Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe spettato proprio a Giorgio Agamben l’onore e l’onere di trasformare l’ovvietà di un termine come quello di “soglia” in un’allegoria spaziale?
Chi l’avrebbe mai detto che, dominando la freddezza didattica del dizionario, egli avrebbe saputo attribuirgli una coloritura geopolitica?
Chi l’avrebbe mai detto che, pur non provenendo dai ranghi degli analisti, sarebbe riuscito a spalancare – comunque – i cancelli dell’Olimpo della scienza dello spazio?
Prestigioso quanto basta da non necessitare di ulteriori presentazioni, uno studioso così poliedrico custodisce un deposito filosofico estremamente magnetico e seducente, per di più di fattura tutta italiana.
Se l’obiettivo primario di Agamben è quello di non farsi capire subito, attraverso virtuosismi linguistici enigmatici e solo in apparenza sofistici, appare chiaro quanto la sfida intellettuale da lui lanciata sia destinata a chi abbia anche solo un minimo di ardimento nel raccoglierla.
Ergo, per decifrarlo bisogna “camminare insieme a lui”.
La sua ingombrante enciclopedia teorica è fra le più studiate, non solo perché paradossalmente dà del filo da torcere ai più, ma anche in quanto prospettiva sul mondo.
Così come il meccanico smonta e assembla gli ingranaggi, Agamben “smonta” e “assembla” il mondo, spazializzandolo.
E Homo Sacer, sua opera omnia, ne è la prova più tangibile.
Quello che Schmitt e Foucault non dicevano
Se c’è una cosa che rende Agamben un pezzo da novanta è la perizia nel sondare, completare e complicare l’erudizione di altrettanti pezzi da novanta. Primo fra tutti, Carl Schmitt. Ciò che per il giurista tedesco è lo “stato di eccezione” – ovvero il momento giuridico in cui l’ordinamento cessa per opera di un atto politico – con Agamben invece trova il suo “ubi”, una sua dimensione più plastica divenendo “spazio di eccezione”.
Con precisione quasi “geometrica”, l’autore tratteggia una brillante mappatura delle relazioni di potere non in uno spazio vuoto, né tantomeno neutro, ma in uno spazio politico, abitabile ed effettivamente dimorato da due interessanti inquilini: il Sovrano da un lato e l’Homo Sacer dall’altro.
E in quest’ultimo di sacer, perlomeno nell’accezione comune del termine, non c’è proprio nulla.
Giuridicamente polarizzate, le due figure condividono, però, la stessa inusuale caratteristica: l’onnipresenza sia al di qua che al di là dei confini spaziali.
Situato sia dentro che fuori, il Sovrano – da cui deriva l’arbitrio sospensivo della norma, decidendo sullo stato di eccezione – entra e al contempo esce dall’ordinamento giuridico.
Situato sia dentro che fuori, l’Homo Sacer invece vive l’eccezione abbandonato dalla legge, ma sempre subordinato a essa. Ed è qui che si rintraccia un primo ginepraio speculativo: attraverso il principio dell’“inclusione esclusiva”, Agamben spiega questa “eccezionale ubiquità”. Un paradosso spaziale spinto al parossismo e che si condensa in una “soglia”. Zona interstiziale e di transito in cui le ambivalenze agambeniane raggiungono il loro apogeo sovrapponendosi, convalida lo spazio di eccezione che trae liceità da essa.
Ciò significa che lo spazio di eccezione esiste perché esiste la soglia come sua ossatura ontologica.
Altro pezzo grosso della letteratura, il francese Michel Foucault ha ispirato il filosofo italiano nella misura in cui quest’ultimo sia riuscito a colmare il vacuum filologico del primo, legando l’arcano dell’Homo Sacer alla biopolitica.
Lupi solitari
Figura riesumata dal diritto romano come autrice di fattispecie criminose – e “sacra” solo per il fatto di essere uccidibile da chiunque, ma non sacrificabile da nessuno – ora l’Homo nell’eccezione è completamente sguarnito dell’unico elemento che lo rende un soggetto politicamente attivo: la bìos greca, la vita intensamente partecipe alla polis.
Giuridicamente “nudo” e rimanendo esclusivamente provvisto della mera esistenza biologica – ciò che per i greci era la zoé – si “consacra” allo stato d’eccezione nella misura in cui la sua “nuda vita”, il banale atto del vivere fisiologico, viene riacciuffata dal controllo sovrano.
Ed è così che lo spazio politico diviene la sede in cui si verifica il puro controllo del corpo, trasformandosi in spazio biopolitico.
A metà strada fra un essere umano e una bestia, l’Homo sacer viene assimilato al licantropo: una creatura che si congela dunque in uno spazio liminale, una soglia di indeterminatezza tra il mondo della razionalità umana e la dimensione selvatica, fra il giorno e la notte.
Dipinto con pochi chiari e molti scuri, soffre tutto il peso della sua “sacra” ambiguità.

Quo vadis democrazia?
In un torno di tempo in cui il lascito schmittiano induce una riflessione sempre più sofisticata sul decorso dell’attuale nomos della terra, tanti sono gli interrogativi sulle forme del potere e la loro distribuzione nelle spazialità globali. E in tal senso il repertorio di Agamben serve a fare un ragionamento più in grande.
La questione dirimente riguarda proprio l’ipotesi di un proliferare di nuove soglie e di un ritorno delle vecchie, scoprendo una costante regolarizzazione degli spazi di eccezione. A ben vedere, a preoccupare particolarmente è proprio il fenomeno di regressione democratica che attanaglia molti Paesi e il cui effetto più dirompente è proprio la marginalizzazione dei cittadini.
E in questa eruzione spaziale così patologica siamo forse tutti destinati a passeggiare nelle soglie, divenendo uomini sacri?
Immagine in evidenza: https://www.palazzoesposizioniroma.it/media/giorgio-agamben-presenta-ardilut-galleria; immagine nell’articolo: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/29/WeirdTalesv36n2pg038_The_Werewolf_Howls.png
