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Sconfiggere la Russia, ma non troppo: il senso degli Usa per l’Ucraina

Gli Stati Uniti confermano il sostegno a Kiev e inviano una batteria di Patriot. Il gioco d'ombra tra armi "offensive" e "difensive"

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Sconfiggere la Russia, ma non troppo. Riassumere la posizione americana sul conflitto in Ucraina è tanto semplice nel campo della semantica, quanto difficile da tradurre in termini di supporto sul campo. E così, dal fatale 24 di febbraio, gli strateghi americani sono impegnati in un gioco sottile, a tratti solipsistico, per decidere quale tipo di sistema militare possa essere fornito o meno alle forze armate di Kiev. Quale possa rientrare nell’artefatta categoria delle “armi difensive” e quale, al contrario, in quello delle “armi offensive” – quelle che alzerebbero l’asticella dello scontro oltre la soglia tollerabile per un’azionista “esterno” del conflitto come Washington intende rimanere.

Il recente viaggio negli Stati Uniti del presidente ucraino Volodymyr Zelensky è esempio plastico del gioco d’ombre americano, che per necessità si deve però dipingere all’esterno come supporto incondizionato alla causa di Kiev. Con l’occasione della visita presidenziale, gli States hanno annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari, dal valore di 1,85 miliardi di dollari. Nel mentre, manca solo una firma di Joe Biden per la luce verde allo stanziamento di 45 miliardi di dollari in aiuti militari per il 2023 – cifra che mette in ombra la spesa annuale per la difesa di buona parte dei paesi del G7, Italia compresa.

Le armi degli Usa all’Ucraina: offensive ma non troppo

Il fiore all’occhiello del nuovo pacchetto di aiuti è il sistema antimissile Patriot. La batteria che gli Stati Uniti promettono di spedire in Ucraina è di gran lunga il singolo sistema d’arma più costoso ricevuto da Kiev dall’inizio del conflitto. Tra lanciatore e munizioni è più che ragionevole stimare un costo compreso tra 1 e 1,2 miliardi di dollari. Il Patriot risponde alla necessità ucraina di far fronte alla rinnovata capacità di saturazione delle difese aeree della Russia, segnata dall’utilizzo di un gran numero di droni suicidi iraniani (e a breve, sembra che da Teheran possano arrivare anche missili balistici).

Inviare in Ucraina, pro bono, il più sofisticato sistema antimissile disponibile negli arsenali occidentali è un passo importante. Sul piano politico prima che su quello strategico. Sul Center for Strategic and International Studies, Mark Cancian scrive che «una buona parte del valore di questo trasferimento riguarda la rassicurazione della leadership e della popolazione ucraina». Per quanto si tratti di un asset efficace, infatti, una singola batteria difficilmente potrà alterare l’equilibrio nella guerra aerea, se non in un settore piuttosto circoscritto (quello della capitale, presumibilmente).

Ulteriori criticità a livello operativo saranno dettate dal lungo periodo di addestramento necessario a qualificare gli operatori (13 settimane almeno) e dal dilemma intorno alla scelta dei bersagli: di certo Kiev non intende utilizzare sistemi così costosi (tra 1 e 6 milioni di dollari per missile) contro gli economici droni iraniani (20mila dollari per uno Shahed 136). In ogni caso, la batteria sarà certamente d’aiuto nel settore di pertinenza e i rapporti tra Washington e Kiev non sono mai stati così saldi. Più o meno.

Sul Washington Post, un articolo dall’eloquente titolo Amid a show of unity, Zelensky and Biden differ on some war needs fa notare come le forniture americane non siano esattamente congruenti a quelle di cui a Kiev avrebbero più bisogno. Il consigliere presidenziale per la sicurezza Mykhailo Podolyak qualche giorno fa ha pubblicato in un tweet la sua personale “letterina di Natale” indirizzata agli Stati Uniti. Delle cinque richieste, per il momento, una sola è stata esaudita da Washington – il sistema antimissile Patriot per l’appunto.

Ma cosa chiede esattamente Kiev? Carri armati e missili. Armi per costruire l’ossatura delle future offensive per espellere i russi dal paese – che si annunciano sanguinosissime, alla luce delle fortificazioni che le forze di Mosca hanno allestito per l’inverno. In particolare, l’Ucraina vuole carri armati di ultima generazione – Leopard e Abrams – e missili balistici come l’Atacms, un vettore mobile con gittata di circa 300 chilometri che sfrutta lo stesso veicolo del lanciarazzi Himars già utilizzato dagli ucraini. Secondo The Drive, sembra che gli Himars forniti dagli americani siano arrivati nel paese con una serie di modifiche – hardware e software – che impediscono di sostituire il munizionamento a razzi con il missile balistico.

Proprio la gittata sembra essere il fattore dirimente in base a cui Washington decida se un’arma sia troppo “offensiva” per essere donata alle forze armate ucraine. Un copione già visto decine di volte. Gli States non hanno problemi, ad esempio, a inondare il teatro ucraino con migliaia di droni suicidi Switchblade, ma quando si arriva a parlare di Uav d’attacco come i Grey Eagle prende tempo e – in genere – la richiesta cade nel vuoto. Per lo stesso motivo sembra confermato che anche i temibili lanciarazzi multipli M-142 siano arrivati nel paese sprovvisti delle munizioni con gittata aumentata (Er Gmlrs) da poco brevettate dalla Lockheed Martin, che ne estendono il raggio fino a 150 chilometri.

Sconfiggere Mosca ma con giudizio

Obiettivo statunitense è scongiurare che l’Ucraina venga sconfitta per risorgere come stato fantoccio in orbita moscovita. Al contempo, sfruttare l’avventurismo del Cremlino per operare una cesura nei rapporti economici che legano la Russia alle grandi manifatture europee, Germania in primis. Imperativo strategico quasi secolare che nel ’45 trascinò gli americani nel continente europeo e che da allora li trattiene lì. Il resto è un di più di cui Washington può fare a meno. Inseguire lo scopo di una disfatta totale di Mosca in Ucraina – forse impossibile da raggiungere – non solo non è priorità, ma porta con sé una cornucopia di rischi che semplicemente non conviene mettere in conto.

Allo stesso modo, gli attacchi in profondità nel territorio russo – come quello del 26 dicembre alla base aerea di Engels – non servono ad alcuno scopo visti da oltreoceano. Compattano la popolazione intorno alla narrativa mobilitante del Cremlino ed esercitano sui decisori una pressione notevole che li sprona ad aumentare la portata dell’offensiva. Non è un caso che quando Kiev colpisce duro e infligge a Mosca danni particolarmente profondi o umilianti, da Washington arrivino dei promemoria sul fatto che il supporto americano all’Ucraina ha un limite.

E così gli apparati americani forniscono ai loro media partners – Washington Post e New York Times in particolar modo – faldoni di informazioni “scomode” per la narrativa ucraina. Non è un caso che il 5 ottobre sia stato un articolo del Nyt a fugare i dubbi sulla paternità dell’attentato a Daria Dugina, organizzato da «parte del governo ucraino». Lo stesso giornale, qualche giorno dopo, con il ponte di Kerch in fiamme – colpo durissimo per l’immagine del Cremlino – conferma candidamente la versione russa sull’attentato: «sono stati i servizi di intelligence ucraini a orchestrare l’esplosione al ponte di Kerch».

Tolta l’ipotesi nucleare, la Russia è un nemico mozzo, incapace di portare una sfida davvero globale al potere americano. Proprio per questo l’ipotesi impronunciabile del ricorso all’arma atomica va scongiurata con ogni mezzo. Indi per cui Washington e Kiev camminano a braccetto fino a quando la posta in gioco è allontanare i russi da una vittoria strategica in Ucraina, ma le strade iniziano a dividersi quando si tratta di come sconfiggere Mosca.

Non che l’approccio americano – come ogni matematica del rischio militare – si dia privo di rischi. Considerare la Russia per sconfitta, oggi, significa scommettere al ribasso sulla sua capacità di mobilitazione. Non è da escludersi che l’inverno di stallo – complici il clima rigido e le posizioni fortificate su cui si sono attestate le forze russe – possa essere sfruttato da Mosca per ricostituire una nuova forza di invasione e mettere a frutto le forze fresche della “mobilitazione parziale” annunciata in autunno. Possibilità evocata ad esempio dallo stesso ministro della Difesa ucraino Oleksij Reznikov, che al Guardian ha confessato di aspettarsi una nuova offensiva russa nei primi mesi del 2023.

La difficoltà americana è quella di condurre un gioco d’ombre in una galleria di specchi. Troppe le variabili da immaginare – certo con l’aiuto dell’intelligence migliore del pianeta – per poter afferrare una certezza. Le parole di Reznikov rispondono a reali preoccupazioni del comando ucraino o dipingono una situazione più grave per ottenere più forniture militari? L’equipaggiamento che Mosca sta trasferendo in Bielorussia da settimane serve al più classico dei bluff o a costruire la nuova forza di invasione? E così via.

La stella polare del senso americano per l’Ucraina è che Mosca non deve vincere. Ma lo spettro tra una vittoria strategica e una rotta disastrosa include una miriade di situazioni alternative. I russi vogliono la prima, gli ucraini giurano che si accontenteranno solo della seconda. Nel dubbio gli Stati Uniti mettono in conto che la guerra si trascini per tutto il 2023 – da qui il pacchetto miliardario per l’anno venturo – ma fanno spallucce quando Kiev chiede che tra le forniture vengano inserite anche le armi per vincere davvero. Nella speranza che anche al Cremlino abbiano esaurito gli assi da calare sul tavolo


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Foto in evidenza: DoD Photo By Glenn Fawcett – http://www.eucom.mil/photo/24622/a-patriot-missile-battery-sits-on-an-overlook-at-a-turkish-army-base-in-gaziantep, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31750255

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