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L’equilibrismo di Erdogan nel gioco delle alleanze e il nuovo ruolo della Turchia

Una media potenza dedita al rischio, per sfruttare a pieno la propria posizione geografica e diplomatica

Soldati turchi durante un esercitazione in Romania | di Brett Dodge su Wikimedia Commons

Senza lontano guardare, ci accorgiamo che la nostra penisola – ma giusto a titolo di esempio – nella sua posizione di “media potenza regionale”, si trova molto spesso a dover cedere alle pressioni da parte dei partner alleati, a scapito dei propri interessi specifici. Una non pervenuta visione strategica chiara fa in modo che il Bel paese si trovi spesso a subire passivamente le decisioni di coloro che invece una strategia chiara la hanno eccome, che essi siano alleati o meno.

Al momento, anche la Turchia è definita “media potenza regionale”, nonostante i crescenti tentativi di elevarla; situata anch’essa in posizione strategica sul mare e a cavallo tra due mondi. Il suo approccio, tuttavia, sembra seguire logiche e finalità del tutto diverse dalle nostre.

Se generalmente per l’Italia si osserva un approccio estremamente prudente (se così lo si vuol definire), la Turchia, all’esatto opposto, da anni ormai porta avanti una politica estera coraggiosa – se non temeraria – a tratti spregiudicata, ma assolutamente autonoma, nonostante la sua aderenza all’Alleanza atlantica e la difficile posizione in cui si è trovata nel contesto della spinosa questione Ucraina. Proprio all’interno dello scenario più recente, infatti, nella gestione degli scontri tra grandi potenze, la Turchia sembra mostrare una certa maturità strategica.

La “contendibilità” rappresenta per le medie potenze regionali il più grande rischio, scampabile solo a costo di prodigarsi di spostare gli equilibri a proprio vantaggio, capitalizzando le rendite geopolitiche, laddove possibile. In poche parole, tramutando in forza la debolezza di partenza, e mantenendo quindi una postura proattiva e non passiva.

La Turchia e la guerra in Ucraina

Ed è proprio in questo senso che la guerra in Ucraina sta mostrando alla Turchia opportunità poco prima impensabili; opportunità che Ankara sembra avere tutta l’intenzione di cogliere, a partire dalla volontà di sfruttare il conflitto per stabilirsi nel novero delle potenze globali. Nell’alveo della crisi in corso, Erdogan sta svelando il vero obbiettivo della sua strategia, detta del “posizionamento ambiguo”, e cioè avere le chiavi del Mar Nero per ricattare tutti. Realistica possibilità o avventurismo scellerato?

A prescindere da ciò, è bene considerare una serie di fattori in grado di spiegare perché il potenziale bottino che la Turchia può portare a casa da questa guerra appare piuttosto consistente. Si pensi alle difficoltà crescenti che incombono sui paesi europei, al fatto che per gli Stati Uniti Ankara sembra essere l’unico alleato in grado di fronteggiare autonomamente Mosca; Putin, poi, conta molto sulla convergenza ideale esistente tra Russia e Turchia in chiave anti occidentale, ed è probabilmente convinto che solo Erdogan possa salvarlo; non marginale, infine, la consapevolezza cinese che la porta d’Europa si trovi pur sempre in Anatolia.

L’invasione russa dell’Ucraina ha messo alla prova gli assi portanti dell’approccio regionale turco, fondato sul delicatissimo e sfacciato equilibrismo tra Stati Uniti e Russia. Nella fase iniziale, appariva quasi scontato che la rapida avanzata russa avrebbe costretto Erdogan a interrompere il gioco delle parti, obbligandolo a compiere una scelta di campo netta, anche in virtù della concorrenza che Russia e Turchia su molti dossier ancora tutt’altro che chiusi.

Tuttavia, la dinamica del conflitto sembra aver ribaltato questa prospettiva. L’impantanamento di Mosca sta infatti permettendo ad Ankara di consolidare una preziosa equidistanza tra Washington e Mosca, massimizzando così la sua importanza strategica su entrambi i fronti. Ed è stato così che la Turchia ha chiuso gli Stretti alla Russia, rifornendo costantemente l’Ucraina; Erdogan, tuttavia, offre rifugio agli oligarchi russi e alle loro ricchezze, tirandosi fuori dal girone delle sanzioni e preparandosi ad accogliere milioni di turisti russi per l’estate.

Sembra inoltre voler approfittare della chiusura della rotta commerciale ed energetica ucraina per valorizzare l’importanza del «corridoio centrale» eurasiatico, schierandosi infine contro l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato – salvo ritrattare in cambio di una contropartita di tutto rispetto. Il tutto proponendosi, al contempo, come mediatore tra le parti.

La Turchia vuole porsi come interlocutore indispensabile di Americani e Russi nonché, di riflesso, dei Cinesi. Nel caso dell’Europa, invece, i ricatti relativi a gas e migranti sembrano essere più che sufficienti.

In ogni caso, solo comprendendo il senso profondo dell’essere Turchi si può comprendere il posizionamento del paese e i “perché” che stanno alla base delle sue scelte politiche. Come spesso accade nelle collettività eredi di grandi imperi, l’essere turco è di per sé motivo di proiezione geopolitica; la Turchia non si concepisce infatti come una nazione, ma come una “marcia”.

Tuttavia, l’ambizione non potrebbe essere soddisfatta se la collettività non avesse alle spalle un estesissimo patrimonio mitico; così come nulla sarebbe possibile senza lucido realismo e pragmatismo e, soprattutto, senza profondità strategica.

Turchia e Russia: convergenza di ideali e ambizioni sovrapposte

È così che allo stesso modo della Russia, la Sublime Porta si bea di un’immagine grandiosa, la quale però deve fare i conti con una sostanziale debolezza economica. Con la Russia vi sono numerosi elementi di convergenza ideale e di approccio alla politica estera. Sebbene la Turchia oggi non sia una superpotenza compiuta, essa è tuttavia disposta a scommettere e rischiare come pochi altri in ambito internazionale, acquisendo posizioni strategiche che ad altri sono precluse, per via dell’altissimo rischio che queste comportano. È infatti anche la propensione al rischio che sembra accomunarla al grande vicino asiatico.

Il principale problema dei rapporti russo-turchi è la quasi perfetta sovrapponibilità delle rispettive sfere d’influenza. La Turchia ha un interesse a contrastare la proiezione geopolitica della Russia persino superiore a quello degli Stati Uniti, il che la rende il fulcro naturale del suo contenimento, anche perché i turchi sono l’unico membro della Nato a disporre delle risorse e delle capacità, non solo militari, per frenare in autonomia il rivale. Ankara ha inoltre dimostrato di voler e saper fare ciò anche nei momenti di massima distrazione (o disinteresse) degli americani, come reso evidente, ad esempio, dall’intervento militare in Libia.

È bene sottolineare che il ruolo centrale giocato dalla Turchia nella crisi ucraina non è figlio dell’offensiva lanciata da Mosca a inizio anno, ma dei rapporti che sono stati instaurati con Kiev fin dal 2014, quando la questione ucraina ha assunto la sua dimensione internazionale. La proiezione di influenza a nord del Mar Nero in chiave antirussa rappresenta, infatti, per la Turchia una priorità geopolitica di lungo periodo.

Nel Caucaso il confronto tra Ankara e Mosca è storico e ancora maggiore. Gli azerbaigiani stanno progressivamente uscendo dall’orbita russa, tanto che al Cremlino l’Azerbaigian è ormai considerato al pari di un “agente di prossimità” della Turchia.

In Asia centrale, invece, la competizione turco-russa sembra avere meno rilievo, sebbene non sia affatto marginale perché riflette il rinnovato attivismo turco nelle ex repubbliche sovietiche a oriente del Caspio, considerato il baricentro del mondo turco. L’invasione russa dello spazio ucraino ha indotto i paesi centrasiatici a sfilarsi dal fronte filorusso nel timore di subire lo stesso destino di Kiev, facilitando così il lavoro ad Erdogan.

Ma il contenimento dell’espansionismo russo da parte della Turchia non è limitato allo spazio ex sovietico. È visibile anche nei Balcani, specialmente sulla questione serbo-bosniaca. Il 10 dicembre 2021 il parlamento della Repubblica Srpska ha avviato formalmente le procedure per il distacco dalla Bosnia-Erzegovina e il ministro degli Esteri russo non ha esitato a confermare il sostegno di Mosca, chiarendo che se la Bosnia entrasse nella Nato subirebbe lo stesso trattamento che è stato riservato all’Ucraina.

La Turchia è parte di questa vicenda poiché, un mese prima, probabilmente preoccupato del fatto che Putin potesse strumentalizzare eccessivamente il desiderio dei serbo-bosniaci, Dodik ha dichiarato che solo il presidente turco, la cui sensibilità per la questione si tradurrebbe in un «approccio equo e amichevole con tutte le parti in Bosnia ed Erzegovina», può impedire che la crisi bosniaca sfugga di mano.

Turchia e Stati Uniti: uno strumentalissimo gioco delle parti

Per quanto riguarda i curiosi rapporti con gli USA, Erdogan sembra ampliare costantemente il proprio margine di manovra all’interno dell’impero americano al fine di perseguire obiettivi che sono esclusivamente turchi. Nello specifico, questi si concretizzano in quei teatri che per gli americani costituiscono un interesse secondario o che gli sono interdetti per altre ragioni.

Gli USA hanno sempre cercato di limitare il risveglio geopolitico della Turchia, senza però per questo alterare la sua permanenza nella Nato, realtà che costituisce un costante punto di convergenza per entrambe le parti. Se per gli Stati Uniti si tratta di una questione fondamentale perché ciò permette di spingere più a oriente possibile gli ordigni atomici dell’Alleanza atlantica, per i Turchi, invece, far parte della Nato costituisce la garanzia che lo scontro con Washington non toccherà mai il grado di tensione più elevato.

A seguito della crisi ucraina, Ankara e Washington stanno sperimentando un meccanismo strategico capace di permettere ai due paesi di discutere all’interno di un unico formato i problemi bilaterali, le crisi regionali e le questioni globali. La determinazione e l’efficacia con le quali la Turchia sta contribuendo ad arginare l’offensiva russa, senza tuttavia compromettere i propri rapporti con il Cremlino, sembrano apprezzate dagli USA. Sebbene la Turchia sia l’unico attore in grado di garantire tanto i russi quanto gli ucraini in caso di tregua, Erdogan è tuttavia ben consapevole che senza l’impero americano la Turchia non esiste. È la pax mediterranea imposta dall’egemone che non permette alle nazioni europee di reagire all’espansionismo turco anche qualora trovassero la volontà politica per farlo.

La dipendenza turca dal gigante oltreoceano è un fatto anche perché essa presenta due debolezze interne di cui gli Stati Uniti sono molto ben consci: la prima è l’inflazione, per contenere la quale la Banca centrale deve costantemente attingere alle proprie esauribili riserve in dollari per impedire il collasso della lira; sarebbe sufficiente un minimo colpo americano per condurre Ankara sull’orlo del baratro finanziario.

Il secondo problema è rappresentato dai profughi siriani, sempre più maltollerati dalla popolazione, con il rischio che le tensioni sociali possano prima o poi sfuggire di mano. Tale percepita vulnerabilità della Turchia permette agli Stati Uniti di sfruttare le smisurate ambizioni turche per i propri scopi: assecondarle nel caso in cui collimino con i propri interessi, stroncarle nel momento in cui i turchi dovessero dar prova di eccessiva insubordinazione.

Fin dallo scoppio della guerra in Siria, la superpotenza atlantica sembra essere ben consapevole che se i turchi serviranno al contenimento dei russi, i russi serviranno al contenimento dei turchi. La costante dell’equazione di questo particolare rapporto è che Turchia e Stati Uniti sono reciprocamente convinti di poter usare strumentalmente l’altro per raggiungere i propri fini.

La variabile, al momento, sembra essere piuttosto la Russia. Se l’indebolimento dei russi in Ucraina potrebbe portare a rinegoziare molti dossier in favore dei Turchi, una sua eccessiva destabilizzazione, o addirittura la sua implosione, potrebbe non risultare così conveniente, se si considera che la minaccia russa è il principale vantaggio geopolitico di Ankara.

Insomma, alla Turchia serve che la Russia torni debole, ma resti viva. È bene, poi, che gli Stati Uniti non dimentichino che, malgrado la storica rivalità turco-russa, Erdogan condivide totalmente la prospettiva ideale di Putin di fondare un “nuovo ordine mondiale” in chiave anti occidentale.

Turchia e Cina: La Via della seta passa per Ankara

Ma non è tutto, perché la Turchia potrebbe assumere un ruolo non marginale anche in prospettiva della partita sino-americana. Il conflitto in ucraina ha naturalmente messo in discussione la sicurezza del ramo settentrionale delle nuove vie della seta cinesi, a favore del “corridoio centrale” anatolico, così che, verosimilmente, i traffici commerciali tra Europa e Cina transiteranno in misura sempre maggiore attraverso la Turchia.

Il risultato è l’aumento della sua importanza per la sicurezza europea anche sotto il profilo commerciale, nonché il potere d’interdizione di Ankara nei confronti della Cina, potere certamente gradito a Washington, come quello di poter eventualmente fomentare il separatismo degli uiguri, minoranza turcofona che abita lo Xinjiang, regione che rappresenta la prima linea di difesa del cuore della Cina.

L’attivismo turco e noi: ricatti e riflessioni

Per le nazioni europee che si affacciano sul Mediterraneo l’attivismo turco e la sua crescente indispensabilità agli americani non sono certo visti di buon occhio. In cambio del ritiro del veto per l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, «passi concreti per l’estradizione di criminali terroristi» è parte di quello che è stato promesso alla Turchia» nel memorandum d’intesa firmato alla vigilia del vertice Nato di Madrid. Gli altri punti dell’accordo riguardano invece la rimozione delle restrizioni nel campo dell’industria della Difesa e una riabilitazione dell’immagine di Ankara agli occhi degli scandinavi, impedendo «la propaganda terroristica contro la Turchia» in questi paesi.

Il presidente turco sa benissimo che le dinamiche della guerra in Ucraina hanno consacrato la centralità della Sublime Porta per la sicurezza europea in ambito militare, energetico e commerciale. In effetti, la gran parte delle alternative, almeno potenziali, al gas russo passa per la Turchia.

La Germania, in particolare, non può permettersi di litigare con i turchi. L’attore più potente dell’Unione è anche la nazione europea che accoglie la popolazione turca più numerosa e, a giudicare dai numeri, se Ankara vuole, può trasformare la Germania in un inferno. L’utilizzo della comunità turca come gruppo di pressione su Berlino per fini geopolitici ha infatti un peso determinante anche nelle questioni interne riguardanti l’Ue.

Per l’Italia, invece, l’attivismo turco può stimolare un interessante confronto, specialmente rispetto al rapporto con gli alleati. Appena insediato, il premier Draghi, aveva espresso la necessità di collaborare con «questi dittatori»; dialogo che, ad oggi, potrebbe risultare quasi imposto non solo dal fatto di esser membri della medesima alleanza, ma più ancora, dall’uso strumentale che gli Stati Uniti fanno della politica turca.

In particolare, a fare concorrenza alle ambizioni italiane espresse dalla dottrina del “Mediterraneo allargato” vi è quella della Mavi vatan, la “Patria blu”, che mette al centro della strategia turca il controllo degli specchi d’acqua, estendendo il campo di azione del naviglio turco all’intero bacino Mediterraneo. Insomma, in un mondo sempre più multipolare, turbolento, competitivo e conflittuale, il prestigio, l’importanza e il potere contrattuale delle medie potenze regionali sembrano essere dipendenti dalla capacità di sfruttare la potenziale posizione di “ponte” tra opposti; nonché dall’arte di frapporsi tra chi è più grande e più potente, generando quella leva strategica in grado di tutelare e perseguire interessi propri.

La Turchia, ad oggi, sembra aver trovato la perfetta – sebbene pericolosissima – “quadra”, in grado di soddisfare sia l’interesse nazionale che quello dei suoi alleati, senza che i suoi nemici siano veri nemici. Il tempo svelerà quanto il suo approccio potrà esser giudicato realmente pagante.

Lara Montaperto

Specializzata in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale, dopo aver conseguito la laurea triennale in Storia e la magistrale in Relazioni Internazionali. Ha lavorato in ambito editoriale e, più recentemente, in ambito Difesa. Ha studiato a fondo la politica estera della Russia contemporanea.

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