gli occhi della storia ci guardano”.

Ong che si occupano della tutela dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch si uniscono all’accorato appello nella speranza di ottenere una risoluzione che disponga l’adozione del cessate il fuoco immediato. Per ora, il veto degli Stati Uniti a tutela del suo storico alleato mediorientale ne ha impedito l’adozione. 

Il procedimento intentato dal Sudafrica all’Aja, a prescindere da quale sarà l’esito del processo, segna un momento cruciale sul piano delle relazioni internazionali. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, auspicandosi che l’iter giudiziario attualmente in corso conduca a risultati concreti, ha aggiunto che “le decisioni della Corte internazionale di giustizia sono vincolanti e vanno rispettate”.

Un appello agli Stati affinché si rimettano interamente al sistema di governance globale da loro stessi creato e legittimato. Non ci resta che attendere questa prima decisione della Corte e scoprire se Israele vi si conformerà o se manterrà la sua linea dura.

Per il Sudafrica, questo processo costituisce la riaffermazione dei diritti dei popoli e l’emanazione di misure provvisorie rappresenterebbe l’efficienza del sistema di governance globale. Per Israele invece rappresenta non solo un’ingiuria, ma il superamento di una linea di confine che non sembra disposto ad accettare.

In aula i rappresentanti israeliani hanno lasciato intendere che la loro partecipazione alla Convenzione sul genocidio non può e non deve interferire con il loro diritto all’autodifesa, sulla scia della strada in passato tracciata e percorsa dall’alleato statunitense. Si coglie dalle loro dichiarazioni la sottile minaccia di non spingersi troppo oltre per evitare di giungere ad un punto di non ritorno nell’ambito del multilateralismo giuridico.

Gli equilibri geopolitici si reggono su fragili fondamenta fatte di compromessi, e il diritto internazionale ne è un esempio calzante. Decenni di sforzi diplomatici potrebbero essere vanificati in pochi mesi da una nuova escalation il cui trigger potrebbe essere proprio l’emanazione di misure provvisorie in questo processo. Occorre prudenza, ma non si può cadere nell’immobilismo

D’altra parte, se si smettesse di applicare il diritto per paura della reazione che potrebbe generare, si ricadrebbe presto nell’anarchia e ci si troverebbe in una situazione in cui l’esistenza o meno della legge non farebbe alcuna differenza. E invece la legge serve, talvolta come deterrente, talvolta come sanzione. E bisogna auspicarsi che venga applicata così come è stata concepita: alla stessa maniera per tutti.

Foto in evidenza: By ICJ – https://www.icj-cij.org/multimedia/203403, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=143907934

Daria Petrucci

Napoletana di nascita e cittadina del mondo.
Avvocato. Specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Appassionata di geopolitica, relazioni internazionali e diplomazia.

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