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Una Portaerei nucleare per l’Italia: analisi di una piattaforma strategica

Una Portaerei nucleare per l’Italia: analisi di una piattaforma strategica

La possibile svolta verso il nucleare navale apre un confronto che va oltre la singola nave, chiamando in causa industria, infrastrutture e ambizione strategica nazionale

Articolo di Alessandro Cavuoto e Ivan Lonati (Nuclear Advisory)

A seguito di diverse dichiarazioni pubbliche da parte della Marina Militare Italiana nel corso del 2025, l’Italia sta valutando la possibilità di dotarsi di navi alimentate da reattori nucleari, con particolare interesse verso una portaerei. Il progetto Minerva è la chiara espressione di questa volontà.

Queste piattaforme sono asset più complessi di quanto sembrino, in quanto necessitano di un ecosistema fondamentale per il loro mantenimento, ma in cambio consentono capacità operative militari di livello superiore alle flotte convenzionali.

Proprio in quanto piattaforme complesse, possono essere descritte su più livelli. Possiamo individuarne un’architettura, costituita da un primo livello con i servizi necessari al loro funzionamento (cantieri navali e filiera di supporto) e da un secondo livello, che rappresenta l’interfaccia e lo strumento utile per l’utente finale, ovvero le capacità militari e di proiezione.

La struttura portante della piattaforma: infrastrutture e supply chain

Possedere e impiegare una nave a reattori nucleari rende necessario dotarsi anche di infrastrutture e supply chain dedicate. Le analisi da effettuare per iniziare un programma in tale direzione non possono ignorare questo concetto.

La base navale che ospita l’unità deve essere in grado di supportare le operazioni di manutenzione e refueling (processo di rifornimento di un reattore nucleare) necessarie. È possibile effettuare un solo rifornimento ogni 25 anni su 50 di vita operativa, come nel caso delle portaerei americane classe Nimitz.

La durata del rifornimento, per contro, è molto lunga durante la quale la nave resta fuori servizio molto tempo (sino a tre anni). La durata non è dovuta alle operazioni di refueling, ma alla profonda e totale revisione di ogni sistema d’arma e impianto. Questa fase, denominata Rcoh (Refueling and Complex Overhaul, rifornimento e revisione completa) è necessaria a garantire la sicurezza e la piena operatività di tutti gli impianti, reattore incluso.

Questa concomitanza di interventi richiede perciò, nei porti di assegnazione, aree idonee a non creare interferenze tra le squadre di lavoro dedicate al reattore e quelle ai sistemi d’arma o agli altri impianti della nave, nonché infrastrutture e macchine abilitate per la movimentazione di combustibile nucleare o del materiale attivato.

Esempio di tale tipologia di complesso è il Newport News Shipbuilding statunitense, il polo costruttivo dove vengono costruite, assemblate, manutenute e infine disassemblate le portaerei nucleari della U.S. Navy.

L’infrastruttura necessaria non si ferma quindi al porto in cui sarà stanziata la portaerei, ma si estende alle strutture necessarie per ospitare gli impianti e i materiali del sistema nucleare smantellato. L’esempio è la struttura denominata Trench 94, presso cui la U.S. Navy deposita permanentemente interi reattori dismessi della sua flotta nucleare.

Situata ad Hanford Site nello stato di Washington, questa struttura di superficie paragonabile a due campi da calcio e profonda 20 metri, ad oggi ospita 138 contenitori schermati (cask) ad alta resistenza (Hic, High Integrity Container) contenenti le sezioni dei reattori navali demoliti.

Altro punto cruciale è la creazione di una filiera di assemblaggio del combustibile nucleare, dedicata al rifornimento delle unità militari. La dipendenza dall’estero deve essere limitata al minimo, in quanto la qualità del materiale fissile e il tempestivo trasporto sono fondamentali, rispettivamente per garantire la prolungata autonomia decennale della nave e per il rispetto delle date di ripresa operativa.

Va ricordato inoltre che il grado di arricchimento del combustibile nucleare per reattori imbarcati militari è decisamente più elevato di quello impiegato nei reattori civili, e perciò richiede centri di produzione idonei. Problema che la Francia ha decisamente ridotto, impiegando combustibile a basso arricchimento, noto come Caramel, che però va sostituito ogni dieci anni.

Prestazioni e vantaggi del terminale operativo: la portaerei

La differenza e il vantaggio operativo rispetto alle analoghe unità a propulsione convenzionale è significativo ed evidente.

L’immensa autonomia energetica, 25 anni, ne consente spostamenti e permanenza in teatro operativo non più limitati alla disponibilità di carburante, settemila miglia per le navi Cavour e Trieste, ma alle sole quantità di viveri e munizioni disponibili a bordo.

Inoltre, saranno eliminati i lunghi tempi di vulnerabilità della nave dovuti ai rifornimenti in mare.

Altro punto chiave è l’elevata densità energetica disponibile che consente l’impiego di sistemi d’arma più energivori e avanzati, come i sistemi di lancio elettromagnetici Emals (Electromagnetic Aircraft Launch System) o i sistemi ad alta energia come i laser o i radar multibanda multifunzione.

Il sistema di lancio Emals consente sia l’impiego di droni, sia l’impiego di velivoli specifici per le portaerei denominati Catobar (Catapult Assisted Take Off Barrier Arrested Recovery) in sostituzione ai velivoli a decollo breve Stovl (Short Take Off Vertical Landing). I Catobar rappresentano rispetto agli Stovl una componente aerea a maggior carico bellico utile e raggio operativo.

Inoltre, la Marina Militare Italiana dall’ultimo dopoguerra è fortemente impegnata in missioni umanitarie, anche a supporto delle popolazioni colpite da disastri naturali.

In questa ottica, se opportunamente progettata per consentire la fornitura fuoribordo, un’unità dotata di due reattori in grado di generare sino a 125 MW elettrici ciascuno (come i reattori A1B per la nuova classe Gerald R. Ford) può fornire almeno 50 MW elettrici, subito disponibili per alimentare strutture quali ospedali da campo o centri per sfollati come nel celebre caso della portaerei Lexington nel 1929.

Sicuramente il problema fondamentale per questo tipo di dispositivo è l’esiguità del numero di unità prodotte. Avviare un piano costruttivo per produrre una sola unità a propulsione nucleare o un solo reattore sarebbe estremamente dispendioso e solleverebbe molti dubbi sulla sua sostenibilità economica.

Vedendolo però sotto un’altra luce, questo tipo di investimento, se concepito in un più ampio programma nucleare che coinvolge anche il settore civile (marittimo e terrestre), avrebbe una valutazione migliore.

Una scelta strategica che può essere solo proprietaria

La tecnologia complessiva deve essere proprietaria, non esistono soluzioni in leasing o come servizio, ovviamente.

L’adozione di una piattaforma strategica come una portaerei nucleare deve necessariamente contemplare il possesso e controllo statale di tutta la struttura e filiera necessarie per il suo utilizzo.

Il primo passaggio da fare è concludere un accordo di lunga durata a livello politico, condiviso da tutti, sulla volontà di assumere un ruolo strategico di un ordine di grandezza superiore rispetto all’attuale. Portare il Paese a impegnarsi in un progetto a prescindere dal Governo in carica.

Solo così si potranno intraprendere e portare a termine gli importanti sforzi economici, industriali e sociali necessari per potersi dotare di una portaerei o di altre unità dotate di reattori nucleari.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/93/US_Navy_020928-N-3653A-001_The_nuclear-powered_aircraft_carrier_USS_George_Washington_%28CVN_73%29_transits_the_Atlantic_Ocean.jpg

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