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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

La Turchia nel Mediterraneo: nostalgia dell’impero

La Turchia nel Mediterraneo: nostalgia dell’impero

La nuova gioventรน della Sublime porta passa per la piรน rischiosa delle strategie: tirare la corda con l'America evitando che si spezzi
turchia mediterraneo

โ€œCon questi dittatori, di cui perรฒ si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare lโ€™equilibrio giustoโ€.

8 aprile, anno del signore 2021, mese secondo dellโ€™era Draghi. Il primo ministro italiano interviene nella querelle del sofagate, che da qualche ora occupa prepotentemente la discussione pubblica. Il sultano, infatti, ha ricevuto la delegazione degli alti rappresentanti UE, Michels e Von der Leyen, senza premurarsi di preparare una sedia per la presidentessa della Commissione.

Le parole di Draghi sono pesanti, specie quando sono dette in un paese che della geopolitica ha il terrore. Nello spazio di qualche minuto si inizia a parlare di crisi diplomatica. Implicitamente in molti puntano il dito contro la leggerezza di un decisore prettamente economico che non sa che in politica estera cosรฌ non si puรฒ parlare.

N.B. La puntata di oggi รจ molto lunga perchรฉ il tema รจ spinoso, lโ€™ho divisa in capitoli per aree tematiche cosรฌ che possa essere letta nel tempo.

In realtร  quella dellโ€™ex leader della BCE รจ una dichiarazione pregna di significato. รˆ la cannonata di overture di uno scontro geopolitico che lโ€™Italia non si era accorta di giocare. Dietro, cโ€™รจ un mondo. Sono parole che raccontano del ruolo della Turchia nel Mediterraneo allargato, conquistato a scapito della Penisola, estromessa dalla quarta sponda e accompagnata alla porta in Africa Orientale, sulla buona strada per vedersi negata anche la proiezione in Albania.

Di riflesso, raccontano anche la storia di uomo, Recep Tayyp Erdogan che ha ridato alla Turchia lo spolvero della superpotenza, il sogno universale, cestinando le illusioni di laicismo di fine anni โ€™90

Il turco e l’altro

Come spesso accade nelle collettivitร  eredi di fasti imperiali, il Turco vive proiettato nella sfera della geopolitica. Lโ€™essere Turchi, Turkluk, รจ un qualcosa che si coglie nel dinamismo verso lโ€™esterno. La Turchia non รจ una nazione, รจ una marcia: โ€œI Turchi sono Turchi perchรฉ combattono. Perchรฉ sanno fare la guerra. E sanno fare la guerra perchรฉ sono fortiโ€, scrive Daniele Santoro su Limes.

Allo stesso modo della Russia, la Sublime Porta (cosรฌ era chiamato lโ€™Impero Ottomano allโ€™epoca dei califfi e cosรฌ ci sembra corretto chiamarlo ancora oggi), si bea di unโ€™immagine grandiosa al netto della debolezza dellโ€™economia. Soprattutto, si bea di secoli di paura stratificati nel DNA delle nazioni confinanti. Cosรฌ la Turchia rischia dove nazioni piรน pigre e ricche come quelle europee esitano per paura del sangue, acquisendo posizioni strategiche precluse (e pericolose) per chi รจ uso a vivere nella placida sfera del commercio.

Per dirla in altri termini la Turchia oggi non รจ superpotenza compiuta, ma รจ disposta a rischiare e soffrire come pochi altri attori allโ€™interno del sistema internazionale. A costo di apparire il folle che non รจ Erdogan spinge le forze armate turche in Somalia, in Libia e in Siria, alle porte della Grecia, in Qatar e in Iraq.

La lingua mitica della Turchia

Non potrebbe farlo se la collettivitร  che lo ha prodotto non avesse alle spalle un patrimonio mitico sconfinato, mantenuto intatto nel passaggio dallโ€™esperienza imperiale a quella repubblicana. Soprattutto, non potrebbe farlo senza il pragmatismo โ€“ cruciale in un impero di burocrati come fu quello ottomano โ€“ necessario a dosare la narrativa da utilizzare in base allโ€™interlocutore, al momento, al nemico.

Erdogan si sente e fa sentire i Turchi eredi dellโ€™impero dei califfi, nella sua dimensione di impero universale. La traduzione geopolitica del neo-ottomanesimo รจ costituita dalla dottrina della Stratejik Derinlik (profonditร  strategica) elaborata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, vero artigiano, tra 2005 e 2016, della rinnovata grandezza turca. Le direttive dellโ€™approccio neo-ottomano guardano al Caucaso e al Medio Oriente, nella volontร  di costruire un estero pacificato per garantire la sicurezza della penisola anatolica โ€“ รจ in questo lasso di tempo che la Turchia normalizza ad esempio le sue relazioni con la Siria, con lโ€™Iran, lโ€™Iraq e perfino con Israele.

Orhun, Mongolia, prima attestazione scritta della lingua turca

Contemporaneamente comincia la politica di influenza nelle vecchie province occidentali dellโ€™Impero: Albania, Kosovo, Macedonia, Serbia. Alla strada balcanica segue, dal 2005, quella africana: la Turchia entra nella Banca Africana allo Sviluppo, รจ membro osservatore dellโ€™UnioneAfricana e investe moltissimo in opere di cooperazione e infrastrutture nel Continente nero โ€“ attivismo di cui Erdogan raccoglie il frutto piรน prezioso nel 2017 con lโ€™apertura di una base militare a Mogadiscio, corredata dalla costruzione della piรน grande ambasciata โ€“ turca ovviamente โ€“ di tutto il continente.

In questo momento la narrativa turca รจ ancora imbevuta del repubblicanesimo di fine secolo, cultore del nazionalismo civico piuttosto che dellโ€™identitร  religiosa musulmana. รˆ una Turchia che intende ancora dipingersi allโ€™esterno come laica, strizzando lโ€™occhio alle nazioni europee e candidandosi addirittura allโ€™ingresso nella CEE. Tattica strumentale alle riforme economiche di stampo liberale e al pacifismo ostentato nel mancato sostegno allโ€™intervento della coalizione occidentale contro Saddam nel 2003 โ€“ a cui nega addirittura lโ€™accesso allโ€™Anatolia per lanciare lโ€™invasione. Ankara si vuole baricentro pacifico, laico e progredito del Mediterraneo. Ma le cose cambieranno presto

La Turchia e l’Islam

Ma la Turchia cresce, cresce lโ€™ego del suo presidente, lโ€™ego delle sue burocrazie e il nazionalismo del suo popolo. Il brodo di coltura per la trasformazione che avviene a partire dal 2010-2011. Iniziano a mostrarsi le tendenze apertamente revisioniste, che aggiunge alla profonditร  strategica una proiezione piรน marcata ed assertiva. Cruciale nella nuova fase di maturitร  strategica รจ la narrativa islamica. Mentre le primavere arabe infiammano il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi jihadisti, la Turchia intesse legami con le nuove formazioni di militanti, rompe definitivamente con la Siria di Assad, lโ€™Iran ed Israele.

Tutti i Turchi sono musulmani e per la stragrande maggioranza sono sunniti. Al netto del preteso laicismo di Kemal Ataturk, ogni leader turco lo sa e sfrutta la religione come fattore unificante in base alla necessitร . Lo stesso padre della patria non esitรฒ a chiamare al jihad durante la guerra di โ€œliberazioneโ€ del 1922. Nonostante fosse dichiaratamente ateo, sarร  sempre Ataturk a istituire la Diyanet, il ministero degli affari religiosi, vero e proprio strumento di softpower e raccordo tra le comunitร  islamiche allโ€™estero (con la capacitร  di mobilitarle a fini di interesse nazionale) e la madrepatria.

La necessitร  di proiettare il potere allโ€™estero determina lโ€™uso della nuova narrativa. Erdogan adesso si vuole leader dellโ€™Islam, anche quello arabo e non piรน esclusivamente turco. La premessa รจ la rottura con Israele a favore della Palestina con un duro attacco a Shimon Peres a Davos 2009, che ripropone la difesa della terra santa dallโ€™invasore occidentale-sionista che giร  fu del Saladino. Dalla campagna elettorale del 2016 lโ€™Islam dei califfi torna prepotentemente: costumi tradizionali, usanze religiose. Torna fuori, come un fiume carsico, lโ€™anima dellโ€™Islam politico turco, nascosto ma mai intaccato nella forza propulsiva.

La dimostrazione gloriosa di questo cambio di narrativa arriva nel 2020 quando di fronte a migliaia di fedeli, Erdogan presenziava alla prima preghiera nella nuova moschea di Santa Sofia, strappata al secolarismo kemalista. Un simbolo potente che racconta molto della congiuntura strategica della Turchia, per cui รจ tempo di tornare a fare quello che i Turchi sanno fare meglio: la guerra, il jihad โ€“ e quando cโ€™รจ una guerra in vista, il fervore religioso รจ sempre un asso nella manica. Sul palco quel giorno cโ€™รจ anche Ali Arbash, capo degli affari religiosi, nella mano ha la spada dei sultani. Messaggi inequivocabili.

La Turchia nel Mediterraneo: Mavi Vatan

Nello stesso lasso di tempo alla dottrina della profonditร  strategica si va affiancando quella della Mavi Vatan, la Patria Blu. Elaborata dallโ€™ammiraglio Cรจm Gรผrdeniz nel 2006 sullโ€™onda della modernizzazione della marina, mette al centro della strategia turca il controllo degli specchi dโ€™acqua โ€“ necessaria evoluzione strategica data la disposizione geografica del paese, schiacciato contro le proprie coste dalla collana di isole greche. Il campo di azione del naviglio turco diventa lโ€™intero bacino Mediterraneo.

Riceve nuova spinta laย diplomazia delle navi, caratterizzata dalla massima pressione sulle zone economiche marittime di Grecia e Cipro: adesso le navi militari turche scortano le imbarcazioni estrattive e di prospezione. Nel 2020 si sfiora la guerra con la Grecia, addirittura due fregate arrivano al contatto. Erdogan, trasformista come la strategia politica impone, adesso raccoglie lโ€™ereditร  deiย corsari barbareschi, terrore dei cristiani del Mediterraneo. Dal laicismo allโ€™Islam politico, dalla terra al mare: la trasformazione รจ compiuta.

La vittoria piรน grande perรฒ รจ quella del 27 novembre 2019, quando lโ€™accordo con Tripoli sancisce la creazione di un corridoio economico esclusivo che taglia in due il Mediterraneo, ma soprattutto ridefinisce a danno di Atene e Nicosia le aree contese in Oriente. Intanto i mercenari turcomanni di Erdogan (e i droni armati in spregio allโ€™embargo) salvano il GNA libico di Serraj, sullโ€™orlo del collasso e assediato dentro la capitale.

Erdogan รจ il salvatore della Libia e la Turchia รจ lโ€™unica nazione al mondo che versa ufficialmente e con la propria bandiera il sangue per la Libia. Lโ€™Italia, che in teoria parteggia per la stessa Libia di Erdogan intanto resta colpevolmente inerte e si richiama alla voce della comunitร  internazionale. Lโ€™unico risultato รจ che nel 2020 a Tripoli โ€“ e in tutto il paese, frontiera piรน importante per Roma โ€“ la bandiera italiana viene definitivamente ammainata in favore della stella turca in unโ€™inversione plateale di quanto accaduto nel 1911. Roma lo aveva scordato, Ankara no. Questione di narrative mobilitanti.

La sfida all’Europa

A grandi linee, abbiamo capito chi sono i Turchi, quale รจ il motore della loro esuberanza geopolitica. Solo comprendendo il senso profondo dellโ€™essere Turchi possiamo comprendere il posizionamento strategico del paese.

Europa. La Turchia percepisce la debolezza strutturale delle istituzioni europee. Addirittura, lo dimostra platealmente al meeting di inizio aprile con i suoi alti rappresentanti. Turchia e Unione Europea sono attori molto diversi. La prima รจ un soggetto compiuto, la seconda un forum di sinergie. Nel 2016 lโ€™Unione dimostrรฒ la sua remissivitร  quando decisa di risolvere la crisi dei rifugiati semplicemente pagando Erdogan per tenere le centinaia di migliaia di rifugiati siriani di lร  dal fiume Evros. Non รจ un caso se la leva negoziale dei migranti sia stata utilizzata anche nel 2020 da Erdogan, certo che le istituzioni di Bruxelles non avrebbero reagito.

E poi cโ€™รจ la Germania. Lโ€™attore piรน potente in sede UE รจ anche la nazione europea che accoglie la popolazione turca piรน numerosa: circa 4 milioni. In molti hanno cittadinanza tedesca, ma restano Turchi. Quando Erdogan nel 2014 si reca a Colonia viene accolto come un sultano dal suo popolo, che magari parla tedesco, ma si sente inequivocabilmente turco.

Un esempio? Mesut ร–zil, che in nazionale veste la maglia di Berlino, non ha riserve e parlando di Erdogan ammette candidamente: โ€œsei tu il mio presidenteโ€. Questa massa critica, che nel 2016 votรฒ in massa a favore di Recep nel referendum che trasformรฒ la Turchia (di fatto) in una repubblica presidenziale islamica, puรฒ essere fomentata ad arte dalla Dyanet e dallโ€™Ufficio dei Turchi allโ€™estero โ€“ agenzia creata praticamente con questo scopo.

Insommase Ankara vuole, ha la capacitร  di trasformare la Germania in un inferno. Ci si metta che i Tedeschi non avrebbero alcun interesse a mandare allโ€™aria un commercio dal valore bilaterale di 40 miliardi e si comprende perchรฉ quando Erdogan parla per una nazione cha un PIL da 750mld, un continente, lโ€™Europa, che ha un PIL venti volte maggiore, ascolta in silenzio.

Alla pari con i big

E i grandi? Russia, Cina e Stati Uniti. Nellโ€™intersecarsi degli scontri tra pesi massimi la Turchia mostra una maturitร  strategica impressionante. Partiamo da Washington. Gli USA nei โ€™90 limitarono fortemente la rinascita geopolitica della Turchia. Nel 1992 arrivarono ad affondare โ€œper errore umanoโ€ un cacciatorpediniere turco, nel 1993 fu la mano della CIA a determinare lโ€™incidente dellโ€™aereo su cui viaggiava Es ref Bitlis, allora comandante della gendarmeria, che vi perse la vita.

Conflitto a bassa intensitร  che proseguรฌ fino al 2008, con lโ€™embargo sui sistemi di difesa missilistica Patriot che spinse Ankara ad acquistare lโ€™equivalente russo S-300. Tutto questo perรฒ senza alterare la permanenza nella NATO, su cui molti strateghi turchi (Davutoglu in primis) non hanno mai dissentito.

Per gli USA questo รจ fondamentale perchรฉ permette la presenza piรน avanzata verso oriente degli ordigni atomici dellโ€™alleanza atlantica, ad Incirlik, e non solo. Per i Turchi invece รจ unโ€™assicurazione che lo scontro con Washington non toccherร  mai il grado di tensione piรน elevato. Obama rischiรฒ di far degenerare i rapporti con lโ€™intervento a sostegno dei Curdi nel 2014 e Trump rincarรฒ la dose con lโ€™offensiva monetaria del 2018, alla base della cronica debolezza della moneta turca. Erdogan perรฒ sa che senza lโ€™impero americano la Turchia non esiste.

รˆ la pax mediterranea imposta dallโ€™egemone che non permette alle nazioni europee (Francia in primis) di reagire allโ€™espansionismo turco anche qualora trovassero la volontร  politica. La Turchia oggi รจ una provincia inquieta dellโ€™impero, potenzialmente pericolosa, ma pur sempre una provincia โ€“ e ad Istanbul, dove si sogna prima o poi di essere sovrani, sanno bene che oggi quello atlantico รจ lโ€™unico revisionismo che non ci si puรฒ permettere. Al contrario, il gioco delle parti e lโ€™ostentata ostilitร  tattica tra Usa e Turchia ha permesso a questa dei margini di cooperazione importanti con Mosca e Pechino, senza mai eccedere in fantasiose alleanze in chiave antiamericana.

Il canale della discordia

Oggi Erdogan svela il punto di arrivo della sua strategia del posizionamento ambiguo. Da poco ha ripreso in mano il progetto del Canale di Istanbul, opera titanica che raddoppia il passaggio del Bosforo 300km a est di quello originale. Si tratta di una lettera dโ€™amore spedita al 1600 di Pennsylvania Avenue che presumibilmente determinerร  lโ€™allontanamento (definitivo?) dalla Russia.

Lโ€™importanza del secondo canale risiede nelle specifiche della Convenzione di Montreaux. Gli accordi del 1936 permettono la libera navigazione attraverso il mare di Marmara (per cui passa una fetta non trascurabile dellโ€™export energetico russo), ma soprattutto impongono delle limitazioni ai paesi non rivieraschi. Il tonnellaggio delle navi militari degli attori non bagnati dal mar Nero รจ limitato a 15.000t (una portaerei americana rasenta le 100.000t) e la permanenza di unitร  navali รจ fissata ad un massimo di 21 giorni. Se ci fosse una guerra in cui la Turchia non fosse coinvolta infine (ad esempio tra Russia e America), lo stretto sarebbe interdetto alla navigazione di entrambi i contendenti.

Va da sรฉ che lโ€™accordo รจ molto favorevole a Mosca, che non deve temere la pressione americana sulle coste affacciate su quel mare, evitando lโ€™asfissia strategica che invece sferza i sogni di Pechino nel Pacifico. Ma il secondo canale, non essendo compreso nella Convenzione, cambierebbe tutto. Istanbul avrebbe in mano le chiavi del Mar Nero e potrebbe decidere come usarle, dotandosi di una leva negoziale potentissima con Americani e Russi.

Potrebbe decidere di far entrare dal canale (a misura di portaerei) la US Navy senza limiti di stazza e di permanenza, che schiaccerebbero le navi russe nei porti di Sebastopoli e Novorossijsk. Per Putin un incubo, per Biden un sogno.

Il canale di Istanbul

A nulla รจ valso il comunicato firmato da 104 ammiragli turchi, tra cui lo stesso Gรผrdeniz, che sconsigliavano di procedere nella realizzazione. 10 sono finiti arrestati, agli altri intimato di tacere. Ennesimo scontro interno allo Stato turco che rivela che la posizione di Erdogan รจ delicata e le burocrazie sono in acque burrascose โ€“ a una parte di queste รจ da imputarsi il fallito golpe del luglio 2016, estremo tentativo per deporre un presidente troppo indipendente nei confronti dello Stato profondo turco.

La special relationship con Washington

La luna di miele con gli USA non finisce qui. Lโ€™avvicinamento allโ€™Ucraina, a cui Ankara vende i temibili droni Bayraktar โ€“ capaci quasi da soli di piegare la resistenza armena in Karabakh โ€“ รจ anche questa una spina del fianco nella strategia del Cremlino. A completare il quadro il rinnovato attivismo nel forum degli Stati uniti del mondo turco, di cui fanno parte Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan โ€“ quasi tutti nel cortile di casa di Mosca.

Interessante come in questa sede Ankara usi una narrativa diversa, panturanica, per trattare con gli interlocutori centroasiatici, tutti di origine (reale o supposta) turca. Un caso su tutti, quando ร‡avuลŸoฤŸlu, ministro degli esteri turco, dichiarรฒ in occasione della guerra armeno-azera del settembre 2020: โ€œTurchia e Azerbaigian sono una nazione divisa in due statiโ€. La leva qui non รจ nรฉ la religione nรฉ lโ€™impero, รจ il sangue.

Soprattutto, Erdogan poco fa ha anche compiuto un gesto simbolico epocale nei confronti della Cina, quando ha convocato lโ€™ambasciatore di Pechino per la questione uigura, sfruttando un battibecco iniziato su Twitter. Alla convocazione non รจ seguita nessuna azione pratica, ma il messaggio รจ chiaro.

Gli Uiguri sono una minoranza turcofona che la Cina cerca disperatamente di assimilare, in quanto abitano lo Xinjiang, regione orientale che rappresenta la prima linea di difesa del cuore della Cina. La Turchia non ha mai fomentato il separatismo uiguro, ma il semplice fatto che sia in suo potere farlo (e ricordarlo fa sempre bene) serve a tentare Washington e a ricordare a Pechino che Ankara va trattata da pari.

Non ci resta che piangere?

Per riassumere la Turchia vuole rendersi interlocutore indispensabile degli Americani e, di riflesso, di Russi e Cinesi. Ai primi puรฒ offrire le due armi piรน potenti per colpire i rivali al cuore, ai secondi, di non farlo. Nel caso dellโ€™Europa la spada di Damocle dei migranti basta giร  oggi a ricondurla allโ€™ordine.

E cosรฌ Erdogan puรฒ permettersi il margine di manovra piรน ampio allโ€™interno dellโ€™impero americano, persino piรน di quello di Parigi, per perseguire obiettivi esclusivamente turchi. Nello specifico questi si concretizzano in quei teatri che per gli Americani sono di scarso interesse (o interdetti per altre ragioni): confini marittimi con Grecia e Cipro, controllo capillare della Tripolitania, proiezione nei Balcani e nel Caucaso (con lโ€™obiettivo, tra gli altri, di cancellare lโ€™Armenia), repressione del Kurdistan e stabilizzazione del confine siriano.

Per le nazioni europee che si affacciano sul Mediterraneo lโ€™attivismo turco e la sua indispensabilitร  agli Americani รจ una tragedia. Per lโ€™Italia in incubo. Roma ha battuto un colpo, con la prima visita di Draghi in Libia e la dichiarazione, tuttโ€™altro che casuale, su โ€œErdogan dittatoreโ€. Ma lโ€™Italia parte da una situazione disastrosa e le carte turche sono buone. La reazione della Turchia รจ stata di tuttโ€™altro tono: convocare lโ€™intera squadra di governo del premier libico Dbeibeh ad Ankara, seguita a stretto giro dal colloquio tra ร‡avuลŸoฤŸlu e il ministro degli esteri maltese.

Malta e Tripolitania, due luoghi del โ€œcuoreโ€ che โ€“ basta guardare la cartina โ€“ minacciano direttamente la sicurezza della Penisola. Un tentativo disperato quello di Draghi, in cui si inquadrano le professioni di fede allโ€™alleanza atlantica degli ultimi mesi (questione spie russe, golden power contro acquisizioni cinesi, visita di Di Maio negli USA), ma pur sempre un tentativo.

Per il momento Roma fa quello che puรฒ dopo anni di negligenza, ma la speranza maggiore resta quella che gli USA si rendano conto che i fini reali di Ankara trascendono il suo ruolo subalterno e che ad Erdogan non basterร  per sempre il ruolo di satrapo. E lโ€™America, da egemone, teme per natura le collettivitร  che si pretendono sovrane entro i confini del suo impero, specie quando iniziano a ritagliarsi influenze pericolose.

foto in evidenza: Kremlin.ru su Wikimedia Commons

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Francesco Dalmazio Casini

Francesco Dalmazio Casini

Fondatore di Aliseo, archeologo redento, appassionato di studi strategici. Voglio raccontare la geopolitica, cercando di leggere tra le righe gli interessi di attori espliciti e meno espliciti. Credo che all'informazione italiana manchino due cose: il realismo e la capacitร  di prendersi un po' di tempo prima di raccontare quello che succede.

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