โCon questi dittatori, di cui perรฒ si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare lโequilibrio giustoโ.
8 aprile, anno del signore 2021, mese secondo dellโera Draghi. Il primo ministro italiano interviene nella querelle del sofagate, che da qualche ora occupa prepotentemente la discussione pubblica. Il sultano, infatti, ha ricevuto la delegazione degli alti rappresentanti UE, Michels e Von der Leyen, senza premurarsi di preparare una sedia per la presidentessa della Commissione.
Le parole di Draghi sono pesanti, specie quando sono dette in un paese che della geopolitica ha il terrore. Nello spazio di qualche minuto si inizia a parlare di crisi diplomatica. Implicitamente in molti puntano il dito contro la leggerezza di un decisore prettamente economico che non sa che in politica estera cosรฌ non si puรฒ parlare.
N.B. La puntata di oggi รจ molto lunga perchรฉ il tema รจ spinoso, lโho divisa in capitoli per aree tematiche cosรฌ che possa essere letta nel tempo.
In realtร quella dellโex leader della BCE รจ una dichiarazione pregna di significato. ร la cannonata di overture di uno scontro geopolitico che lโItalia non si era accorta di giocare. Dietro, cโรจ un mondo. Sono parole che raccontano del ruolo della Turchia nel Mediterraneo allargato, conquistato a scapito della Penisola, estromessa dalla quarta sponda e accompagnata alla porta in Africa Orientale, sulla buona strada per vedersi negata anche la proiezione in Albania.
Di riflesso, raccontano anche la storia di uomo, Recep Tayyp Erdogan che ha ridato alla Turchia lo spolvero della superpotenza, il sogno universale, cestinando le illusioni di laicismo di fine anni โ90
Il turco e l’altro
Come spesso accade nelle collettivitร eredi di fasti imperiali, il Turco vive proiettato nella sfera della geopolitica. Lโessere Turchi, Turkluk, รจ un qualcosa che si coglie nel dinamismo verso lโesterno. La Turchia non รจ una nazione, รจ una marcia: โI Turchi sono Turchi perchรฉ combattono. Perchรฉ sanno fare la guerra. E sanno fare la guerra perchรฉ sono fortiโ, scrive Daniele Santoro su Limes.
Allo stesso modo della Russia, la Sublime Porta (cosรฌ era chiamato lโImpero Ottomano allโepoca dei califfi e cosรฌ ci sembra corretto chiamarlo ancora oggi), si bea di unโimmagine grandiosa al netto della debolezza dellโeconomia. Soprattutto, si bea di secoli di paura stratificati nel DNA delle nazioni confinanti. Cosรฌ la Turchia rischia dove nazioni piรน pigre e ricche come quelle europee esitano per paura del sangue, acquisendo posizioni strategiche precluse (e pericolose) per chi รจ uso a vivere nella placida sfera del commercio.
Per dirla in altri termini la Turchia oggi non รจ superpotenza compiuta, ma รจ disposta a rischiare e soffrire come pochi altri attori allโinterno del sistema internazionale. A costo di apparire il folle che non รจ Erdogan spinge le forze armate turche in Somalia, in Libia e in Siria, alle porte della Grecia, in Qatar e in Iraq.
La lingua mitica della Turchia
Non potrebbe farlo se la collettivitร che lo ha prodotto non avesse alle spalle un patrimonio mitico sconfinato, mantenuto intatto nel passaggio dallโesperienza imperiale a quella repubblicana. Soprattutto, non potrebbe farlo senza il pragmatismo โ cruciale in un impero di burocrati come fu quello ottomano โ necessario a dosare la narrativa da utilizzare in base allโinterlocutore, al momento, al nemico.
Erdogan si sente e fa sentire i Turchi eredi dellโimpero dei califfi, nella sua dimensione di impero universale. La traduzione geopolitica del neo-ottomanesimo รจ costituita dalla dottrina della Stratejik Derinlik (profonditร strategica) elaborata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, vero artigiano, tra 2005 e 2016, della rinnovata grandezza turca. Le direttive dellโapproccio neo-ottomano guardano al Caucaso e al Medio Oriente, nella volontร di costruire un estero pacificato per garantire la sicurezza della penisola anatolica โ รจ in questo lasso di tempo che la Turchia normalizza ad esempio le sue relazioni con la Siria, con lโIran, lโIraq e perfino con Israele.
Contemporaneamente comincia la politica di influenza nelle vecchie province occidentali dellโImpero: Albania, Kosovo, Macedonia, Serbia. Alla strada balcanica segue, dal 2005, quella africana: la Turchia entra nella Banca Africana allo Sviluppo, รจ membro osservatore dellโUnioneAfricana e investe moltissimo in opere di cooperazione e infrastrutture nel Continente nero โ attivismo di cui Erdogan raccoglie il frutto piรน prezioso nel 2017 con lโapertura di una base militare a Mogadiscio, corredata dalla costruzione della piรน grande ambasciata โ turca ovviamente โ di tutto il continente.
In questo momento la narrativa turca รจ ancora imbevuta del repubblicanesimo di fine secolo, cultore del nazionalismo civico piuttosto che dellโidentitร religiosa musulmana. ร una Turchia che intende ancora dipingersi allโesterno come laica, strizzando lโocchio alle nazioni europee e candidandosi addirittura allโingresso nella CEE. Tattica strumentale alle riforme economiche di stampo liberale e al pacifismo ostentato nel mancato sostegno allโintervento della coalizione occidentale contro Saddam nel 2003 โ a cui nega addirittura lโaccesso allโAnatolia per lanciare lโinvasione. Ankara si vuole baricentro pacifico, laico e progredito del Mediterraneo. Ma le cose cambieranno presto
La Turchia e l’Islam
Ma la Turchia cresce, cresce lโego del suo presidente, lโego delle sue burocrazie e il nazionalismo del suo popolo. Il brodo di coltura per la trasformazione che avviene a partire dal 2010-2011. Iniziano a mostrarsi le tendenze apertamente revisioniste, che aggiunge alla profonditร strategica una proiezione piรน marcata ed assertiva. Cruciale nella nuova fase di maturitร strategica รจ la narrativa islamica. Mentre le primavere arabe infiammano il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi jihadisti, la Turchia intesse legami con le nuove formazioni di militanti, rompe definitivamente con la Siria di Assad, lโIran ed Israele.
Tutti i Turchi sono musulmani e per la stragrande maggioranza sono sunniti. Al netto del preteso laicismo di Kemal Ataturk, ogni leader turco lo sa e sfrutta la religione come fattore unificante in base alla necessitร . Lo stesso padre della patria non esitรฒ a chiamare al jihad durante la guerra di โliberazioneโ del 1922. Nonostante fosse dichiaratamente ateo, sarร sempre Ataturk a istituire la Diyanet, il ministero degli affari religiosi, vero e proprio strumento di softpower e raccordo tra le comunitร islamiche allโestero (con la capacitร di mobilitarle a fini di interesse nazionale) e la madrepatria.
La necessitร di proiettare il potere allโestero determina lโuso della nuova narrativa. Erdogan adesso si vuole leader dellโIslam, anche quello arabo e non piรน esclusivamente turco. La premessa รจ la rottura con Israele a favore della Palestina con un duro attacco a Shimon Peres a Davos 2009, che ripropone la difesa della terra santa dallโinvasore occidentale-sionista che giร fu del Saladino. Dalla campagna elettorale del 2016 lโIslam dei califfi torna prepotentemente: costumi tradizionali, usanze religiose. Torna fuori, come un fiume carsico, lโanima dellโIslam politico turco, nascosto ma mai intaccato nella forza propulsiva.
La dimostrazione gloriosa di questo cambio di narrativa arriva nel 2020 quando di fronte a migliaia di fedeli, Erdogan presenziava alla prima preghiera nella nuova moschea di Santa Sofia, strappata al secolarismo kemalista. Un simbolo potente che racconta molto della congiuntura strategica della Turchia, per cui รจ tempo di tornare a fare quello che i Turchi sanno fare meglio: la guerra, il jihad โ e quando cโรจ una guerra in vista, il fervore religioso รจ sempre un asso nella manica. Sul palco quel giorno cโรจ anche Ali Arbash, capo degli affari religiosi, nella mano ha la spada dei sultani. Messaggi inequivocabili.
La Turchia nel Mediterraneo: Mavi Vatan
Nello stesso lasso di tempo alla dottrina della profonditร strategica si va affiancando quella della Mavi Vatan, la Patria Blu. Elaborata dallโammiraglio Cรจm Gรผrdeniz nel 2006 sullโonda della modernizzazione della marina, mette al centro della strategia turca il controllo degli specchi dโacqua โ necessaria evoluzione strategica data la disposizione geografica del paese, schiacciato contro le proprie coste dalla collana di isole greche. Il campo di azione del naviglio turco diventa lโintero bacino Mediterraneo.
Riceve nuova spinta laย diplomazia delle navi, caratterizzata dalla massima pressione sulle zone economiche marittime di Grecia e Cipro: adesso le navi militari turche scortano le imbarcazioni estrattive e di prospezione. Nel 2020 si sfiora la guerra con la Grecia, addirittura due fregate arrivano al contatto. Erdogan, trasformista come la strategia politica impone, adesso raccoglie lโereditร deiย corsari barbareschi, terrore dei cristiani del Mediterraneo. Dal laicismo allโIslam politico, dalla terra al mare: la trasformazione รจ compiuta.
La vittoria piรน grande perรฒ รจ quella del 27 novembre 2019, quando lโaccordo con Tripoli sancisce la creazione di un corridoio economico esclusivo che taglia in due il Mediterraneo, ma soprattutto ridefinisce a danno di Atene e Nicosia le aree contese in Oriente. Intanto i mercenari turcomanni di Erdogan (e i droni armati in spregio allโembargo) salvano il GNA libico di Serraj, sullโorlo del collasso e assediato dentro la capitale.
Erdogan รจ il salvatore della Libia e la Turchia รจ lโunica nazione al mondo che versa ufficialmente e con la propria bandiera il sangue per la Libia. LโItalia, che in teoria parteggia per la stessa Libia di Erdogan intanto resta colpevolmente inerte e si richiama alla voce della comunitร internazionale. Lโunico risultato รจ che nel 2020 a Tripoli โ e in tutto il paese, frontiera piรน importante per Roma โ la bandiera italiana viene definitivamente ammainata in favore della stella turca in unโinversione plateale di quanto accaduto nel 1911. Roma lo aveva scordato, Ankara no. Questione di narrative mobilitanti.
La sfida all’Europa
A grandi linee, abbiamo capito chi sono i Turchi, quale รจ il motore della loro esuberanza geopolitica. Solo comprendendo il senso profondo dellโessere Turchi possiamo comprendere il posizionamento strategico del paese.
Europa. La Turchia percepisce la debolezza strutturale delle istituzioni europee. Addirittura, lo dimostra platealmente al meeting di inizio aprile con i suoi alti rappresentanti. Turchia e Unione Europea sono attori molto diversi. La prima รจ un soggetto compiuto, la seconda un forum di sinergie. Nel 2016 lโUnione dimostrรฒ la sua remissivitร quando decisa di risolvere la crisi dei rifugiati semplicemente pagando Erdogan per tenere le centinaia di migliaia di rifugiati siriani di lร dal fiume Evros. Non รจ un caso se la leva negoziale dei migranti sia stata utilizzata anche nel 2020 da Erdogan, certo che le istituzioni di Bruxelles non avrebbero reagito.
E poi cโรจ la Germania. Lโattore piรน potente in sede UE รจ anche la nazione europea che accoglie la popolazione turca piรน numerosa: circa 4 milioni. In molti hanno cittadinanza tedesca, ma restano Turchi. Quando Erdogan nel 2014 si reca a Colonia viene accolto come un sultano dal suo popolo, che magari parla tedesco, ma si sente inequivocabilmente turco.
Un esempio? Mesut รzil, che in nazionale veste la maglia di Berlino, non ha riserve e parlando di Erdogan ammette candidamente: โsei tu il mio presidenteโ. Questa massa critica, che nel 2016 votรฒ in massa a favore di Recep nel referendum che trasformรฒ la Turchia (di fatto) in una repubblica presidenziale islamica, puรฒ essere fomentata ad arte dalla Dyanet e dallโUfficio dei Turchi allโestero โ agenzia creata praticamente con questo scopo.
Insomma, se Ankara vuole, ha la capacitร di trasformare la Germania in un inferno. Ci si metta che i Tedeschi non avrebbero alcun interesse a mandare allโaria un commercio dal valore bilaterale di 40 miliardi e si comprende perchรฉ quando Erdogan parla per una nazione cha un PIL da 750mld, un continente, lโEuropa, che ha un PIL venti volte maggiore, ascolta in silenzio.
Alla pari con i big
E i grandi? Russia, Cina e Stati Uniti. Nellโintersecarsi degli scontri tra pesi massimi la Turchia mostra una maturitร strategica impressionante. Partiamo da Washington. Gli USA nei โ90 limitarono fortemente la rinascita geopolitica della Turchia. Nel 1992 arrivarono ad affondare โper errore umanoโ un cacciatorpediniere turco, nel 1993 fu la mano della CIA a determinare lโincidente dellโaereo su cui viaggiava Es ref Bitlis, allora comandante della gendarmeria, che vi perse la vita.
Conflitto a bassa intensitร che proseguรฌ fino al 2008, con lโembargo sui sistemi di difesa missilistica Patriot che spinse Ankara ad acquistare lโequivalente russo S-300. Tutto questo perรฒ senza alterare la permanenza nella NATO, su cui molti strateghi turchi (Davutoglu in primis) non hanno mai dissentito.
Per gli USA questo รจ fondamentale perchรฉ permette la presenza piรน avanzata verso oriente degli ordigni atomici dellโalleanza atlantica, ad Incirlik, e non solo. Per i Turchi invece รจ unโassicurazione che lo scontro con Washington non toccherร mai il grado di tensione piรน elevato. Obama rischiรฒ di far degenerare i rapporti con lโintervento a sostegno dei Curdi nel 2014 e Trump rincarรฒ la dose con lโoffensiva monetaria del 2018, alla base della cronica debolezza della moneta turca. Erdogan perรฒ sa che senza lโimpero americano la Turchia non esiste.
ร la pax mediterranea imposta dallโegemone che non permette alle nazioni europee (Francia in primis) di reagire allโespansionismo turco anche qualora trovassero la volontร politica. La Turchia oggi รจ una provincia inquieta dellโimpero, potenzialmente pericolosa, ma pur sempre una provincia โ e ad Istanbul, dove si sogna prima o poi di essere sovrani, sanno bene che oggi quello atlantico รจ lโunico revisionismo che non ci si puรฒ permettere. Al contrario, il gioco delle parti e lโostentata ostilitร tattica tra Usa e Turchia ha permesso a questa dei margini di cooperazione importanti con Mosca e Pechino, senza mai eccedere in fantasiose alleanze in chiave antiamericana.
Il canale della discordia
Oggi Erdogan svela il punto di arrivo della sua strategia del posizionamento ambiguo. Da poco ha ripreso in mano il progetto del Canale di Istanbul, opera titanica che raddoppia il passaggio del Bosforo 300km a est di quello originale. Si tratta di una lettera dโamore spedita al 1600 di Pennsylvania Avenue che presumibilmente determinerร lโallontanamento (definitivo?) dalla Russia.
Lโimportanza del secondo canale risiede nelle specifiche della Convenzione di Montreaux. Gli accordi del 1936 permettono la libera navigazione attraverso il mare di Marmara (per cui passa una fetta non trascurabile dellโexport energetico russo), ma soprattutto impongono delle limitazioni ai paesi non rivieraschi. Il tonnellaggio delle navi militari degli attori non bagnati dal mar Nero รจ limitato a 15.000t (una portaerei americana rasenta le 100.000t) e la permanenza di unitร navali รจ fissata ad un massimo di 21 giorni. Se ci fosse una guerra in cui la Turchia non fosse coinvolta infine (ad esempio tra Russia e America), lo stretto sarebbe interdetto alla navigazione di entrambi i contendenti.
Va da sรฉ che lโaccordo รจ molto favorevole a Mosca, che non deve temere la pressione americana sulle coste affacciate su quel mare, evitando lโasfissia strategica che invece sferza i sogni di Pechino nel Pacifico. Ma il secondo canale, non essendo compreso nella Convenzione, cambierebbe tutto. Istanbul avrebbe in mano le chiavi del Mar Nero e potrebbe decidere come usarle, dotandosi di una leva negoziale potentissima con Americani e Russi.
Potrebbe decidere di far entrare dal canale (a misura di portaerei) la US Navy senza limiti di stazza e di permanenza, che schiaccerebbero le navi russe nei porti di Sebastopoli e Novorossijsk. Per Putin un incubo, per Biden un sogno.
A nulla รจ valso il comunicato firmato da 104 ammiragli turchi, tra cui lo stesso Gรผrdeniz, che sconsigliavano di procedere nella realizzazione. 10 sono finiti arrestati, agli altri intimato di tacere. Ennesimo scontro interno allo Stato turco che rivela che la posizione di Erdogan รจ delicata e le burocrazie sono in acque burrascose โ a una parte di queste รจ da imputarsi il fallito golpe del luglio 2016, estremo tentativo per deporre un presidente troppo indipendente nei confronti dello Stato profondo turco.
La special relationship con Washington
La luna di miele con gli USA non finisce qui. Lโavvicinamento allโUcraina, a cui Ankara vende i temibili droni Bayraktar โ capaci quasi da soli di piegare la resistenza armena in Karabakh โ รจ anche questa una spina del fianco nella strategia del Cremlino. A completare il quadro il rinnovato attivismo nel forum degli Stati uniti del mondo turco, di cui fanno parte Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan โ quasi tutti nel cortile di casa di Mosca.
Interessante come in questa sede Ankara usi una narrativa diversa, panturanica, per trattare con gli interlocutori centroasiatici, tutti di origine (reale o supposta) turca. Un caso su tutti, quando รavuลoฤlu, ministro degli esteri turco, dichiarรฒ in occasione della guerra armeno-azera del settembre 2020: โTurchia e Azerbaigian sono una nazione divisa in due statiโ. La leva qui non รจ nรฉ la religione nรฉ lโimpero, รจ il sangue.
Soprattutto, Erdogan poco fa ha anche compiuto un gesto simbolico epocale nei confronti della Cina, quando ha convocato lโambasciatore di Pechino per la questione uigura, sfruttando un battibecco iniziato su Twitter. Alla convocazione non รจ seguita nessuna azione pratica, ma il messaggio รจ chiaro.
Gli Uiguri sono una minoranza turcofona che la Cina cerca disperatamente di assimilare, in quanto abitano lo Xinjiang, regione orientale che rappresenta la prima linea di difesa del cuore della Cina. La Turchia non ha mai fomentato il separatismo uiguro, ma il semplice fatto che sia in suo potere farlo (e ricordarlo fa sempre bene) serve a tentare Washington e a ricordare a Pechino che Ankara va trattata da pari.
Non ci resta che piangere?
Per riassumere la Turchia vuole rendersi interlocutore indispensabile degli Americani e, di riflesso, di Russi e Cinesi. Ai primi puรฒ offrire le due armi piรน potenti per colpire i rivali al cuore, ai secondi, di non farlo. Nel caso dellโEuropa la spada di Damocle dei migranti basta giร oggi a ricondurla allโordine.
E cosรฌ Erdogan puรฒ permettersi il margine di manovra piรน ampio allโinterno dellโimpero americano, persino piรน di quello di Parigi, per perseguire obiettivi esclusivamente turchi. Nello specifico questi si concretizzano in quei teatri che per gli Americani sono di scarso interesse (o interdetti per altre ragioni): confini marittimi con Grecia e Cipro, controllo capillare della Tripolitania, proiezione nei Balcani e nel Caucaso (con lโobiettivo, tra gli altri, di cancellare lโArmenia), repressione del Kurdistan e stabilizzazione del confine siriano.
Per le nazioni europee che si affacciano sul Mediterraneo lโattivismo turco e la sua indispensabilitร agli Americani รจ una tragedia. Per lโItalia in incubo. Roma ha battuto un colpo, con la prima visita di Draghi in Libia e la dichiarazione, tuttโaltro che casuale, su โErdogan dittatoreโ. Ma lโItalia parte da una situazione disastrosa e le carte turche sono buone. La reazione della Turchia รจ stata di tuttโaltro tono: convocare lโintera squadra di governo del premier libico Dbeibeh ad Ankara, seguita a stretto giro dal colloquio tra รavuลoฤlu e il ministro degli esteri maltese.
Malta e Tripolitania, due luoghi del โcuoreโ che โ basta guardare la cartina โ minacciano direttamente la sicurezza della Penisola. Un tentativo disperato quello di Draghi, in cui si inquadrano le professioni di fede allโalleanza atlantica degli ultimi mesi (questione spie russe, golden power contro acquisizioni cinesi, visita di Di Maio negli USA), ma pur sempre un tentativo.
Per il momento Roma fa quello che puรฒ dopo anni di negligenza, ma la speranza maggiore resta quella che gli USA si rendano conto che i fini reali di Ankara trascendono il suo ruolo subalterno e che ad Erdogan non basterร per sempre il ruolo di satrapo. E lโAmerica, da egemone, teme per natura le collettivitร che si pretendono sovrane entro i confini del suo impero, specie quando iniziano a ritagliarsi influenze pericolose.
foto in evidenza: Kremlin.ru su Wikimedia Commons
