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Yemen, la trappola dell’esclusività: perché Riad rischia di impanantarsi nel cortile di casa

Yemen, la trappola dell’esclusività: perché Riad rischia di impanantarsi nel cortile di casa

Dopo la rottura con gli Emirati, Riad si trova sola a gestire il dossier yemenita: una supremazia che rischia di trasformarsi in una pericolosa sovraesposizione

Il 13 luglio 2026, i cieli del Golfo sono tornati teatro di attacchi aerei, e questa volta gli attori coinvolti non erano iraniani. Il teatro è stato il sud ovest della penisola arabica. Raid aerei hanno colpito l’aeroporto internazionale di Sanaa, in mano agli Houthi; poche ore dopo, come risposta, l’Arabia Saudita è finita sotto attacco missilistico del gruppo ribelle.

Gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro lo scalo di Abha (capoluogo della provincia di Asir, a poche centinaia di chilometri dal confine yemenita), dichiarando di rispondere a un’aggressione saudita.

Riad non ha commentato l’accaduto, anche perché l’attacco su Sanaa è stato rivendicato dal governo yemenita riconosciuto, che ha sostenuto di aver colpito la pista per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano.

Molti osservatori vi leggono la copertura politica saudita di un’azione condotta da un proxy – ipotesi non confermata, ma indicativa di quanto sia divenuta indistinguibile la linea fra Riad e il governo yemenita ufficiale.

Per capire il contesto occorre tornare a qualche mese fa. Dopo che il Consiglio di Transizione del Sud (Stc), sostenuto dagli Emirati, aveva conquistato due province meridionali e nei fatti avviato un processo di spartizione dello Yemen, il 30 dicembre Riad ha colpito il porto di Mukalla, prendendo di mira quello che ha definito un carico di armi proveniente dagli Emirati; lo stesso giorno Abu Dhabi ha annunciato il ritiro delle forze rimanenti.

Per la prima volta nella storia della coalizione, un membro del Consiglio di cooperazione del Golfo ha bombardato forze addestrate e sostenute da un altro membro, creando una situazione senza precedenti.

Le incursioni saudite del 2 gennaio contro forze appoggiate dagli Emirati hanno poi ucciso venti combattenti separatisti, segnale della gravità della frattura.

Il fatto che tutto si sia svolto su suolo yemenita ha permesso a entrambe le capitali di evitare un confronto diretto, ma la soglia infranta è inedita: l’uso della forza contro gli assetti di un partner del Gcc, un’organizzazione fondata nel 1981 proprio sul presupposto che i suoi membri non se ne facessero mai reciprocamente oggetto.

Poche settimane dopo, il segretario generale dell’Stc ne annunciava lo scioglimento in un comunicato letto da Riad e trasmesso dalla Tv di Stato saudita. Formalmente un ritiro volontario; nei fatti, l’uscita di scena di un progetto decennale emiratino.

Insomma, a gennaio Riad ha scelto di risolvere quell’incompatibilità con l’approccio emiratino tramite la forza, ma gli effetti di questo tentativo egemonico vanno ben oltre il teatro yemenita.

Controllare la traiettoria del processo decisionale in Yemen può essere per Riad un guadagno strategico nel breve periodo, ma la storia regionale insegna che ogni passo verso il monopolio dell’influenza diventa, al tempo stesso, un passo verso il monopolio dei rischi e delle perdite.

Per anni, l’approccio del Golfo allo Yemen, nonostante le inevitabili differenze, si è fondato su una divisione non dichiarata dei ruoli tra Riad e Abu Dhabi. L’Arabia Saudita si è fatta carico dell’onere politico e diplomatico, mentre gli Emirati hanno investito in misura maggiore nella costruzione di reti di influenza locali.

Questo modello non era esente da tensioni, ma garantiva una certa condivisione delle responsabilità e impediva che gli oneri si concentrassero nelle mani di un unico attore.

Oggi il quadro appare diverso. Con il ridimensionamento del ruolo emiratino, Riad si trova di fronte a una nuova realtà: gestire un dossier molto più complesso con un ventaglio di strumenti assai meno diversificato.

Il Regno non sostiene più soltanto il costo delle operazioni militari o del sostegno finanziario al governo yemenita; è ora chiamato a gestire una vasta rete di equilibri politici, militari, tribali e amministrativi la cui costruzione ha richiesto anni.

L’erosione della ripartizione dei ruoli all’interno dello Yemen non incide soltanto sulla situazione interna del Paese situato nel sud occidentale della penisola; il suo impatto si estende sul livello della sicurezza marittima del Mar Rosso.

Bab-el-Mandeb costituisce una delle arterie vitali del commercio mondiale e una perturbazione non controllata in questo corridoio, peraltro in questa fase di tensioni drammatiche nello Stretto di Hormuz, non sfocerebbe in una semplice crisi regionale, ma in una prova senza precedenti per la capacità dell’economia mondiale di mantenere fluidi i commerci e le catene di approvvigionamento.

La rivalità erode l’unità del Golfo, frammenta il coordinamento securitario ed economico e prolunga l’instabilità regionale, indebolendo la credibilità del Consiglio di cooperazione del Golfo.

Il contenzioso si è già esteso ad altri dossier: Sudan, Israele, e persino il petrolio, con l’annuncio emiratino di uscita dall’Opec dopo quasi sessant’anni. Come nota Kristian Ulrichsen del Baker Institute, i meccanismi di contenimento che per anni avevano attutito le divergenze hanno smesso di funzionare.

Gli Emirati hanno completato l’uscita nel gennaio 2026, portando con sé un’expertise antiterrorismo che nessuno colma. Riad ha affermato la propria supremazia nella coalizione, ma al rischio di una pericolosa sovraesposizione, dovendo riempire il vuoto lasciato dalle capacità emiratine.

Chi rivendica il controllo esclusivo di un teatro frammentato ne eredita ogni contraddizione: spinte indipendentiste a sud, minacce Houthi a nord.

Che l’unilateralismo moltiplichi i problemi che vorrebbe risolvere lo suggerisce d’altronde quel che sta avvenendo poco più a nord, con la pasticciata operazione americana e israeliana sull’Iran, che sembrano aver trasformato l’Iran da Stato con capacità nucleare latente in Stato con quello che l’analista Rupal Mehta definisce un “rancore nucleare”.

La sicurezza, nel Golfo come altrove, si dovrebbe costruire distribuendo i costi, non illudendosi di monopolizzare l’influenza. Per Riad la partita resta aperta: potrebbe ricucire, guidare una transizione negoziata a sud, ridare un ruolo agli Emirati.

Ma se non lo farà, rischia di trasformare lo Yemen e gli Houthi in una minaccia persino per la propria sicurezza interna e per la propria credibilità futura. Un Vietnam arabo, un pantano nel cortile di casa.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5d/Deputy_Crown_Prince_Mohammad_Bin_Salman_bin_Abdulaziz_Al-Saud_Participates_in_the_Counter-ISIL_Ministerial_Plenary_Session_-FlickrU.S._Department_of_State%28cropped%29.jpg

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Guido Gargiulo

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